GUARDATE IL CIELO

Se il 27 luglio non guardate il cielo, rischiate di perdervi un evento che si ripeterà solo fra parecchie migliaia d’anni: la più lunga eclissi di Luna del secolo in contemporanea con la Grande Opposizione di Marte.
Fra una settimana, per la precisione venerdi 27 luglio tra le 21.29 e le 23.13, potremo assistere a un record. Non di natura sportiva, ma astronomica e quindi tutt’altro che inatteso: la più lunga eclissi di Luna del XXI secolo. Per 103 minuti la Luna sarà interamente coperta dal cono d’ombra terrestre e si tingerà di rosso. I profani la chiamano la «luna di sangue».  Il sangue non c’entra assolutamente niente: il colore che vedremo è più simile al marrone. Senza poi contare che non è imputabile alla Luna, ma alla luce crepuscolare della Terra proiettata nel cono d’ombra terrestre e sulla Luna.

Il nostro rapporto con la Luna è conflittuale. A volte siamo talmente influenzati negativamente dalla sua posizione da «avere la luna storta». Altre volte, invece, ci mette in agitazione, come quando, durante un’eclissi, il nostro satellite naturale si nasconde dietro il cono d’ombra della Terra. Del resto fino al 1959 l’umanità non aveva la benché minima idea di come fosse il Iato B della Luna. A causa della sua rotazione, il nostro satellite naturale si vede dalla Terra sempre e solo dalla stessa faccia. Solo quando la sonda sovietica Luna 3 le girò intorno e catturò alcuni fotogrammi, potemmo finalmente osservarne anche il lato rimasto sempre nascosto.

Ma il 27 luglio la Luna non sarà la sola a dar vita a un fenomeno speciale. Lo stesso giorno ci troveremo anche nella Grande Opposizione di Marte. Quel che sembra il nome di un programma politico è in realtà un processo di sorpasso cosmico. La Terra che è più vicina al Sole rispetto alla Luna, gli ruota attorno più velocemente di Marte, entrambi su un’orbita leggermente ellittica. Questo significa che in media ogni 780 giorni la Terra supera Marte. Il 27 luglio di quest’anno, il sorpasso accadrà di nuovo: passeremo nuovamente di fronte a Marte e a una distanza più ravvicinata, un evento piuttosto raro: a soli 58 milioni di chilometri. Vedremo quindi un’eclissi di Luna totale e, un po’ più in basso, poco sopra l’orizzonte, quasi in parallelo, il pianeta rosso. Bisognerà aspettare diverse migliaia d’anni perché questa combinazione di eventi si ripeta lo stesso giorno. Il 27 luglio basterà guardare in cielo verso sud-est!

MICIO PICCARDO

Finalmente, dopo l’annullamento di febbraio, viene riproposto questo piccolo evento per ricordare Micio Piccardo attraverso le sue foto: di quando era giovane professionista a Como con il suo Studio Piccardo contemporaneo allo Studio di Monte Olimpino, centro di produzione cinematografica e cineteca di Bruno Munari e Marcello Piccardo, e quelle dei periodi più recenti nei quali aveva ripreso la passione in Toscana applicandola nelle più varie occasioni.
E poi le foto dove lui è protagonista, nel percorso completo della sua vita.

LA BARCA DI SAN PIETRO

Nella notte tra il 28 e il 29 giugno, in occasione della festa di San Pietro e Paolo, nelle nostre campagne si celebra un rito molto particolare per capire come sarà il tempo ma anche come andrà il raccolto e il destino dei componenti della propria famiglia. Si tratta di quella tradizione nota come la barca di San Pietro.

Il procedimento è il seguente: la sera del 28 giugno si riempie un contenitore di vetro ampio e largo di acqua, all’interno si fa colare una chiara d’uovo e si mette a riposare per tutta la notte all’aperto o su un davanzale al chiaro di luna lasciando che la soluzione di acqua e uovo prenda anche la prima rugiada del mattino. Secondo la tradizione, la notte saranno i santi Pietro e Paolo a compiere la magia, in particolare sarà l’apostolo Pietro (che ricordiamo essere un pescatore) che alla vigilia della sua festa dimostra la sua vicinanza ai fedeli soffiando all’interno del contenitore e facendo così apparire la sua barca.

La mattina dopo il risultato va interpretato.

L’albume, infatti, forma dei filamenti e si posiziona in modo da sembrare una barca di forma variabile e con più o meno vele e alberi. A seconda di com’è il veliero, i contadini sono in grado di capire le condizioni del tempo che li aspetta, la più o meno buona annata di raccolto ma anche la salute dei componenti della propria famiglia. Vele aperte indicherebbero giornate di sole, vele chiuse e strette invece pioggia in arrivo! Un bel veliero in generale promette un’ottima annata di raccolto.

Ma perché si forma davvero la barca?

Il fenomeno è dovuto semplicemente alla diversa temperatura della notte (più fresca) che permette all’albume di rapprendersi formando il caratteristico veliero ma anche al fatto che l’albume ha una densità maggiore dell’acqua e tende ad affondare. Quando l’acqua fredda si riscalda grazie al calore che assorbe la brocca dalla terra o dal davanzale su cui è posizionata, tende a risalire portando con sé anche l’albume. Si formano così le vele. Ogni anno, ovviamente, la chiara si posiziona in maniera differente e le persone sono intente ad interpretare i messaggi mandati da San Pietro. E ancora oggi tante famiglie tramandano la tradizione anche ai bambini e giurano che l’uovo più di una volta ci ha effettivamente “preso”!

Il culto di San Pietro è nato durante il medioevo grazie ai monaci Benedettini che lo diffusero in Lombardia. Nell’800 si diffuse una curiosa leggenda popolare secondo cui a questo giorno seguirà un temporale a causa del diavolo. Per questo molti pescatori, scaramanticamente, non escono in barca.

UN BELLISSIMA REALTA’ IN QUARTIERE.

Sono stato un pochino lontano dalla quotidianità della Filarmonica di Monte Olimpino, ed ora ho avuto la piacevolissima sorpresa di ritrovare un ambiente giovanile, in pieno fermento. Giovanile in primo luogo di spirito, ma anche per anagrafe. Innanzitutto, in questo ambiente, i ragazzi che vogliono impegnarsi nello studio di uno strumento, sono al centro dell’interesse e delle preoccupazioni di docenti coscienziosi e preparati. A loro, prima nella scuola che frequentano, poi presso la sede della banda, viene offerto molto: capacità di suonare correttamente uno strumento, possibilità di perfezionamento molto avanzato, cultura musicale, vita sociale, impegno costante e coscienzioso, attività in un gruppo intergenerazionale (perché i suonatori di una banda hanno età anche parecchio diverse), cosa tutt’altro che disprezzabile per i giovani d’oggi, abituati a stare insieme solo a loro coetanei.

In tutta la nostra provincia sono sicuramente centinaia i giovani che si dedicano alla musica. Pensiamo alle molte bande e rispettive scuole, al conservatorio o ai gruppi musicali di vario genere, agli studenti privati. Ma la loro attività e il loro impegno è poco conosciuto; i mezzi di comunicazione non li gratificano di servizi particolari, forse ritenendo che le loro esibizioni siano troppo statiche per costituire spettacolo. Insomma, se paragoniamo la pubblicità di cui godono i giovanissimi calciatori, non c’è paragone: i nostri giovani musicisti sono i figli di una musa minore?
Nel nostro quartiere parrebbe di no! Un bel numero di famiglie ha scelto di far crescere i propri figli educandoli anche alla conoscenza della musica, i ragazzi pare ne siano entusiasti. Sosteniamoli!

‘L CROTT DEL LUFF

Da Cardina un breve tratto vi porta più in basso al Crott del Luff, presso l’ingresso di Villa Ravasi. Ma qui la strada vi congeda, non senza avervi affidato ad un’altra stradetta che vi condurrà difilato al Crotto.
È l’unico sfamatoio del luogo e bisognerà approfittarne perché è già il tocco e la ci batte.
Il Crott del Luff appartiene a quei tipi di crotti dove il vino matura al fresco nelle viscere della montagna e dove ancora vi portano il conto scritto col gesso su di una lavagnetta.
L’ostessa, una donnetta dalle guance rifiorite, vestita di nero, è un po’ «pédica» di natura: è di quelle che quasi quasi le fate piacere a non incomodarle a servirvi e vi chiedono cosa volete con l’aria rabbiosetta d’un barboncino a cui abbiate pestata la coda. In verità a me piacciono codesti tipi. E anche mi piacque, una volta tanto, quel dovermi accontentare di uova e formaggio pensando a Sant’Antonio che si nutriva di locuste e alla vita sobria del Doge Alvise Cornaro.
Dietro la saletta c’è la cucina e dietro la cucina il crotto vero e proprio, freschissimo frigidaire naturale, dove di qua e di là stanno allineate le botti in un’ombra cavernosa romita, odorante d’umido e di mosto.
Mentre mangiavamo ebbimo anche la ventura di discorrere con un ometto che era capitato lì da Cardina per bere un bicchier di vino e leggere La Provincia. Era un vecchio giardiniere a riposo, e come entrammo un poco in confidenza con lui, venimmo a sapere ch’egli era stato addetto per molti anni al servizio dei Giardini Pubblici milanesi, al tempo, cioè, in cui tal servizio era stato affidato dal Comune al fiorista Cattaneo. Anzi il cruccio di quest’uomo, che un po’ ammalazzato si era dovuto ritirare al suo paesello, stava in ciò che sgraziatamente, per un ripicco, s’era congedato dal suo padrone qualche mese prima che il servizio dei giardini fosse passato alle dipendenze del Comune: quando, in poche parole, i giardinieri comunali entrati in ruolo, cominciavano a star bene, ad aver il pane assicurato, l’avanzamento, la pensione, ecc.
– Che sonata! – sospirava il brav’uomo. Aveva però la chiacchiera pronta, e così di parola in parola ci venne narrando del suo mestiere. Conosceva tutti i più bei giardini e le ville del lago e della provincia, perché un po’ c’era stato a servire e un po’ ci aveva amici e colleghi a lavorare. Sapeva la rava e la fava di tutti i loro proprietari, e delle loro mogli, amiche, sostanze, passioni, e i trapassi avvenuti nelle proprietà e le fortune e sfortune che le aveva colpite. Era insomma, o si dava a divedere per uno di quegli uomini lavorati da molti anni di vita milanese; di quelli che si dicono descantaa.
Ma appariva terribilmente pessimista riguardo ai signori: indignato contro i signori che lo avevano deluso nella sua devozione per la vera signorilità; contro i signori che per spensierataggine s’erano rovinati così pel gusto di sciupare, di sperperare. Con una specie di epica disperata egli si divertiva a narrarci le debolezze e i tracolli di ognuno, numerava tutte le ville ch’erano da vendere sul lago e tucc i nobell ch’erano andaa in tocc.
Il Tale? Era andato in malora perché giocava in borsa. Il Tal’ altro? Ha dovuto vendere perfino la spilla della cravatta per fronteggiare i debiti della moglie. Poi diceva: – Hiin adree a taià a tocc la Sucota; la Passalacqua l’ha vendùu foeura tutt el mobili, han venduu i Taverna, han venduu i Vergani, i Saporiti, i Erba…-
Storie innumerevoli di vendite, di impoverimenti passavano nella sua narrazione: storie di milioni smaltiti in un soffio, di dissipazioni inaudite. Una specie di segreta maledizione biblica pareva soffiasse dalle sue parole, contro tutto il mondo di sciori da lui amato e riverito un tempo come la bellezza stessa della terra: poiché questi sciori a cui egli aveva dedicato la sua esistenza, corrotti, infamati, disperati e squattrinati, lo avevano tradito nel suo amore. Era tutto il mondo dei fiori, delle serre, dei profumi, che stava crollando: il mondo dell’eleganza e della grazia ch’egli aveva creduto immortale, e invece… E non gliela perdonava. E adesso, e adesso?
– E adess tutt el lagh l’è de vend! – gridò alla fine allargando le braccia, impetuosamente, e scoppiando in una risata quasi diabolica.

da “Passeggiate Lariane” di Carlo Linati – 1939-