PULIZIE

Anche oggi che le pulizie si fanno quotidianamente, con l’arrivo della primavera si spalancano volentieri le finestre al primo sole. Lo zefiro d’aprile, con quel soffio fresco e frizzantino, entra purificatore nelle stanze a fugar l’aria che sa di chiuso. Una bella rinfrescata alla casa ci sta proprio bene. Un tempo, poi!
La consuetudine delle pulizie per l’Acqua Santa fu un sano dettato della Chiesa, madre e maestra, che con l’occasione della benedizione pasquale spronava la gente a togliersi di dosso e dalle case il sudicio accumulato nei mesi invernali. Una salutare lezione d’igiene.
Solo il “canto del foco” aveva erogato un po’ di calore, oltre a cenere, fuliggine e nero fumo. La gente per ripararsi dal freddo indossava tanti cenci e “sanrocchini”, che venivano lavati raramente. Igiene personale pochina pochina. C’era davvero bisogno di una energica “spollinatura”.
Dice un proverbio: “l’olivo benedetto vuol trovare pulito e netto”. E allora, prima che passi il prete, via con le pulizie.
A San Polo, ma credo dappertutto, le pulizie pasquali erano uno spettacolo. Le donne sembravano morse dalla tarantola. Le case sottosopra. Si ribattevano materassi, si imbiancava “il guscio”, si facevano bucati con cenere, soda e liscivia e si sciacquavano ai tonfani dei borri e dell’Ema. Si buttavano fuori di casa sedie, piattaie e cappellinai. Si staccavano le grandi foto incorniciate dei familiari defunti, onorati sulle pareti del salotto. Si toglieva dalla piluzza dell’acqua santa a capo del letto il rametto d’ulivo benedetto dell’anno prima, ormai secco, strinato e polveroso, che veniva devotamente bruciato.
Con le teste fasciate da grandi pezzole le massaie, armate di granatoni di scopa e saggina, strigliavano i muri e i travicelli, per cacciare polvere e ragnatele. Non Tot, Mastrolindo o Vim, ma secchiate d’acqua e sugo di gomiti a lavare suppellettili, stanze e scale. Si lustravano utensili e pentole in rame e mezzine con sale e aceto, si pulivano lumi, scartocci e vasi da notte con rena di fiume o pomice. I mattoni arrossivano di “cinabrese”. Le vetrine, svuotate da tazze, chicchere e bicchieri, si ornavano di pendenti centrini di carta colorata e traforata a mo’ di ricamo e si ripopolavano delle povere ma luccicanti porcellane. I tiranti dei lumi appesi al soffitto si abbellivano di fiocchi, fiori e sbuffi di carta velina arricciata. Si staccavano dai cardini anche porte e finestre, per lavarle al fiume o alla fonte. Con carta di giornale, quando c’era, si spannavano i vetri. Anche gli uomini, recalcitranti, venivano coinvolti in qualche faccenda pesante e allora il prete e l’acqua santa ricevevano particolari benedizioni. Poi, sul marciapiedi e sull’aia, ancora scrosci d’acqua in un rigenerante lavaggio quasi sacrale.
Ecco, ora tutto è a posto. Si stende sul letto la coperta di picchè e trina, quella del corredo, che sarà religiosamente riposta dopo Pasqua. Al braccio del lavamano si spiega l’asciugamano più bello con la scritta “Buongiorno” ricamata in rosso. Una rapida rivista generale. Si nasconde qualche straccio rimasto randagio per la casa. Un’occhiata soddisfatta alle modeste, brillanti stanzette. Ora tocca alle donne e ai figli lavarsi… in catinella. I ragazzi usciranno dalle mani delle madri rossi in viso e strigliati a dovere. Si indossano i vestiti puliti e ci si dispone ad aspettare sull’uscio l’arrivo del sor priore. Finalmente due chiacchiere e un po’ di relax.
Non per tutti però… A Ciocca, in fondo al paese, abitava una donna con la sua famiglia, “la Schizza”. Lei, chissà perché, ogni anno si riduceva a fare le pulizie quando le sue vicine avevano praticamente finito. Allora era una corsa, un affanno, per dare alle due stanzucchie una parvenza di pulito. L’impresa era ardua, il tempo poco e la “Schizza” correva agitata a metter fuori seggiole, piattaie e scaffalini. Ma già le campane annunciavano l’uscita del priore e dei chierichetti dalla canonica. La “Schizza” sgambettava e imprecava girando come una trottola impazzita, mentre le vicine ridevano al ripetersi annuale di quella scena che pareva un film di Ridolini. Qualcuna si risentiva stizzita, ma poi, prese da compassione, davano una mano per levare dall’impiccio la povera donna. Quando il priore entrava in casa della “Schizza” il pavimento era ancora molle ma lei si stava spianando le pieghe del vestito pulito appena indossato.
Bene o male anche per quest’anno era fatta. Tanto c’è un altro proverbio che dice: “Il pretino della cura benedice ragni e spazzatura”.
E poi…torna l’inverno!

Miriam Serni Casalini

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