Memorie

DOVE FINIRA’ IL MUSEO RIVAROSSI?

La leggenda vuole che l’ingegner Alessandro Rossi, ai tempi in cui la sua Rivarossi andava a gonfie vele e produceva i trenini più belli del mondo, mandasse ogni anno un suo emissario alla fiera di collezionismo di Norimberga, in Germania, per acquistare una copia di ogni nuovo modello dei rivali. Così in quarant’anni di storia il museo della Rivarossi era diventato il più grande e importante al mondo: completo di tutti modelli prodotti dall’azienda comasca dal 1946, più altre centinaia di pezzi unici di marchi come Lima, Jouef, Arnold, Roco.

Quando nel 2004 la Hornby Hobbies acquistò il marchio, per otto milioni di euro, la sterminata collezione venne inscatolata e finì nel Kent, in museo nel parco di divertimenti del colosso del fermodellismo britannico.

Tredici anni dopo, il tesoro rischia di andare definitivamente perduto, smembrato e venduto a centinaia di collezionisti privati in tutto il mondo, da un compratore – “Rails of Sheffield”…? – che ha acquistato a sua volta la collezione dalla Hornby, nel frattempo finita in cattive acque.

Un colpo al cuore per migliaia di collezionisti italiani che avevano sperato, prima o poi, di poter riportare in Italia il sogno proibito della generazione che visse la sua infanzia dagli anni ’50 fino all’inizio degli anni ’80, prima che arrivasse il dominio dei videogiochi.

Finché la collezione era di proprietà della Hornby qualcuno ha anche accarezzato l’idea di ricomprarla e organizzarla in un museo, ma ora l’impresa sembra davvero impossibile.

Questa volta il trenino si è rotto davvero.

MONTE OLIMPINO – A.D. 1904

A Monte Olimpino, sono venuto ad abi­tare giovane, giovane, quando appena avevo iniziato la mia vita universitaria. Solo da qualche anno si era festeggiato l’inizio del nuovo secolo con solenni fun­zioni di mezzanotte in Duomo e copiose rumorose cene inaffiate da abbondante generoso vino.
Da Monte Olimpino passavo anche pri­ma assai spesso alla domenica per la consueta passeggiata a Chiasso, dove tut­ti i Comaschi si riversavano ad acqui­stare zucchero, caffè, cioccolata e tabac­co, a bere abbondante birra, a ballare al Crotto della Giovannina e al Bagnetta, dove si davano convegno tutte le came­rierine ed i giovanotti della città. Allora naturalmente non si parlava nè di tes­sere di frontiera, nè di passaporti: tutti transitavano liberamente ed il controllo doganale era di manica larga.
Poche case a Monte Olimpino, poche a Ponte Chiasso, la corriera a cavalli di Sioli, con due corse al giorno, una al mattino, l’altra al pomeriggio, portava in città i non molto numerosi passeggeri. A Como luogo di partenza i Tre Re, alla Vignascia fermata obbligatoria all’ombra di un frondoso platano per dar fiato ai cavalli. Ma già si parlava di una tramvia che avrebbe dovuto congiungere la Cit­tà con Chiasso e che di fatto venne inau­gurata nel luglio del 1906.
Da pochi anni erano state costruite le Scuole, che prima avevano sede nella vec­chia Chiesa poi sconsacrata nel 1864 quando fu eretta l’attuale, ma non an­cora era stata costruita la sede della So­cietà Operaia, nè l’Istituto dei Sordomu­ti, e neppure la casa che poi doveva ospi­tare la Cooperativa di Consumo, diretta e portata in floridissime condizioni da un uomo modesto, integerrimo e buon repubblicano, il compianto Ortensi. Lungo l’attuale via Bellinzona solo po­che vecchie case, e davanti alla Chiesa un enorme cumulo di pietre, ricavate dalla costruzione della galleria ferroviaria, che era stata aperta nel 1881, allor­quando venne traforato il Gottardo ed unita l’Italia alla Svizzera ed alla Ger­mania attraverso quell’importantissimo valico.
Ma il Castel Carnasino già da tempo im­memorabile dominava Como, ed il Ca­stello di Quarcino, Chiasso, e da qualche anno Alberto Pisani Dossi, distinto di­plomatico e celebre scrittore della Sca­pigliatura milanese, aveva eretto a Car­dina quella magnifica villa, che ancor oggi ammiriamo, dove egli doveva tra­scorrere nell’infermità gli ultimi anni della sua vita operosa. Nessuna villa ancora era stati costruita sul colle di Monte Olimpino, se si ec­cettui quella attualmente De Mas, cono­sciuta in tutta la Città per il suo tetto in lamiera. Alcuni anni dopo a cura della Società Cooperativa Edificatrice, proprio alla svolta di Roncate, sul pendio che scende verso la Valeria, doveva sorgere un enor­me fabbricato di abitazioni popolari che per la sua architettura e per la sua mole deturpava tutto il colle. Ebbe vita assai breve: durante la grande guerra fu ab­battuto, rifacendosi della spesa di co­struzione colla vendita del materiale ri­cuperato, e del terreno, assai cresciuti di prezzo. Alla Villa Scalini, ora Frigerio, ed alla Villa Croce eretta nel 1914, doveva poi seguire tutto quel complesso di costru­zioni edilizie che ora ammiriamo, e che fanno il poggio di Monte Olimpino tanto bello ed ameno. Castel Carnasino al principio del secolo era proprietà dei Conti Coopmans di Jol­di, famiglia di principesca ospitalità, che apriva le proprie sale a feste e rice­vimenti ed era larga dispensiera delle sue cospicue ricchezze anche in opere di bene.
Nella villa, attualmente Bergomi, ve­niva a trascorrere l’estate l’avv. Sampie­tro, un pezzo grosso del partito cattolico milanese, di cui invidiavo il tiro a due che giornalmente lo portava il mattino alla Stazione di S. Giovanni e lo riportava in villa alla sera.
Quarcino era possedimento dei Conti Reina, una nobile famiglia che ha dato a Como uomini di non comune valore nel campo delle scienze e della politica. Tutti a Monte Olimpino ricordano l’avv. Luigi Reina, che per molti anni ri­coprì cariche importantissime e fu Sin­daco di parte democratica. A Monte Olimpino era particolarmente affezionato: Presidente della Soc. Ope­raia, promosse la costruzione della bella sede attuale, che fu progettata e diretta dal fratello ing. Carlo. Meno noto a Monte Olimpino, dove trascorreva le vacanze estive, il prof. Vin­cenzo Reina, insegnante di geodisia al­l’Università di Roma, il cui valore e la cui fama erano pari alla bontà ed alla modestia.
Nel roccolo di Quarcino ci riunivamo, nelle sere del tardo ottobre, contadini ed amici a mangiar caldarroste inaffiate dal vinello del luogo che si attingeva con boccali di terracotta direttamente da una ricolma brenta.
La sede della Soc. Operaia doveva dare ospitalità alla Filarmonica che fin da allora e per oltre un quarto di secolo fu presieduta dall’avv. Coopmans, tuttora vegeto e sano ed al quale inviamo i no­stri auguri di ancora lunghi anni di vita. Direttore era un valente maestro, il Mer­candalli, che aveva saputo acquistarle lar­ga fama e numerosi allori nei concorsi bandistici. La stessa sede dava pure ospitalità a tutte le iniziative culturali e sportive dell’epoca, perchè anche allora si faceva dello sport e parecchio si operava per la cultura del popolo. Risale infatti al 1908 l’apertura delle Scuole serali e festive destinate a completare l’istruzione dei fi­gli dei nostri lavoratori che allora, a Monte Olimpino, si fermava alla quarta classe elementare. A capo di tutte le manifestazioni locali, per spirito di iniziativa e per attività, ricordo il Battista Moretti, da tanti anni scomparso, e il buono e tanto caro Luigi Molteni, padre dell’Edoardo, che fin d’al­lora, se la memoria non mi falla, era un appassionato suonatore di ottavino, fe­condo oratore e poeta meneghino.
La Chiesa non ancora aveva quel bel concerto di campane di cui solo più tardi fu provvista e che la guerra ci ha por­tato via. Don Antonio Fasoli ne era par­roco, era vicario quella figura caratteristi­ca e popolare di don Vittorio Baj, che solo pochi anni fa moriva carico d’anni, ma vegeto ed arzillo sino agli ultimi suoi giorni. Già allora si parlava di ampliare la Chiesa, già allora don Antonio tutte le domeniche dal pulpito sermoneggiava in tono assai risentito contro la poca mo­destia delle ragazze, che amoreggiavano nascoste dietro i muri e le siepi ed in ore serotine. (O ragazze che mi leggete, non fate cenno alle vostre nonne che mi tac­cerebbero di sfacciato bugiardo).
Proprio all’inizio del secolo era sorta la Fabbrica di Cemento Montandon, che per venticinque anni doveva dare lavoro e pane a tante famiglie di Monte Olim­pino. Capo di quella floridissima fab­brica era lo svizzero Leone Montandon, uomo di rara ed illuminata bontà, che molto ha fatto ed ancor più avrebbe fat­to per Monte Olimpino, se troppo presto non fosse mancato. Precorse i tempi in molte iniziative, nè posso tacere fra le altre l’assunzione di una assistente visi­tatrice per le famiglie dei suoi operai, iniziativa che doveva avere trent’anni dopo tanti benefici sviluppi.
Altre industrie non v’erano, ma fiori­va, come ha sempre fiorito fra noi, il contrabbando. Brogeda era allora famo­sa: bricolle di tabacco e di caffè passa­vano ogni giorno il confine, mentre don­ne e ragazzi facevano il piccolo commer­cio rifornendo poi di coloniali tutte le drogherie di Como e specialmente quelle di Borgovico. A Monte Olimpino e a Ponte Chiasso non c’era nè macellaio, nè salumiere, e tantomeno tabaccaio e droghiere; di que­sti ultimi non se ne sentiva affatto il bi­sogno rifornendosi tutti in Chiasso. Mancava l’acqua, e non si parlava nè di gas e tanto meno di luce elettrica: la illuminazione pubblica si effettuava a mezzo scarsi lampioni ad olio, accesi alla sera da un incaricato che si portava in giro la scala da una parte ed un recipien­te per l’olio dall’altra; riempiva ed ac­cendeva le lampade, che al primo soffio di vento si spegnevano.
Già fin d’allora la popolazione era nel­la sua grande maggioranza ‘rossa’, ma sen­za faziosità e senz’astio. Alle sagre reli­giose tutti partecipavano: falò e lumi­narie alla festa del paese, ma falò e fuo­chi d’artificio anche il 20 settembre; carri mascherati e balera a carnevale. Poca popolazione e tutta indigena, che costi­tuiva una grande e sola famiglia, con tutti i pettegolezzi degli ambienti pic­coli, ma anche con tutta la bontà e la solidarietà nella gioia e nel dolore che dà là vita trascorsa vicino.
A voi, giovani nati dopo l’altra guerra, la descrizione da me fatta di Monte O­limpino al principio dei secolo sembrerà quasi irreale e come di un tempo lonta­no, lontano. La stessa sensazione provavo io, quan­do mio padre mi raccontava di Como pri­ma del 1870 e proveranno i vostri figli quando racconterete loro ciò che avete visto in questi anni fortunosi.

Avv. AMILCARE CASNATI
(scansione ed elaborazione da L’OLIMPO del 14 ottobre 1945 a cura di Franco Romanò)

Sciür dutür, reverissi! quand al vedi ma stremissi…

Elecubrazioni generate da un luuuuungoooo tempo di attesa nello studio del medico di base.

Fra le figure professionali attorno alle quali è maggiormente fiorita, nei nostri dialetti, un’ampia messe di espressioni colorite, modi di dire e filastrocche, tra l’ironico e l’irriverente, vi è senz’altro quella del medico.
Per lungo tempo i medici e la medicina scientifica sono stati guardati con diffidenza dalla popolazione, più portata a credere all’efficacia dei rimedi della tradizione popolare attinti dall’esperienza e tramandati da generazione in generazione e delle cure di flebotomi, cavadenti, praticoni e ciarlatani, che proponevano pratiche non di rado raccapriccianti e altamente nocive.
L’intervento dei medici veniva richiesto solo in casi di estrema gravità, quando spesso ormai non c’era più nulla da fare e quando purtroppo metodi poco ortodossi avevano già tragicamente infierito: per guarire la morsicatura di un cane rabbioso si praticavano ad esempio profonde incisioni nella ferita per poi lavarla con acqua salata e cauterizzarla con l’applicazione di un ferro rovente, oppure si consigliava di bollire e mangiare la testa del cane infetto nonché il suo fegato.
Per vari disturbi ed affezioni si applicavano sanguisughe, impiastri di calce, sterco caprino, lumache schiacciate, si somministravano topi arrostiti, lombrichi fritti, pidocchi vivi. Per alleviare i problemi di stitichezza il rimedio più potente era senz’altro ur manigh dul scervísc, il manico dello schiumatoio, onde si soleva dire: fatt iütá dala tua mam cunt ul manigh dul scervísc.
Molti interventi di chirurgia minuta erano praticati dai barbieri, le comari o mammane erano designate dal parrocco, che non di rado svolgeva personalmente anche il ruolo di medico. Per non parlare poi delle pratiche rituali che facevano capo al divino o al soprannaturale, poiché, come si usava dire al var püssée un zicch da Signür che cent mila dutür.
Questo clima di diffidenza e sfiducia verso la scienza medica e i suoi rappresentanti è ben visibile nell’oralità dialettale della nostra gente, come appare da alcune testimonianze, tutte normalmente incentrate su aspetti negativi legati all’operato, all’efficacia, all’affidabilità dei medici e della medicina.
Il medico è visto anzitutto come un saccentone presuntuoso, sputasentenze, curiosone, intrigante, chiacchierone. Lo si chiama con disprezzo scanabécch, becamòrt, squartagatt, mazzagént, mazzacan, macelár, dutür da l’aqua frésca, di cai, dela malva còta, di gamb di pèguri. Il medico ha la paténta da mazzaa la sgént, e diventa così un ingrassacampusant. E siccome, inevitabilmente, l’erür dal dutür l’è cuerciaa cola tèra non poteva che essere diffusa l’opinione secondo la quale al var püssée un asan viv che un dutür mòrt.
Anche per le malattie dello spirito esistevano numerosi pregiudizi e superstizioni: si riteneva ad esempio che la pazzia fosse di natura ereditaria, o che si trattasse di un castigo divino. Alcuni sostenevano che certi cibi ne fossero la causa; fra questi le noci cotte, forse perché è da pazzi farle cuocere. Non mancavano poi verità proverbiali che sentenziavano, ad esempio, che óm pelus, o matt o virtuós.
E questo ci introduce al finale alla Erasmo da Rotterdam.
“La pazzia oggidì sempre più si manifesta nei bevitori di liquori ed amanti che si scaldano la testa. La pazzia è all’ordine del giorno per l’eredità lasciataci dai nostri progenitori (sangue guasto, debole, vizioso e corrotto). Non si diventa pazzo senza un perché. I soverchi vizi, il troppo studio, l’amore sviscerato, gli affari rovinosi, i pensieri alterati, l’avidità del danaro e delle ricchezze, le superstizioni, certe credenze subdole ed ingannatrici, le letture oscene sono la causa della pazzia… Bisogna procurare di tenersi possibilmente lontani dai matti quanto dagli avvocati. Per cura degli alienati date loro poco e buon vino, cibi sani ed abbondanti, passeggiate amene onde possano respirare a doppi polmoni, nessuna occupazione, divertimenti continuati d’ogni genere e così la pazzia a poco a poco sparirà. Un matto il più delle volte guarisce con un buon salasso. Con dei buoni e replicati colpi di randelli il più delle volte si pazientano e guariscono i mattarelli.”

da Amministrazione 2000 – ti.ch

LA SAGRA DE QUARZIN

Den-den, Den-den, Den-den,

Campanela benedeta
set mai stufa da sunà?
La tua gent in la geseta
l’è già denter a pregà.

L’altarin ben infiuraa
de mughitt e margheritt
tutt in gir l’è illuminaa
d’i fiamell de cent lumitt.

Se deseda ul campanin
per la sagra de Quarzin
el se sfoga tutt i ann
per fagh festa ai pajsan.

I regiüü dopu la Messa
se la cüntan sul sagraa;
la massera la g’ha pressa
de na a cà e mett sù ‘l stuvaa.

Sota i tecc di pajsan,
che fan part del vecc Castell,
gh’è la pas insema al pan
e ‘n buccaa de bun vinell.

La campagna sota i ragg
del prim soo del mes de magg,
col so verd e i so bei fiur
l’è una festa de culur.

Dopu ‘l Vespru, un furmighee:
gent che vegn a good ul bell
den pei praa e pei sentee,
gent che canta in del Crutell.

Riva lì i Musicant,
taccan subit a sonaa…
sota i frasch dela cassina
i bagai in dree a balaa.

La giurnada la va in finn,
vegn la sira in sul Castell
e la sagra de Quarzin
la finiss al ciar di stell.

PINO MARZORATI da Maslianico “Marzopino”

25 APRILE 1945 – MONTE OLIMPINO

Il 25 aprile 1945 al valico di Chiasso si ebbe la chiara sensazione di un’imminente partenza dei presidiatori tedeschi. La città era stata consegnata al Comitato di Liberazione e Milano era già stata occupata dai Partigiani.
Nella mattinata del 26 aprile 1945 anche tutti gli edifici statali della Regia Dogana internazionale alla stazione di Chiasso vennero occupati da funzionari badogliani, dipendenti della legazione italiana di Berna. Il trapasso delle consegne venne legalizzato dal Console d’Italia a Lugano, il quale già a Chiasso la mattina presto, si era messo in contatto con le autorità svizzere, informandole della legalizzazione e della rego- larizzazione del trapasso a cui intendeva sovraintendere.
Quando ormai si credeva tutto sistemato, ecco che inaspettatamente nel tardo pomeriggio del 27 aprile 1945 giunse a Pontechiasso una colonna di militari tedeschi armati di tutto punto con l’intenzione di passare in Svizzera. Nel frattempo altri militari tedeschi (ufficiali delle SS e militi della marina) si erano aggiunti, portando così a trecento il numero di chi cercava di entrare, anche con la forza. Le  Autorità svizzere avevano vietato l’entrata e le autorità militari avevano preso tutte le misure atte a far rispettare la decisione del Consiglio federale.
Verso la mezzanotte ebbe luogo una sparatoria fra gruppi di Tedeschi e Partigiani che li attaccavano. Alla una di notte a Monte Olimpino si udirono suonare le campane a festa e dalla regione di Como lo sparo a salve dei cannoni, che annunciavano l’arrivo delle avanguardie americane a Como. Il Comando militare svizzero intensificò le misure protettive e alle due di notte diede l’ordine di evacuare completamente la popolazione civile da tutta la zona compresa fra la dogana svizzera fin quasi all’altezza di Piazza Indipendenza. Frattanto piccoli gruppi di Tedeschi erano riusciti ad entrare in Svizzera dalla regione boschiva e chiedevano di potersi consegnare.
I Tedeschi al valico non intendevano consegnare le armi, né ai Partigiani, né agli Americani. Chiedevano di essere accettati in Svizzera ma il permesso non veniva concesso dalle autorità. Alle prime ore del 28 aprile 1945 giungeva a Chiasso il Col. Mario Martinoni, Comandante del reggimento fanteria ticinese 32, il quale si mise in comunicazione con Berna, ma il Consiglio federale si manteneva sulla decisione del blocco alla frontiera nei confronti di qualsiasi militare. Il Col. Martinoni, unitamente al Capitano Regli e al capo della Questura italiana, si recò quindi a Como a parlamentare con il Comando americano della Divisione blindata, giunta nella notte, e stazionato all’albergo Metropole Suisse. Venne deciso che una pattuglia americana sarebbe stata inviata a Pontechiasso a prendere in consegna i Tedeschi preventivamente disarmati dall’intervento del Col. Martinoni presso il Comando tedesco. La pattuglia americana avrebbe atteso a Monte Olimpino finché i Tedeschi non avessero deposto le armi. E così avvenne, grazie all’opera di convincimento del Col. Martinoni. Il carico di esplosivi con gli autocarri con più di 12 tonnellate di esplosivo e munizioni entrò in Svizzera e venne convogliato all’interno del Paese. Giunsero quindi una trentina di Americani comandati da un maggiore, che caricò le armi deposte e i tedeschi seguirono la autoblinde in direzione di Como.

Un mezzo corazzato degli alleati scorta i soldati tedeschi verso Como.Gli abitanti di Ponte Chiasso osservano. E’ il 28 aprile 1945
(Foto di Christian Schiefer).

LA FILOVIA

C’è stato un tempo nel quale una semplice panchina era il capolinea di un viaggio. Andavo con la mia mamma a Ponte Chiasso, nel negozio di alimentari di papà! Mentre aspettavamo la filovia, se era estate, la panchina ne era la sua manifesta rappresentazione. Su quelle gambette da merlo che spuntavano dai pantaloncini corti, il sole accumulato durante il giorno, sembrava rilasciare la potenza di un fuoco inimmaginabile, se era inverno, invece, il suo gelido sedile era una tortura, poco mitigata dai primi pantaloni lunghi di lana. La panchina come luogo di attesa per assaporare la partenza.
Il viaggio verso Ponte Chiasso che, negli occhi di un bambino, era terra di confine, di avventura, di scoperta. E come era piacevolmente ruvido il suo granito che “grattuggiavi” sotto le dita mentre aspettavi! La filovia la vedevi arrivare quando passava il tabacchino, e tutti si alzavano in piedi, poi si saliva su, prima le donne ed i bambini quindi gli altri. E per le donne c’era sempre un posto a sedere. L’avventura era iniziata, già lì avevo modo di incontrare nuove persone, il bigliettaio che conosceva tutti, perché tutti prendevano la filovia, e poi quanti, di Monte Olimpino, andavano a Chiasso per prendere il “pacchetto”, ricordate? (½ kg. di zucchero e di caffè, i dadi, 2 pacchetti di sigarette e il cioccolato svizzero; ambito premio per i bambini buoni, presente in ogni casa). L’Italia di confine e dei piccoli traffici illeciti viaggiava sulla filovia. Vedevo alcuni, nel retro del negozio di papà, che toglievano da sotto la camicia quegli extra pacchetti di sigarette, contrabbandati con la “complicità” di qualche “paspina” e poi fuggivano verso casa con la refurtiva, prendendo la filovia.
Qualcuno osava di più in quel commercio, e aspettava una mamma complice che trasportava una più grande refurtiva nei pannolini dei neonati, che allora si fasciavano con bende e non erano uso e getta. Un breve scambio in silenzio, un’occhiata di intesa che significava “a domani” e via…, mai visto soldi in quegli scambi, chissà come venivano regolate le pendenze pattuite sulla parola? Ma il traffico esisteva anche in senso opposto, vino nelle borracce, prosciutto infilato nelle fodere delle giacche e polli che passavano da balcone a balcone, sui fili per stendere la biancheria, di case di confine troppo vicine per richiedere un passaporto. E poi le grandi auto americane che contrabbandavano la benzina, grazie ai loro serbatoi giganti, a chi, non avendo l’assicurazione, non poteva trarre il vantaggio del risparmio sul pieno oltreconfine. E allora travasi in piccoli garage e, qualche volta, qualche scoppio causato da incauti.
Certo anche contrabbandieri di valuta e di chissà quali altre cosa, ma questo non mi affascinava. Mio padre non ha mai fatto contrabbando e in casa nostra l’aggio del confine lo abbiamo solo vissuto di riflesso. Grazie papà! Questa era la mia Casablanca! Arrivavo in negozio, facevo merenda, poi scappavo nel vecchio piazzale della dogana, allora aperto a tutti, dove con altri bambini rovistavamo tra i carrelli in cerca di qualche esotica traccia o inventandoci viaggi, coi nostri camion fatti di cartoni abbandonati. Nel 1968 infine, il mio papà ha trasferito il suo negozio a Monte Olimpino, io non ho più preso la filovia, che qualche lungimirante burocrate ha poi dismesso, e Ponte Chiasso è rimasto nel mio immaginario come la porta di un un’Europa che da lì a breve avrei cominciato a visitare. La panchina non c’è più, neppure la fermata c’è più.  L’autobus ha sostituito la filovia, il biglietto si fa a terra e non c’è più il bigliettaio, con la sua borsa nera e la scatola dove divideva le monetine e che nessuno si sarebbe sognato di rubare.

MARCO COLZANI da nelquartiere.it

28 LUGLIO 1914

MONTE OLIMPINO

TIPOLOGIA:
MONUMENTO AI CADUTI (tutte le Guerre)
UBICAZIONE:
via Bellinzona (piazza definita “piazzale degli Alpini”)
COORDINATE GEOGRAFICHE:
N 45.8250 E 9.0503
PROMOTORE:
“Comitato Esecutivo per l’erezione di un Monumento ai Caduti in Guerra della frazione di Monte Olimpino”
PROGETTISTA:
arch. Filippo PELLA
ESECUTORE:
scultore Pietro CLERICI
DESCRIZIONE:
Stele raffigurante figura femminile, sormontata da capitello recante l’epigrafe “ARMA QUIESCANT” e, nella parte inferiore, l’epigrafe “AI NOSTRI EROI MCMXV – MCMXVIII”; sulla fiancata sinistra, lapide con epigrafe dei nominativi dei Caduti della I^ Guerra Mondiale; sulla fiancata destra, lapide con epigrafe dei nominativi dei Caduti “1935-36”(A.O.),  del “1940-45” e dei DISPERSI; sulla fiancata posteriore, lapide con epigrafe, sormontata da simbologia non riconoscibile, recante la dicitura “RICORDATE QUESTI EROI CHE MORTI PER LA NUOVA GLORIA D’ITALIA ETERNAMENTE VIVONO NUMI TUTELARI DEL VOSTRO AVVENIRE”
INAUGURAZIONE:
09.11.1924; consegnato al Comune di Como con atto n. 9540 REP. In data 31.01.1925
OPERE SUCCESSIVE:
a) ripristino (delibera di Giunta Comunale n. 875 in data 10.10.1960)
b) apposizione, alla base del monumento, di fiaccola votiva.