Memorie

Vœuja de Natal

Col cœur an'mò ingarbiaa in de la cassina
el se bestira i òss l'ultim paisan,
e la candela pizza in la bosia
la mett in ciar i barlafus d'un temp:
la bròcca in del tripee portacadin,
l'acquasantin e la Maria Bambina
fassada in de la cuna d'un veder a campana.
E l'œucc el curr sui trav e sul camin
con dent an'mò freguj de scendra antiga.
La vœuja de Natal l'è lì con lù
sul materass de fœuja de melgon.
La vœuja d'un Natal come una vòlta,
con tanti vos che riven de lontan,
come in d'un sògn...
Vos de tusann che canten sul sentee...
là in fond... tra i fontanitt... visin al Lamber...
"Tu scendi dalle stelle..."
Sù dunca! Riva gent!
Gh'è chi el Natal, Natal come 'na vòlta...
Mett ul pariœu sul fœugh...
canela, acqua e saa, farina gialda...
e...alé...òli de gumbat.
Se sgrana trii rosari
e se la cuntom sù dent in la stalla.
Gh'è chì l'Armida, quella di ricamm,
el Gino cavallant cunt el clarin...
i fiœu ch'hinn mai cressuu, el bergamin.
Tra el pòrtich e la stala... quanta gent...
ghe vœur an'mò un quej scagn, una bancheta
e un para de fiaschitt... per la polenta.
Se smorza la candela sul ciffon,
el gatt al s'è fognaa in d'un quej canton
e intant l'ultim paisan
el nega in d'un bell sògn...
e par ch'el rida.

Marco Candiani

IL LAZZARETTO DI QUARCINO

Nel volume “IL COMUNE DI MONTE OLIMPINO 1818 – 1884” scritto da Primo Porta,  da pag. 51 in avanti, potete apprendere di una epidemia di colera sviluppatasi in Francia nel 1884 e poi diffusasi anche nella nostra provincia. Per cercare di contrastare l’epidemia, il Prefetto di Como dava ordine a tutte le dogane di controllare a fondo le persone e le merci provenienti da oltre Gottardo, e, ove si ritennesse opportuno, di sottoporle a “quarantena”. Per consentire il rispetto delle disposizioni, venne costruito a Quarcino un lazzaretto, ospitato nel grande edificio di proprietà dei Conti Reina. In un fascicolo stampato nell’agosto 1884, si da una descrizione del luogo e della vita che li si svolgeva.

Forse non fu mai, come si volle, il terribile castello dal quale uscivano i temuti e gagliardi guerrieri o i comandi capricciosi del fiero e prepotente signore, a spargere nella borgata lo spavento e l’angoscia.
Nelle ampie sale, nell’atrio spazioso, nei vasti giardini, non s’aggirò forse mai altri che la schiera gioconda di belle dame e di nobili cavalieri, radunati per intrecciare alla loro vita i fiori pomposi della gajezza e del piacere.
Quarcino, dunque, pare sia stato una villeggiatura, restaurata nel seicento; prediletta dai suoi signori e abbandonata poi, certo per un’altra più bella, come accade d’ogni cosa nel mondo.
Essa sorge su un’altura, a cavaliere del confine italo-svizzero. Dalle finestre mal chiuse da rade e cadenti persiane occhio si perde nel verde d’una grande e popolata valle che scende dolce dolce fino al lago di Como. Dietro, la corona di colli e di monti; sotto, la massa variopinta delle case di Chiasso; sopra, un cielo largo, azzurro, che invita ad ammirarlo.
E’ di questo castello diroccato, che dell’antico lusso non aveva più che una specchiera e dei seggioloni tarlati, che poche volonterose e intelligenti persone seppero fare un luogo abitabile e dargli quella tinta che può ricordare l’antica villeggiatura.
Gli ospiti, veramente, non sono invitati dal magnifico signore, ma costretti al soggiorno da quel truce prepotente che è il colera.
Eppure non hanno l’aria di subire una rigorosa cattività; segregati dal mondo, messi là tra il verde e l’azzurro, confortati da tante comodità, non pensano al misterioso persecutore; da gente pratica, procurano di godere… come facevano le belle dame e i nobili cavalieri d’un tempo.
Cantano, ridono, giocano, passeggiano, stringono amicizie, si fanno confidenze; questo per lo spirito. Il corpo riposa su buoni letti e si ristora all’ ottima tavola, sotto cui non sta il tradimento di un conto dalle cifre inaspettate.
Gli operai sono attendati, sembrano un popolo nomade sbattuto fra la civiltà da un soffio arcano. Sotto la tenda si lavora, si curano i bimbi, si pensa alla casa stabile e si spera.
Il cortese ispettore avvocato Carlo Ballarati, è infaticabile nella sorveglianza diligente e minuta di tutto ciò che può rammentare il feudo e offuscare il lazzaretto.
Lazzaretto che non dà molto a pensare al dottor Lorenzo Cazzaniga, il quale, come medico-direttore, per impiegare la sua attività, è generoso di premure… ai sani, proprio come negli stabilimenti balneari.
Il signor Giovanni Minola, un laureando del sesto anno, è incaricato della parte più gentile: incensare e profumare… con quegli incensi e profumi che tutti sanno.
L’ingegnere Eugenio Zannotti ha, in pochi giorni, rimesso a nuovo il castello, costruiti i bagni caldi e freddi, stabilita la lavanderia a vapore; ora ha pensato di mettere un gran velario al disopra delle tende, perchè le piogge e i venti non rechino danno ai quarantenanti di terza classe.
Abbiamo finito? No: l’ordine, la moralità, la sicurezza regnano sull’altura di Quarcino come… e meglio che in qualunque antico stato.
Le stanze per le signore sono lontane da quelle per gli uomini; di comune non c’è che la sala da pranzo. C’è un appartamento separato per le… peccatrici patentate e un carcere pei detenuti.
Addio, rumoroso e gaio Quarcino, ove la bionda miss, per sognare vegliando, e il taciturno tedesco, per sorbire pensando la gran tazza di birra, non hanno che un solo cantuccio: la deserta farmacia. Nessuna delle tre o quattrocento persone che entrarono ed uscirono finora da Quarcino, ha mai avuto bisogno del ristoro chiuso nei brillanti alberelli, nei bianchi vasetti del farmacista.
Addio Quarcino! Lazzaretto di nome, villeggiatura per fatti.

(scansione ed elaborazione da EMPORIO PITTORESCO dell’ agosto 1884 a cura di Franco Romanò)

PERSONAGGI IN DIALETTO D…E…F…G…

DEMI – DEMI

Si dice a Milano di chi va in giro a parlar male del prossimo, a criticare le opinioni altrui, a far previsioni catastrofiche sulle iniziative di Tizio e Caio; e tutto questo con lo sfacciato e palese desiderio di esasperare le persone vittime della sua maldicenze. Le quali, alla fine, gli chiuderanno la bocca a sberle. Questo detto si usa anche verso qualcuno che rischia sempre e, per il calcolo delle probabilità, non potrà sempre andargli bene: arriverà poi la volta che dovrà pagare il conto e quindi sarà colui che «…EL CANTAVA EL DEMI-DEMI» “datemele – datemele”.

EL TENGA

Vi sarà certo capitato, a qualche fiera di paese, di vedere questo personaggio intento ad offrire, alla gente accorsa per la sagra, le immaginette del Santo Patrono festeggiato, dicendo: «Tenga!… tenga!…». E fa affari, perché chi va a simili manifestazioni ha già in animo di spendere un po’ di soldi per le candeline del Santo, per la pesca di beneficenza, per la colletta pro restauro della cappella, e non rifiuterà certo uno o due euro per il Santino offertogli dal TENGA. Dunque «EL TENGA» è il nuovo nome di un mestiere non nuovo.

FOLCETTEE

«L’HA FAA I FOLCITT», ha fatto i trucchi. Così si dice in tutta la Lombardia, quando qualcuno giocando a carte bara, sostituendo una carta con l’altra. È proprio il fatto di sostituire le carte che è colto da questa espressione. Infatti “folcitt” viene dalla parola latina “fulcimenta”, che erano i pezzi di ricambio delle celebri armature fabbricate in Milano e nel Bresciano fin dal tempo di Roma. Con questo sotterfugio dei pezzi di ricambio una corazza era sempre efficiente, come oggi accade per le automobili. E anche allora c’era il mercato dell’usato, con corazze di seconda mano, piene di buchi rattoppati.

GANIVÈLL

L’espressione viene al milanese dai longobardi, i quali per dire mariuolo dicevano “gannev”. Nel milanese di oggi è il giovanottello un po’ sbruffone, tipo periferia, che fa il galletto con le donne, ha l’auto sportiva, fa il BAUSCIA con i più deboli.

PERSONAGGI IN DIALETTO A…B…C…

ANDEGHEE

Ha il significato di robivecchio o persona antiquata. Da “ande gar” voce celtica che significa “siepe di biancospino” che in latino è detto “andegavium”.
A Milano nella zona dell’attuale via Andegari, c’era parte della cinta difensiva della città celtica formata anche da alberi di biancospino, che presentano grosse spine. Nella via si stabilì una famiglia tedesca di nome Undegardi, inoltre li c’erano le botteghe dei robivecchi. Gli abitanti di via Andegari avevano formato, verso la metà del XIX secolo, un circolo nella stessa via: erano tutti benestanti e restii alle novità, tant’è che si vestivano ancora come nel ‘700 ed è per questo motivo che i giovani li chiamavano “andeghee” prendendo il nome dalla via.

BALABIOTT

Vess on balabiott, secondo un dizionario della libreria Meravigli, vuol dire essere un ballanudo, una persona poco affidabile e senza carattere, ma nella storia della parola c’è qualcosa d’altro: i balabiott erano i ballerini nudi che animavano le feste di Villa Simonetta a Milano, gioiello del Quattrocento in via Stilicone, proprietà di illustri famiglie prima di finire al Comune. All’epoca del conte Scheibler, i balli nudi crearono grande scandalo e la villa fu chiamata de i balabiott.

CIULANDARI

In lingua laghée è un termine spregiativo dai diversi significati, indica chi, in un modo o nell’altro, è considerato un poco di buono, un perditempo, un balengo, uno di cui non fidarsi.

MONTE OLIMPINO – A.D. 1904

A Monte Olimpino, sono venuto ad abi­tare giovane, giovane, quando appena avevo iniziato la mia vita universitaria. Solo da qualche anno si era festeggiato l’inizio del nuovo secolo con solenni fun­zioni di mezzanotte in Duomo e copiose rumorose cene inaffiate da abbondante generoso vino.
Da Monte Olimpino passavo anche pri­ma assai spesso alla domenica per la consueta passeggiata a Chiasso, dove tut­ti i Comaschi si riversavano ad acqui­stare zucchero, caffè, cioccolata e tabac­co, a bere abbondante birra, a ballare al Crotto della Giovannina e al Bagnetta, dove si davano convegno tutte le came­rierine ed i giovanotti della città. Allora naturalmente non si parlava nè di tes­sere di frontiera, nè di passaporti: tutti transitavano liberamente ed il controllo doganale era di manica larga.
Poche case a Monte Olimpino, poche a Ponte Chiasso, la corriera a cavalli di Sioli, con due corse al giorno, una al mattino, l’altra al pomeriggio, portava in città i non molto numerosi passeggeri. A Como luogo di partenza i Tre Re, alla Vignascia fermata obbligatoria all’ombra di un frondoso platano per dar fiato ai cavalli. Ma già si parlava di una tramvia che avrebbe dovuto congiungere la Cit­tà con Chiasso e che di fatto venne inau­gurata nel luglio del 1906.
Da pochi anni erano state costruite le Scuole, che prima avevano sede nella vec­chia Chiesa poi sconsacrata nel 1864 quando fu eretta l’attuale, ma non an­cora era stata costruita la sede della So­cietà Operaia, nè l’Istituto dei Sordomu­ti, e neppure la casa che poi doveva ospi­tare la Cooperativa di Consumo, diretta e portata in floridissime condizioni da un uomo modesto, integerrimo e buon repubblicano, il compianto Ortensi. Lungo l’attuale via Bellinzona solo po­che vecchie case, e davanti alla Chiesa un enorme cumulo di pietre, ricavate dalla costruzione della galleria ferroviaria, che era stata aperta nel 1881, allor­quando venne traforato il Gottardo ed unita l’Italia alla Svizzera ed alla Ger­mania attraverso quell’importantissimo valico.
Ma il Castel Carnasino già da tempo im­memorabile dominava Como, ed il Ca­stello di Quarcino, Chiasso, e da qualche anno Alberto Pisani Dossi, distinto di­plomatico e celebre scrittore della Sca­pigliatura milanese, aveva eretto a Car­dina quella magnifica villa, che ancor oggi ammiriamo, dove egli doveva tra­scorrere nell’infermità gli ultimi anni della sua vita operosa. Nessuna villa ancora era stati costruita sul colle di Monte Olimpino, se si ec­cettui quella attualmente De Mas, cono­sciuta in tutta la Città per il suo tetto in lamiera. Alcuni anni dopo a cura della Società Cooperativa Edificatrice, proprio alla svolta di Roncate, sul pendio che scende verso la Valeria, doveva sorgere un enor­me fabbricato di abitazioni popolari che per la sua architettura e per la sua mole deturpava tutto il colle. Ebbe vita assai breve: durante la grande guerra fu ab­battuto, rifacendosi della spesa di co­struzione colla vendita del materiale ri­cuperato, e del terreno, assai cresciuti di prezzo. Alla Villa Scalini, ora Frigerio, ed alla Villa Croce eretta nel 1914, doveva poi seguire tutto quel complesso di costru­zioni edilizie che ora ammiriamo, e che fanno il poggio di Monte Olimpino tanto bello ed ameno. Castel Carnasino al principio del secolo era proprietà dei Conti Coopmans di Jol­di, famiglia di principesca ospitalità, che apriva le proprie sale a feste e rice­vimenti ed era larga dispensiera delle sue cospicue ricchezze anche in opere di bene.
Nella villa, attualmente Bergomi, ve­niva a trascorrere l’estate l’avv. Sampie­tro, un pezzo grosso del partito cattolico milanese, di cui invidiavo il tiro a due che giornalmente lo portava il mattino alla Stazione di S. Giovanni e lo riportava in villa alla sera.
Quarcino era possedimento dei Conti Reina, una nobile famiglia che ha dato a Como uomini di non comune valore nel campo delle scienze e della politica. Tutti a Monte Olimpino ricordano l’avv. Luigi Reina, che per molti anni ri­coprì cariche importantissime e fu Sin­daco di parte democratica. A Monte Olimpino era particolarmente affezionato: Presidente della Soc. Ope­raia, promosse la costruzione della bella sede attuale, che fu progettata e diretta dal fratello ing. Carlo. Meno noto a Monte Olimpino, dove trascorreva le vacanze estive, il prof. Vin­cenzo Reina, insegnante di geodisia al­l’Università di Roma, il cui valore e la cui fama erano pari alla bontà ed alla modestia.
Nel roccolo di Quarcino ci riunivamo, nelle sere del tardo ottobre, contadini ed amici a mangiar caldarroste inaffiate dal vinello del luogo che si attingeva con boccali di terracotta direttamente da una ricolma brenta.
La sede della Soc. Operaia doveva dare ospitalità alla Filarmonica che fin da allora e per oltre un quarto di secolo fu presieduta dall’avv. Coopmans, tuttora vegeto e sano ed al quale inviamo i no­stri auguri di ancora lunghi anni di vita. Direttore era un valente maestro, il Mer­candalli, che aveva saputo acquistarle lar­ga fama e numerosi allori nei concorsi bandistici. La stessa sede dava pure ospitalità a tutte le iniziative culturali e sportive dell’epoca, perchè anche allora si faceva dello sport e parecchio si operava per la cultura del popolo. Risale infatti al 1908 l’apertura delle Scuole serali e festive destinate a completare l’istruzione dei fi­gli dei nostri lavoratori che allora, a Monte Olimpino, si fermava alla quarta classe elementare. A capo di tutte le manifestazioni locali, per spirito di iniziativa e per attività, ricordo il Battista Moretti, da tanti anni scomparso, e il buono e tanto caro Luigi Molteni, padre dell’Edoardo, che fin d’al­lora, se la memoria non mi falla, era un appassionato suonatore di ottavino, fe­condo oratore e poeta meneghino.
La Chiesa non ancora aveva quel bel concerto di campane di cui solo più tardi fu provvista e che la guerra ci ha por­tato via. Don Antonio Fasoli ne era par­roco, era vicario quella figura caratteristi­ca e popolare di don Vittorio Baj, che solo pochi anni fa moriva carico d’anni, ma vegeto ed arzillo sino agli ultimi suoi giorni. Già allora si parlava di ampliare la Chiesa, già allora don Antonio tutte le domeniche dal pulpito sermoneggiava in tono assai risentito contro la poca mo­destia delle ragazze, che amoreggiavano nascoste dietro i muri e le siepi ed in ore serotine. (O ragazze che mi leggete, non fate cenno alle vostre nonne che mi tac­cerebbero di sfacciato bugiardo).
Proprio all’inizio del secolo era sorta la Fabbrica di Cemento Montandon, che per venticinque anni doveva dare lavoro e pane a tante famiglie di Monte Olim­pino. Capo di quella floridissima fab­brica era lo svizzero Leone Montandon, uomo di rara ed illuminata bontà, che molto ha fatto ed ancor più avrebbe fat­to per Monte Olimpino, se troppo presto non fosse mancato. Precorse i tempi in molte iniziative, nè posso tacere fra le altre l’assunzione di una assistente visi­tatrice per le famiglie dei suoi operai, iniziativa che doveva avere trent’anni dopo tanti benefici sviluppi.
Altre industrie non v’erano, ma fiori­va, come ha sempre fiorito fra noi, il contrabbando. Brogeda era allora famo­sa: bricolle di tabacco e di caffè passa­vano ogni giorno il confine, mentre don­ne e ragazzi facevano il piccolo commer­cio rifornendo poi di coloniali tutte le drogherie di Como e specialmente quelle di Borgovico. A Monte Olimpino e a Ponte Chiasso non c’era nè macellaio, nè salumiere, e tantomeno tabaccaio e droghiere; di que­sti ultimi non se ne sentiva affatto il bi­sogno rifornendosi tutti in Chiasso. Mancava l’acqua, e non si parlava nè di gas e tanto meno di luce elettrica: la illuminazione pubblica si effettuava a mezzo scarsi lampioni ad olio, accesi alla sera da un incaricato che si portava in giro la scala da una parte ed un recipien­te per l’olio dall’altra; riempiva ed ac­cendeva le lampade, che al primo soffio di vento si spegnevano.
Già fin d’allora la popolazione era nel­la sua grande maggioranza ‘rossa’, ma sen­za faziosità e senz’astio. Alle sagre reli­giose tutti partecipavano: falò e lumi­narie alla festa del paese, ma falò e fuo­chi d’artificio anche il 20 settembre; carri mascherati e balera a carnevale. Poca popolazione e tutta indigena, che costi­tuiva una grande e sola famiglia, con tutti i pettegolezzi degli ambienti pic­coli, ma anche con tutta la bontà e la solidarietà nella gioia e nel dolore che dà là vita trascorsa vicino.
A voi, giovani nati dopo l’altra guerra, la descrizione da me fatta di Monte O­limpino al principio dei secolo sembrerà quasi irreale e come di un tempo lonta­no, lontano. La stessa sensazione provavo io, quan­do mio padre mi raccontava di Como pri­ma del 1870 e proveranno i vostri figli quando racconterete loro ciò che avete visto in questi anni fortunosi.

Avv. AMILCARE CASNATI
(scansione ed elaborazione da L’OLIMPO del 14 ottobre 1945 a cura di Franco Romanò)

Sciür dutür, reverissi! quand al vedi ma stremissi…

Elecubrazioni generate da un luuuuungoooo tempo di attesa nello studio del medico di base.

Fra le figure professionali attorno alle quali è maggiormente fiorita, nei nostri dialetti, un’ampia messe di espressioni colorite, modi di dire e filastrocche, tra l’ironico e l’irriverente, vi è senz’altro quella del medico.
Per lungo tempo i medici e la medicina scientifica sono stati guardati con diffidenza dalla popolazione, più portata a credere all’efficacia dei rimedi della tradizione popolare attinti dall’esperienza e tramandati da generazione in generazione e delle cure di flebotomi, cavadenti, praticoni e ciarlatani, che proponevano pratiche non di rado raccapriccianti e altamente nocive.
L’intervento dei medici veniva richiesto solo in casi di estrema gravità, quando spesso ormai non c’era più nulla da fare e quando purtroppo metodi poco ortodossi avevano già tragicamente infierito: per guarire la morsicatura di un cane rabbioso si praticavano ad esempio profonde incisioni nella ferita per poi lavarla con acqua salata e cauterizzarla con l’applicazione di un ferro rovente, oppure si consigliava di bollire e mangiare la testa del cane infetto nonché il suo fegato.
Per vari disturbi ed affezioni si applicavano sanguisughe, impiastri di calce, sterco caprino, lumache schiacciate, si somministravano topi arrostiti, lombrichi fritti, pidocchi vivi. Per alleviare i problemi di stitichezza il rimedio più potente era senz’altro ur manigh dul scervísc, il manico dello schiumatoio, onde si soleva dire: fatt iütá dala tua mam cunt ul manigh dul scervísc.
Molti interventi di chirurgia minuta erano praticati dai barbieri, le comari o mammane erano designate dal parrocco, che non di rado svolgeva personalmente anche il ruolo di medico. Per non parlare poi delle pratiche rituali che facevano capo al divino o al soprannaturale, poiché, come si usava dire al var püssée un zicch da Signür che cent mila dutür.
Questo clima di diffidenza e sfiducia verso la scienza medica e i suoi rappresentanti è ben visibile nell’oralità dialettale della nostra gente, come appare da alcune testimonianze, tutte normalmente incentrate su aspetti negativi legati all’operato, all’efficacia, all’affidabilità dei medici e della medicina.
Il medico è visto anzitutto come un saccentone presuntuoso, sputasentenze, curiosone, intrigante, chiacchierone. Lo si chiama con disprezzo scanabécch, becamòrt, squartagatt, mazzagént, mazzacan, macelár, dutür da l’aqua frésca, di cai, dela malva còta, di gamb di pèguri. Il medico ha la paténta da mazzaa la sgént, e diventa così un ingrassacampusant. E siccome, inevitabilmente, l’erür dal dutür l’è cuerciaa cola tèra non poteva che essere diffusa l’opinione secondo la quale al var püssée un asan viv che un dutür mòrt.
Anche per le malattie dello spirito esistevano numerosi pregiudizi e superstizioni: si riteneva ad esempio che la pazzia fosse di natura ereditaria, o che si trattasse di un castigo divino. Alcuni sostenevano che certi cibi ne fossero la causa; fra questi le noci cotte, forse perché è da pazzi farle cuocere. Non mancavano poi verità proverbiali che sentenziavano, ad esempio, che óm pelus, o matt o virtuós.
E questo ci introduce al finale alla Erasmo da Rotterdam.
“La pazzia oggidì sempre più si manifesta nei bevitori di liquori ed amanti che si scaldano la testa. La pazzia è all’ordine del giorno per l’eredità lasciataci dai nostri progenitori (sangue guasto, debole, vizioso e corrotto). Non si diventa pazzo senza un perché. I soverchi vizi, il troppo studio, l’amore sviscerato, gli affari rovinosi, i pensieri alterati, l’avidità del danaro e delle ricchezze, le superstizioni, certe credenze subdole ed ingannatrici, le letture oscene sono la causa della pazzia… Bisogna procurare di tenersi possibilmente lontani dai matti quanto dagli avvocati. Per cura degli alienati date loro poco e buon vino, cibi sani ed abbondanti, passeggiate amene onde possano respirare a doppi polmoni, nessuna occupazione, divertimenti continuati d’ogni genere e così la pazzia a poco a poco sparirà. Un matto il più delle volte guarisce con un buon salasso. Con dei buoni e replicati colpi di randelli il più delle volte si pazientano e guariscono i mattarelli.”

da Amministrazione 2000 – ti.ch