PERSONAGGI IN DIALETTO S…T…U…V…e ZETA

SIFULOTT DE MENTA

Vi ricordate quella caramella a forma di zufolo, venduta sui banchetti delle fiere paesane, che però non fischiava in quanto priva della pallina, ma dove i bambini non molto svegli si intestardivano a soffiare pur non ricavandone alcun suono. Il termine è quindi passato a definire delle persone un po’ tarde di comprendonio…
I nostri politici di oggi hanno coniato la legge sul whistle blowing. Che sta per: soffiare nel fischietto! Ossia, in parole povere, fare la spia, fare una soffiata, una delazione. E chi lo fa, è un whistleblower, termine molto più simpatico di “spione”.

TRUSCION

Gran faccendiere, procacciatore, sempre occupato in affari e in ansia nel compiere il proprio lavoro. Una bella fetta dei nostri politici….

URUCH

Urucc è il Barbagianni o Allocco. Questo rapace notturno si è guadagnato l’immeritata fama di essere stupido, a causa dell’espressione sciocca assunta dai suoi grandi occhi rotondi, fissi e vacui, specie se abbagliati da una luce diretta. La stessa espressione che assume chi rimane inerte e attonito di fronte a una situazione imprevista.

VISIGABUSECH

Seccatore, innoportuno, inquieto, noioso; vuol dire, in sostanza, uno che rompe un po’ con la sua insistenza, irrequietezza o invadenza.
L’etimologia forse connessa con alcuni insetti, ed il loro procurare fastidio.
Infastidisce come le zanzare: vola sempre intorno, fa chiasso, magari ti si appoggia al momento meno adatto

Z

Zin zéta furbiséta
tri quatrin a fala mulà
fala mulà in d’una manera
ul galet l’è in capunera.

PERSONAGGI IN DIALETTO O…P…Q…R…

OREGIATT

Nella vicina Confederazione gli aderenti al PPD sono scherzosamente chiamati uregiatt, oregiatt o oregioni, che in dialetto ticinese significa “orecchiuto”, “ipocrita” o “subdolo”, termine che tuttavia ha un’etimologia molto discussa e che probabilmente si riferisce alle lunghe basette portate dai membri del partito ad inizio secolo , o, come più semplicemente sottolineato dallo scrittore luinese Piero Chiara, il termine indicherebbe “gente che ascoltava passivamente e seguiva, più che la parola del Signore, quella dei suoi ministri”

PAMPALUGA

E’ anche una maschera del carnevale lodigiano. Il suo significato e le sue caratteristiche sono ben descritte in questa filastrocca in dialetto di Lodi

Pampaluga ludesan
larg de buca e stret de man
religus risparmiadur
quand el bev l’è de buon umur
citadin cun el sal en co’
trope tase el paga no
per la patria e per el re
Pampaluga chi ch’el ghè!

Persona sciocca, vuota, di scarsa levatura, bietolone, gaglioffo. Propriamente chi con uno spillo infilza gli acini dell’uva per mangiarli.

QUAJOT

Letteralmente significa giovane quaglia. Tontolone, persona dai riflessi lenti o tarda a capire, specialmente in senso scherzoso: colui che cade sempre in trappola.

RACOLA

Raganella, parlantina, riferita in particolare a persona che parla in continuazione. Voce imitativa, esprime in origine il gracidare.
E’ anche uno strumento di legno formato da una rotella dentata e un’assicella con lamina a contatto con la ruota: facendo girare lo strumento come un’elica si produce un rumore simile a quello di una raganella.
Si usava nelle sagre, nelle chiese il venerdì santo in luogo del campanello e delle campane che tacciono in segno di lutto.

PORTASASS

PORTASASS
(l’è ona montagna de confin)

Montagna scura, senza ciar de luna,
fagh minga a ment ai poer contrabandee
che per corr a cercà ‘n poo de fortuna
schìscen i erbett e i sass di tò sentee.

Digh: « Citto! » ai besti, ai usellitt, ai piant;
làssigh domà al torrent la soa grand vos,
per scond via sti nost pass inscì pesant.
Lassa minga crodà castegn e nos!

Quand la frontiera la sarà passada,
e tucc insemm avremm tiraa sù ol fiaa,
scorlìsset anca ti, fà ona cantada

insemm’ ai piant, ai usellitt, ai praa;
e a nun, che per sta nott gh’emm vuu fortuna,
montagna bella, cont ol ciar de luna!

di Gisella Azzi (1959)

…E 234 SON TORNATI A CASA!!!

“I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza”.

Per generazioni e generazioni di italiani formatisi nel vero e proprio culto della Grande Guerra questa frase, destinata a far parte della memoria collettiva, avrebbe compendiato l’intera vicenda bellica. Si tratta del periodo finale del Bollettino n.1268, pubblicato il 4 novembre 1918 dopo la firma dell’Armistizio di Villa Giusti, passato alla storia come il “Bollettino della Vittoria”.
Mentre rendiamo onore ai nostri 45 concittadini che hanno sacrificato la propria vita nella Prima Guerra Mondiale, eleviamo anche un grande grazie per i 234 che hanno combattuto, ma hanno potuto far ritorno alle proprie case e riabbracciare i propri cari alla fine del Conflitto. Poi, senza pensarci troppo, si sono rimboccate le maniche e hanno ridato vita al quartiere.

Se non volete fermarvi agli aridi numeri, qui sotto trovate l’elenco dei loro nomi, come risultano dalla lapide del monumento e dalla immagine della tavola qui sopra parzialmente riprodotta.

Caduti 15-18   Reduci 15-18

LA PIAZZA DI MONTEOLIMPINO

La mancanza di spazi liberi nel centro di Monte Olimpino, incrementata dalle penose condizioni in cui si trova, ha reso di attualità la discussione intorno al piazzale. Non dovrebbe quindi essere inutile qualche cenno in merito alla sua storia, tratto dal libro del sig. Porta (IL COMUNE DI MONTEOLIMPINO) e alle successive vicissitudini.

Occorre prima ricordare che l’area posta ai due lati del sagrato della Chiesa era stata assegnata alla Società Ferrovie dell’Alta Italia, affinché vi depositasse il materiale inerte che veniva sgombrato dalla costruenda galleria che doveva congiungere la stazione ferroviaria di Como con quella di Chiasso. Il grosso ammasso, costellato di erbacce e di rifiuti, costituiva un vergognoso sconcio. Qui è giusto lasciare la parola all’allora Parroco don Ettore Civati (“La Vedetta” n. 1 gennaio 1929): “Il 1° gennaio 1928 l’on. Podestà Baragiola veniva a Monte Olimpino, in un solenne ricevimento religioso-civile. Osservò la orrenda pattumiera di deposito. Ascoltò e promise. Il 28 ottobre, stesso anno, la Piazza degli Alpini fu inaugurata (8 soli mesi!) Eccola grandiosa e sorridente. In mezzo il piccolo Monumento dei Caduti, i lampadari, in fondo la vasca-fontana e le gradinate, in alto il gruppo delle vecchie case Ecclesiastiche e l’antica Chiesa, sullo sfondo, tra le piante, la nuova casa Parrocchiale, presso il bel tempio di Dio, che attende la sua facciata”. In pratica il materiale venne “rinchiuso” fra robuste mura, per evitare il gravoso lavoro che avrebbe richiesto il trasportarlo altrove.

Il piazzale venne poi abbassato con l’intendimento di creare in centro uno slargo che desse uno spazio visibile dalla strada principale, favorendo anche la costruzione di un fabbricato che potesse ospitare al piano terra i servizi pubblici (farmacia, posta, ambulatorio, delegazione comunale e un salone per riunioni) e sopra alcuni appartamenti, evitando così eccessivi aggravi al bilancio comunale. Il problema era stato sollevato dal Comitato pro Monte Olimpino e Ponte Chiasso e procurò parecchie animate discussioni. In una riunione del 3 dicembre 1956, presenti il Sindaco avv. Lino Gelpi e l’Assessore dott. Pellegrino Baricci, il proposito venne presentato ufficialmente e si stabilì di predispone un progetto di massima da sottoporre al Comune. Venne presentato un plastico (esposto poi anche in una vetrina di un negozio di Monte Olimpino) che prevedeva un fabbricato di quattro piani, da collocarsi sul retro del piazzale. Sul lato sud dello stesso si proponeva la costruzione di due scalee per congiungere la piazza con il sagrato della Chiesa, creando un adeguato spazio per collocarvi degnamente il monumento ai Caduti e la fontana. Il restante spazio sarebbe rimasto tutto libero. Il progetto venne però bocciato dal Comune perché il piazzale rientrava nella zona verde e non era possibile collocarvi un edificio a più piani. (Dai Verbali del Comitato pro Monte Olimpino e Ponte Chiasso del 3 dicembre 1956, 7 gennaio, 28 giugno 1957, 9 ottobre 1958 e 4 febbraio 1959).

Alla fine si arrivò a costruire una palazzina a due piani che si può vedere tuttora e che la popolazione ha sempre ritenuta non funzionale ed inadeguata alle esigenze del quartiere. Tanto che il Consiglio di Circoscrizione promosse nel 1988 un concorso di idee pubblico per individuare il miglior utilizzo della piazza. Che portò alle seguenti conclusioni:

1- Migliorare la qualita’ ed il disimpegno delle strade alternative a via Bellinzona nel collegamento da Como a Pontechiasso.
2- Creare nuove strade
3- Creare collegamenti tra le strade esistenti im modo tale che il traffico per la Svizzera venga obbligato ad evitare il centro abitato di Monteolimpino.
Le conseguenze sarebbero:
a- La gente sarebbe piu’ soddisfatta perche’ l’aria sarebbe piu’ pura e ci sarebbe piu’ silenzio.
b- I frontalieri non subirebbero tutte le mattine le lunghe colonne di traffico che causano ritardi, ansie e tensioni eccessive.
Se i dati rilevati dimostrano che l’esigenza di aria pura e di verde e’ molto sentita da tutti, si potrebbero sostituire gli attuali deprimenti cipressi, con delle composizioni floreali che facciano da cornice tutt’attorno. Al centro una fontana anche con funzione di monumento commemorativo, allegerirebbe, decorerebbe e renderebbe piu’ moderna e vivibile l’attuale piazzetta. Attorno ancora aiuole fiorite, panchine, un piccolo spazio attrezzato con giochi, e, perche’ no, un chioschetto di bibite e gelati. Quanto ai cartelloni pubblicitari, sarebbe meglio farli sparire.
Una ulteriore analisi dei dati fa rilevare, oltre alla mancanza di spazio, la carenza di strutture sociali, ricreative e funzionali che potrebbero rendere il quartiere piu’ adatto ai bisogni della gente e socialmente piu’ unito, Le proposte dei ragazzi tendono a organizzare lo spazio in modo da non opporre le autovetture ai pedoni. Una sopraelevata potrebbe essere un primo passo per ridare vita alla piazza ed un autosilo a piu’ piani risolverebbe il problema dei parcheggi. Tale struttura potrebbe essere collocata su alti pilastri sopra lo spazio attualmente occupato dalla palazzina; l’accesso dovrebbe essere posto allo stesso livello della strada sopraelevata. L’area occupata attualmente dalla piazza e la strada attuale non piu’ percorsa dalle auto, sarebbero disponibili per ampliare lo spazio verde. La stessa scalinata che porta alla chiesa potrebbe divenire piu’ stretta; si potrebbero creare varie piazzuole su piani diversi ai cui lati potrebbero sorgere edifici adibiti ai servizi di pubblica utilita’.
Si e’ discusso anche un altro progetto che prevede la costruzione di una struttura unica collocata sull’area attualmente occupata dalla palazzina, ideata su pilastri per poter utilizzare lo spazio sottostante come parcheggio. Tale edificio, illuminato da ampie vetrate, potrebbe essere suddiviso in varie zone: servizi, centro ricreativo, biblioteca, ecc…Strutturato su due piani esso non toglierebbe spazio alla piazza, infatti sul tetto a terrazzo si potrebbe impiantare un giardino ricco di fiori e piante con zone d’ombra creati da pergolati di glicini e di edera.
Un gruppo di lavoro ha preso in considerazione la proposta di rialzare la piazza come era nel passato per sottrarre le persone allo smog e al traffico caotico della via Bellinzona, raggiungibile da un viale. In tali condizioni il monumento ai caduti dovrebbe essere eliminato oppure sostituito con una costruzione piu’ moderna, in armonia col nuovo ambiente. Nella futura piazza andrebbero inseriti sempreverdi, fiori e aiuole coloratissime con sentieri a prato. A livello della strada si dovrebbe riservare uno spazio ad una sala per giochi, la biblioteca ed accanto sarebbero ricollocati i servizi: ufficio postale, ambulatorio, farmacia, ufficio vigili, ecc…
Tutto messo da parte, con il risultato che dalla ristrutturazione e’ scaturito l’obbrobrio che potete ancora ammirare!

FOTO DELLA PIAZZA

LA CRISI DELLA PARROCCHIA

dal Corriere del Ticino

LUGANO – Nonostante la Quaresima sia ancora lontana, la Parrocchia di Viganello si sta preparando a un lungo periodo di magra: nel 2019 sarà confrontata con tagli alle spese per un totale di 33.275 franchi. Della difficile situazione finanziaria di quella che per estensione è la più grande parrocchia del Ticino (comprende anche Albonago e Cassarate), si è discusso nel corso di un’assemblea straordinaria tenutasi lo scorso 13 settembre. «Prima che la situazione precipiti – si legge in una lettera inviata ai circa 13 mila parrocchiani qualche giorno fa – il Consiglio parrocchiale, su esplicita richiesta dei revisori, si è chinato sui conti cercando dove è possibile effettuare dei risparmi per far sì che in futuro i bilanci chiudano almeno in pareggio».

«È la prima volta che affrontiamo un’operazione di risparmio che va così in profondità», spiega il presidente del Consiglio parrocchiale «È stata una scelta molto dolorosa, ma necessaria». Nel dettaglio, verranno ridotti i costi degli organisti e l’organo verrà suonato manualmente solo alla messa domenicale delle 11, mentre durante le altre funzioni verrà usato un impianto automatizzato. Previsti anche la riduzione dell’orario di lavoro e di conseguenza dello stipendio del custode, tagli ai costi della contabilità e a quelli inerenti il bollettino parrocchiale.

Tra le cause dei problemi finanziari, la diminuzione dei fedeli e il conseguente calo delle offerte raccolte in chiesa.

NOBEL al contrario!

Nella notte di giovedì 13 settembre, uno storico teatro dell’Università di Harvard, in Massachusetts, ha fatto da cornice a uno degli appuntamenti accademici più attesi dell’anno: l’assegnazione dell’IgNobel, il Nobel “al contrario”, dedicato agli studi e alle ricerche che prima fanno ridere, e poi fanno riflettere. Anche se il tema della 28esima edizione dell’evento, curato dalla rivista Annals of Improbable Research, era “il Cuore”, le ricerche premiate hanno riguardato anche organi e funzioni anatomiche diverse.

L’IgNobel per la Medicina è andato a due ricercatori statunitensi, Marc Mitchell e David Wartinger, per aver dimostrato come le montagne russe possano accelerare il transito dei calcoli renali. I due hanno offerto ad alcuni modelli tridimensionali di reni umani una ventina di corse sugli ottovolanti del Disney World di Orlando, in Florida. Scoprendo per di più che sedersi nel retro del vagoncino garantisce il 64% di “successo terapeutico”, contro il 17% raggiunto da chi siede nei posti davanti.

Il gastroenterologo giapponese Akira Horiuchi si è meritato l’IgNobel per l’Educazione sanitaria per essersi somministrato da solo una colonscopia da seduto, anziché nella classica posizione sdraiata. Horiuchi, che ha riportato solo un “leggero” fastidio, lo ha fatto per incoraggiare i giapponesi a sottoporsi all’esame, in un Paese in cui le percentuali di cancro colon-rettale sono in aumento. Un gruppo di antropologi è stato premiato con l’Ignobel per l’Antropologia per aver svelato che, negli zoo, gli scimpanzé imitano gli umani tanto quanto noi imitiamo loro, e altrettanto fedelmente.

Mentre l’IgNobel per la Biologia è andato a un gruppo di scienziati che ha dimostrato come, a un esperto, basti annusare un calice di vino per capire se vi sia una mosca all’interno. Un gruppo internazionale di urologi ha conquistato invece il premio in Medicina riproduttiva per aver sviluppato un metodo infallibile di misurazione delle erezioni notturne (contando quante volte venivano strappate le zigrinature su una sorta di “cintura di castità” fatta di francobolli postali).

Ignobel per la Nutrizione a James Cole, archeologo all’Università britannica di Brighton, che si è distinto per uno studio di misurazione del valore nutrizionale del cannibalismo, più volta praticato in passato da varie culture. Per la tranquillità di tutti, ha scoperto che non è poi così alto e che siamo molto meno calorici di una cena a base di bistecche.

Un team portoghese formato da Paula Romão, Adília Alarcão e César Viana ha dimostrato che la saliva umana unita a soluzioni alcoliche è un ottimo detergente per le sculture del XVIII secolo (IgNobel per la Chimica).

L’IgNobel per l’Economia è andato a un gruppo di Canada, USA, Cina e Singapore per aver dimostrato che, in effetti, accanirsi con una bambola voodoo virtuale aiuta a sfogare le frustrazioni contro il capo ufficio, senza rischiare il posto. Un’altra ricerca dall’esito prevedibile ha ottenuto l’IgNobel per la Letteratura: Thea Blackler, Rafael Gomez, Vesna Popovic e M. Helen Thompson, da Australia, El Salvador e Regno Unito, hanno dimostrato che la maggior parte delle persone che acquista costosi prodotti tecnologici non legge le istruzioni.

Infine l’IgNobel per la Pace è andato a un gruppo di Spagna e Colombia per aver misurato la frequenza, la motivazione e le conseguenze di urlare e imprecare in auto.

Lo spettacolo del Fiacca e il Carro di Tespi

Siamo negli anni dell’immediato dopoguerra. A Ponte Chiasso il cinema “Italia” aiuta a dimenticare la tragedia della guerra, regala sogni, anche i più arditi. Due film, uno di guerra e l’altro d’amore, oppure da ridere. I cartelloni con le pellicole in programma sono esposti nella piazza XXIV Maggio, di fianco alla fermata della filovia. Dalla fila nel serpentone di ferro che disciplina la salita sulle vetture della Stecav si ammirano la provocante Marilyn ne “Giungla d’asfalto”, James Stewart nello sconsigliatissimo “L’amante indiana”, per via di quel sostantivo innominabile, l’innocente “Francis il mulo parlante”, l’irresistibile Totò in “47 morto che parla” , Gianni e Pinotto, garanzia di fragorose e contagiose risate, la tenebrosa Silvana Mangano con Gassman nell’inquietante e drammatico “Riso amaro”. Il biglietto ai secondi posti, proprio sotto lo schermo, costa centocinque lire. Mio papà, ogni domenica, mi dà cinquanta lire, ma per fortuna mia mamma integra ogni volta la mancia.
Ma non di solo cinema si vive a Ponte Chiasso. Ogni estate arriva il teatro, il teatro ambulante. Ha grande successo il “Fiacca”. La sua compagnia teatrale monta la tenda in un piazzale lungo via Brogeda. Ponte Chiasso è per il Fiacca la prima tappa di una lunga tournée che porterà il suo spettacolo a Maslianico, Monte Olimpino e perfino in Brianza. Il Fiacca arriva su un carretto trainato da un asinello con la moglie e la figlia quattordicenne.
Il palco è un’arena circolare delimitata da alcune file di sedie per gli spettatori. Lo spettacolo è un pirotecnico susseguirsi di battute e di gag da parte dell’unico attore che è il Fiacca stesso coadiuvato dalla moglie che gli fa da spalla. La parte ginnico- artistica dello spettacolo è invece a carico della figlia. Il Fiacca recita, racconta barzellette, fa il clown. La figlia, una bella ragazzina con lunghi capelli neri raccolti in una treccia, si esibisce in contorsioni, acrobazie, salti mortali, piroette e capriole. Cavalca con maestria l’asinello che obbedisce docilmente ad ogni suo cenno. La sua esibizione riscuote convinti e caldi applausi degli spettatori, specialmente nei ragazzi che ne ammirano le belle gambe e il sorriso ammiccante.
Il clou della serata è al termine dello spettacolo. La moglie del Fiacca e la figlia cavallerizza, acrobata e ginnasta, girano tra gli spettatori con un cappello in mano nel quale raccolgono la giusta e meritata ricompensa per lo spettacolo offerto. Lui, il Fiacca, intanto, intrattiene il pubblico con i suoi monologhi poco raffinati, anzi piuttosto grassi, di bocca buona, ma che suscitano ilarità. A un certo punto, rivolgendosi all’asinello, lo invita solennemente a fare il giro dell’arena e a fermarsi davanti ad una spettatrice “senza mutande”. Puntualmente, l’asinello fa un paio di giri e poi, ben ammaestrato, si ferma davanti a una signora del pubblico… Scoppiano gli applausi e le risate anche della malcapitata davanti alla quale l’asino si è fermato. A questo punto lo spettacolo è davvero finito e il Fiacca sorridendo serafico invita tutti a cena: «Ognuno a casa sua!».

Ma a Ponte Chiasso non vanno in scena solo spettacoli circensi di puro divertimento popolare. Un’estate arriva il “Carro di Tespi”, un vero e proprio teatro ambulante, che la tradizione fa risalire a Tespi, un drammaturgo greco che, secondo Orazio, girava l’Attica con un carro su cui montava il palco. Dove arrivava inscenava commedie e tragedie dando origine a una nuova forma di teatro che andava a cercare il pubblico nelle piazze: un palcoscenico improvvisato sormontato da un telone, gli spettatori seduti su lunghe e traballanti panche di legno sistemate sul prato. E così, una sera, mi ritrovo a teatro tra mia mamma e l’Angioletta, una vicina di casa, ad assistere a “La fiaccola sotto il moggio”, una tragedia a tinte fosche di Gabriele D’Annunzio. Ricordo gli occhi arrossati di mia mamma e dell’Angioletta e i loro applausi convinti ai bravissimi attori. Da parte mia, devo confessare di avere molto apprezzato soprattutto la farsa che concludeva la serata. Alcune sere dopo dovetti sorbirmi anche “Le due orfanelle”, un polpettone strappalacrime. Sorrido e mi commuovo ricordando le lacrime di mia mamma e dell’Angioletta, e anche di moltissimi spettatori, di fronte al dramma di quelle due sfortunate orfanelle a cui ne capitavano di tutti i colori. Io, sempre allergico ai drammi e alle lacrime, anche quella volta mi divertii con la solita farsa finale.

Renzo Romano

MONTE OLIMPINO VINCE IL PALIO DEI BORGHI!

Il 20 settembre 1980 il rione di Monte Olimpino si aggiudica per la quarta volta il «Palio dei borghi», la corsa a staffetta che si disputa ormai da nove anni lungo le vie del centro cittadino, organizzata dall’Ardisci e Spera.

Secondo la tradizione, partenza e arrivo sono fissati in piazza del Duomo, dove è presente un folto pubblico ad incitare i cinque rappresentanti di ogni borgo che si cimentano su un percorso di 2.200 metri. Prima del «Palio» si svolgono analoghe competizioni riservate ai ragazzi e alle donne. Tra i ragazzi si afferma il borgo di San Giuliano, mentre in campo femminile si impone la squadra A di Albate.

Netto il successo dei Monteolimpinesi nell’edizione 1980 del «Palio dei borghi»: la squadra schierata da Romano “Tigre” Antonelli  e composta da Lafisca, Zendri, Ricci, Scutti Nicola e Scutti Antonio, fa una corsa  in testa dall’inizio alla fine, contenendo l’ottimo recupero di San Bartolomeo.

Questo l’ordine d’arrivo del «Palio dei borghi» 1980:
1. Monte Olimpino
2. San Bartolomeo
3. Borgovico
4. Lora
5. Prestino
6. Camnago Volta
7. Crocifisso
8. Como Centro
9. Breccia
10. San Giuliano
11. Albate
12. Sagnino
13. Garzola
(tempo del vincitore 31’54″6.)

Sul «Palio» sono iscritti i nomi dei quattro borghi risultati vincitori nelle nove edizioni disputate: 1972 Monte Olimpino; 1973 Monte Olimpino; 1974 Ponte Chiasso; 1975 San Bartolomeo; 1976 Crocifisso; 1977 Monte Olimpino; 1978 San Bartolomeo; 1979 San Bartolomeo; 1980 Monte Olimpino.

Dal 1981 ha inizio la storia del Palio del Baradello. In occasione delle prime edizioni della manifestazione furono quattro i borghi ad organizzare e competere nel palio: quelli di Breccia, di Camerlata, di Rebbio e di Prestino. Nonostante diverse sollecitazioni da parte degli organizzatori, Monte Olimpino non ha mai voluto partecipare. Il loro “Palio delle contrade”, reinventato da Giuliano Marelli al tempo presidente della Polisportiva Lario, i Vintun lo hanno disputato negli effervescenti, per Monte Olimpino, anni tra il 1978 e il 1981.

PERSONAGGI IN DIALETTO I…L…M…N…

INSACANEBIA

Insaccatori di nebbia. Appellativo dialettale degli abitanti di Loppia, frazione di Bellagio dove, evidentemete, la nebbia è di casa. Condiviso anche con gli abitanti del comune di Nibbiola, in provincia di Novara.

LAPAZUCCH

È un vocabolo che i dizionari sbrigano laconicamente con la definizione “scemo”, senza dire nient’altro. Il nomignolo è stato usato sia dall’Ungarelli che dal Testoni, italianizzato in “slapazucchi” e sarebbe uno dei tanti soprannomi dati agli Austriaci dai bolognesi, come scriveva Fulvio Cantoni nel 1923 prendendo spunto dall’opera “I moti del 1820 e del 1821 nelle carte bolognesi”. Slapazócch è diffuso in tutta l’Italia Settentrionale ed è comunemente impiegato come sinonimo di “individuo rozzo e balordo”. Si pensa che il significato non abbia nulla a che fare con le “zucche” ma con i “ciocchi” (nei nostri dialetti sciuch) e perciò “spacca-ciocchi”!

MARGNACCH

Non conosco abitanti di Margno, in Valsassina, ma il significato del nome è buzzurri…Le prime attestazioni di questa parola si hanno nella Firenze dell’Ottocento: qui i buzzurri erano coloro che, d’inverno, giungevano dal Canton Ticino e dal Nord Italia a vendere castagne lesse o bruciate, polenta, mele cotte. Gente povera ma tosta, che veniva da molto lontano a commerciare povera merce, e che quindi non solo non aveva un’alta cultura, ma era anche fuori dalla cultura popolare del luogo in cui, per forza, si ritrovava a vivere durante la stagione fredda.

NAVASCIONA

Si dice di donna sporca, trasandata: deriva da navascia, un contenitore quadrangolare usato nelle campagne per svuotare i pozzi neri e concimare i campi.

La dogana di Ponte Chiasso e il mistero del girello scomparso

di Renzo Romano

Finita la guerra, sopiti i sentimenti di rivalsa, gli abitanti di Ponte Chiasso tornano a vivere senza incubi e paure. Chiasso, al di là della frontiera, appare un vero e proprio “bengodi”.
La benzina costa la metà che a Ponte Chiasso e per questo si vedono in giro motociclisti in sella a moto con serbatoi enormi che vanno e vengono da Chiasso per fare il pieno di carburante da rivendere in Italia.

La nuova pensilina della dogana sta per essere finita. Anche gli svizzeri, per non essere da meno, hanno iniziato a costruirne una nuova. Chiasso pullula di negozi di “coloniali”, dove si vendono sigarette di tutte le marche, caffè, zucchero, cioccolato, dadi di pollo e di manzo. I padroni dei negozi sono tutti ticinesi, i commessi invece tutti italiani. La concorrenza per accaparrarsi i clienti è serrata. A Natale e a Pasqua, per tutti una scatola di cioccolatini e un uovo con sorpresa. Si sviluppa pacificamente un “contrabbando” spicciolo che coinvolge quasi tutte le famiglie di Ponte Chiasso.

È un contrabbando di piccolo cabotaggio che nulla ha in comune con il grande contrabbando lungo la rete di confine dove spalloni e finanzieri si affrontano in una sfida all’ultima bricolla tra avventurose fughe nei boschi, inseguimenti, tentativi di corruzione.

Per entrare in Svizzera e portare in Italia il pacchetto con il consentito gli abitanti di Ponte Chiasso hanno la “tessera” e il “cartellino”. La prima è un documento di identità, il secondo un cartoncino sul quale sono stampati trentuno numeri ognuno dei quali corrisponde a un giorno del mese. Si possono portare da Chiasso solo tre cose in quantità ben definite: un pacchetto di sigarette con un etto di caffè e due tavolette di cioccolato, o, se si preferisce lo zucchero, si deve eliminare le sigarette o il caffè. Arrivando da Chiasso si attraversa indisturbati la dogana svizzera, si entra in quella italiana e qui ci si accoda davanti a un lungo bancone dietro il quale ci sono i commessi e le visitatrici. I commessi hanno il compito di verificare che nessuno porti in Italia più di tre generi nelle quantità ammesse. Con una specie di pinza simile a quella dei bigliettai delle filovie, “forano” il cartellino sul numero del giorno corrispondente.

Passato il controllo del commesso ecco davanti alla porta d’uscita della dogana l’ispettore. Scruta i passanti, sceglie la vittima tra coloro che hanno un atteggiamento sospetto. «Ha altro da dichiarare?» è la domanda di rito alla quale quasi sempre segue l’invito perentorio ad andare in “visita”. Se donna con una visitatrice, se uomo con un commesso. Il malcapitato segue il commesso in uno stanzino dietro il bancone, e qui viene “palpato” alla ricerca di merce nascosta nelle calze, nelle scarpe, perfino nelle mutande.
Ci sono commessi “carogna” a cui non scappa neppure un dado e ci sono commessi “buoni” come un napoletano, sempre gentile, che qualche volta non buca neppure il cartellino.

Un giorno, uscendo da Chiasso con la solita bottiglia di birra scura per mio padre acquistata dal “Mascetti” , vedo che tutti i pedoni sono costretti a passare, uno per volta, attraverso un “girello” come quello che c’è alla stazione di Milano. Ad ogni passaggio si accende una luce. Se è “verde” il fortunato può andarsene indenne, se “rossa” il poveretto viene mandato in visita. Il motivo della improvvisa comparsa del “girello” con le luci colorate, mi ha spiegato il mio amico Gerardo, il cui padre è un importante dirigente della dogana, era dovuto a una disposizione giunta da Roma in cui si invitavano gli ispettori a scegliere chi mandare in vista non in base a sospetti, ma in modo del tutto casuale, democratico.

Il girello era ritenuto il mezzo ideale per soddisfare il nobile anelito di democrazia. Ma, così come improvvisamente era comparso, dopo pochi giorni il girello scompare… Ancora una volta è Gerardo a spiegarmi il motivo. Era avvenuto che la luce rossa del girello si fosse accesa in occasione del passaggio della consorte di un altissimo funzionario ministeriale della dogana in missione a Como con conseguenti vibranti proteste quali: «Lei non sa di chi sono moglie io!» rivolte a un inebetito e incolpevole ispettore. Il fatto è che il girello è sparito dalla dogana con grande sollievo degli ispettori che adesso possono mandare in visita tutti quelli il cui comportamento appaia sospetto.