Vœuja de Natal

Col cœur an'mò ingarbiaa in de la cassina
el se bestira i òss l'ultim paisan,
e la candela pizza in la bosia
la mett in ciar i barlafus d'un temp:
la bròcca in del tripee portacadin,
l'acquasantin e la Maria Bambina
fassada in de la cuna d'un veder a campana.
E l'œucc el curr sui trav e sul camin
con dent an'mò freguj de scendra antiga.
La vœuja de Natal l'è lì con lù
sul materass de fœuja de melgon.
La vœuja d'un Natal come una vòlta,
con tanti vos che riven de lontan,
come in d'un sògn...
Vos de tusann che canten sul sentee...
là in fond... tra i fontanitt... visin al Lamber...
"Tu scendi dalle stelle..."
Sù dunca! Riva gent!
Gh'è chi el Natal, Natal come 'na vòlta...
Mett ul pariœu sul fœugh...
canela, acqua e saa, farina gialda...
e...alé...òli de gumbat.
Se sgrana trii rosari
e se la cuntom sù dent in la stalla.
Gh'è chì l'Armida, quella di ricamm,
el Gino cavallant cunt el clarin...
i fiœu ch'hinn mai cressuu, el bergamin.
Tra el pòrtich e la stala... quanta gent...
ghe vœur an'mò un quej scagn, una bancheta
e un para de fiaschitt... per la polenta.
Se smorza la candela sul ciffon,
el gatt al s'è fognaa in d'un quej canton
e intant l'ultim paisan
el nega in d'un bell sògn...
e par ch'el rida.

Marco Candiani

MEMORIE LARIANE di Renzo Romano

Sessant’anni fa.
Io c’ero, Ponte Chiasso e dintorni erano i luoghi del mio vivere. Pallide tracce di quei tempi oggi si intravedono appena, invece immutati li ritrovo se mi affido agli occhi e ai profumi della memoria.

I palazzi della dogana.

Vi abitavano gli ispettori, i funzionari con le loro famiglie e i figli. Gerardo, la sua bella sorella Teresa che, ahimé, puntualmentela mamma faceva sparire quando andavamo a giocare a casa sua. Peppino aveva una favolosa collezione di soldatini di piombo e una bicicletta con il cambio e la luce dello stop che si accendeva a ogni frenata. Giusto era rosso di capelli, il papà aveva una rivendita di vini. Luigino, un padre severo e una madre troppo apprensiva. Francesco, di qualche anno più grande, aveva un solaio pieno di giornalini a fumetti che mi dava generosamente in cambio dei vecchi “Grand Hotel” che mia madre comperava ogni settimana. E poi Elena e Gemma. Con la mamma e il papà ispettore vennero ad abitare sopra la dogana con grande soddisfazione mia e dei miei amici. Erano i tempi delle prime pulsioni ormonali, Gemma era carina, Elena era una ragazza bella davvero. Ma dopo pochi mesi, con grande dispiacere di noi maschietti, tutti “cotti” della bella Elena, vedemmo comparire affacciato sul terrazzo Michelino, unico figlio del nuovo ispettore con una mamma professoressa di latino per di più severissima… Decisamente non fu un cambio fortunato. Contente invece Liliana, Roberta, Rosanna, Paolina, amiche da sempre, che con la partenza di Elena ritornarono al centro dei nostri primi pruriti adolescenziali.

La Maiocca.

Quell’inverno di tant’anni fa ci fu una nevicata straordinaria. Mi ricordo che per andare da casa al giornalaio dall’altra parte della piazza dovevo passare tra due muri di neve più alti di me. Fu quella una stagione invernale fantastica per noi ragazzi. Io avevo una favolosa slitta di legno a due posti, me l’aveva portata Gesù Bambino il Natale dell’anno prima. Gesù Bambino, guai a non crederci. Quando scoprii nell’armadio della camera dei miei il regalo che mi avrebbe portato Gesù Bambino mi tenni per me la scoperta… E feci bene perché rivelarlo avrebbe significato la fine di una bella favola e soprattutto addio regali. Ogni pomeriggio partivamo da casa in fila indiana, ognuno con la propria slitta trainata da una robusta corda, per le piste innevate della Maiocca, la montagna che sovrasta Ponte Chiasso. Si percorreva via Bellinzona, si girava a destra, si passava sotto il tunnel della ferrovia, e poco dopo il cancello che delimitava i magazzini frigoriferi ci si trovava ai piedi della Maiocca.
Ai magazzini frigoriferi si faceva il ghiaccio che mia mamma metteva nella ghiacciaia per tenere in fresco l’acqua piena di bollicine grazie alle bustine di Idrolitina, il vino o la birra che mio padre mi mandava a comperare a Chiasso dal Mascetti. D’estate con quel ghiaccio si faceva la granita alla menta o più spesso al caffè. Per tritare il ghiaccio se ne avvolgeva un pezzo in un fazzoletto, quindi lo si riduceva in frammenti con il pesta-bistecche. Il ghiaccio, enormi parallelepipedi, lo portava ogni giorno il “giazeè” con un carretto trainato da un cavallo. Annunciava il suo arrivo nel cortile di casa con una tromba, mia madre scendeva con un asciugamani nel quale poneva le venticinque lire di ghiaccio.
La pista delle slitte si inerpicava per la Maiocca. La prima parte lungo un grande prato, poi si insinuava nel bosco per arrivare quasi alla cima della montagna. Era, quest’ultimo tratto, riservato ai più bravi ed audaci; gli altri, prudenti o incapaci, si limitavano a scendere lungo il percorso sul prato. Al termine della discesa c’era comunque per tutti un ostacolo impegnativo e pericoloso: un ruscello che doveva essere saltato di slancio per poi planare nella parte finale della pista. Una volta Giusto, uno dei più temerari, uno che partiva dalla cima della Maiocca, finì malamente nel fosso a causa di un tratto di pista ghiacciato. Lo vedemmo letteralmente volare nel ruscello, eravamo tutti spaventati e non sapevamo che cosa fare. Dopo qualche istante, lo vedemmo emergere miracolosamente dal fossato. Inzuppato d’acqua, stringeva in una mano la corda con la slitta mentre con l’altra si massaggiava il sedere per la botta subita.Tirammo tutti un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo. Anche Marzio, l’unico della nostra banda di sciatori in erba che aveva gli sci. Questi erano attrezzi da ricchi, e Marzio lo era. La slitta era popolare, ce l’avevano tutti. Allora era campione osannato e amato, vincitore di Olimpiadi e Campionati del mondo, il grandissimo Zeno Colò. La televisione era ancora da venire nelle nostre case, le sue discese erano raccontate alla radio e i giornali gli riservavano titoli e foto a tutta pagina. Nessuno di noi lo aveva mai visto sciare, eppure era una leggenda. La mia vecchia slitta ce l’ho ancora, in un angolo del box, sembra nuova. L’ho promessa a mio nipote Giulio, cinque anni. La Maiocca (chissà se la pista c’è ancora!) lo aspetta.

Discussiun par la cassœula

Ul Luisin l’è scià de not
cun’na sgorba de verz cott,
riva a taj de l’Angiulin,
che’l ga dis – Che bel casin –

– Ula verza inscì scùtada
l’ha ma par una vacada,
che la verza “è sempar bona”
ma la pert ul so’ aroma,
e pœ… van giò pel’lavandin
sali, gust e protein.-

Salta dent ul Rescaldin,
la sentù un pu de casin,
el ga dis: – Anca mi a fù insci,
ala sera o al mesdì. –

Ma la roba puse bela,
l’è che metum in padela
un zichin de alegria…
e ‘na bela compagnia.

di Angelo Moretti

In ogni caso, come recita un vecchio detto lombardo, quando è pronta, “la casoeula l’ha da vess ben tacchenta e minga sbrodolada e sbrodolenta”. 

IL LAZZARETTO DI QUARCINO

Nel volume “IL COMUNE DI MONTE OLIMPINO 1818 – 1884” scritto da Primo Porta,  da pag. 51 in avanti, potete apprendere di una epidemia di colera sviluppatasi in Francia nel 1884 e poi diffusasi anche nella nostra provincia. Per cercare di contrastare l’epidemia, il Prefetto di Como dava ordine a tutte le dogane di controllare a fondo le persone e le merci provenienti da oltre Gottardo, e, ove si ritennesse opportuno, di sottoporle a “quarantena”. Per consentire il rispetto delle disposizioni, venne costruito a Quarcino un lazzaretto, ospitato nel grande edificio di proprietà dei Conti Reina. In un fascicolo stampato nell’agosto 1884, si da una descrizione del luogo e della vita che li si svolgeva.

Forse non fu mai, come si volle, il terribile castello dal quale uscivano i temuti e gagliardi guerrieri o i comandi capricciosi del fiero e prepotente signore, a spargere nella borgata lo spavento e l’angoscia.
Nelle ampie sale, nell’atrio spazioso, nei vasti giardini, non s’aggirò forse mai altri che la schiera gioconda di belle dame e di nobili cavalieri, radunati per intrecciare alla loro vita i fiori pomposi della gajezza e del piacere.
Quarcino, dunque, pare sia stato una villeggiatura, restaurata nel seicento; prediletta dai suoi signori e abbandonata poi, certo per un’altra più bella, come accade d’ogni cosa nel mondo.
Essa sorge su un’altura, a cavaliere del confine italo-svizzero. Dalle finestre mal chiuse da rade e cadenti persiane occhio si perde nel verde d’una grande e popolata valle che scende dolce dolce fino al lago di Como. Dietro, la corona di colli e di monti; sotto, la massa variopinta delle case di Chiasso; sopra, un cielo largo, azzurro, che invita ad ammirarlo.
E’ di questo castello diroccato, che dell’antico lusso non aveva più che una specchiera e dei seggioloni tarlati, che poche volonterose e intelligenti persone seppero fare un luogo abitabile e dargli quella tinta che può ricordare l’antica villeggiatura.
Gli ospiti, veramente, non sono invitati dal magnifico signore, ma costretti al soggiorno da quel truce prepotente che è il colera.
Eppure non hanno l’aria di subire una rigorosa cattività; segregati dal mondo, messi là tra il verde e l’azzurro, confortati da tante comodità, non pensano al misterioso persecutore; da gente pratica, procurano di godere… come facevano le belle dame e i nobili cavalieri d’un tempo.
Cantano, ridono, giocano, passeggiano, stringono amicizie, si fanno confidenze; questo per lo spirito. Il corpo riposa su buoni letti e si ristora all’ ottima tavola, sotto cui non sta il tradimento di un conto dalle cifre inaspettate.
Gli operai sono attendati, sembrano un popolo nomade sbattuto fra la civiltà da un soffio arcano. Sotto la tenda si lavora, si curano i bimbi, si pensa alla casa stabile e si spera.
Il cortese ispettore avvocato Carlo Ballarati, è infaticabile nella sorveglianza diligente e minuta di tutto ciò che può rammentare il feudo e offuscare il lazzaretto.
Lazzaretto che non dà molto a pensare al dottor Lorenzo Cazzaniga, il quale, come medico-direttore, per impiegare la sua attività, è generoso di premure… ai sani, proprio come negli stabilimenti balneari.
Il signor Giovanni Minola, un laureando del sesto anno, è incaricato della parte più gentile: incensare e profumare… con quegli incensi e profumi che tutti sanno.
L’ingegnere Eugenio Zannotti ha, in pochi giorni, rimesso a nuovo il castello, costruiti i bagni caldi e freddi, stabilita la lavanderia a vapore; ora ha pensato di mettere un gran velario al disopra delle tende, perchè le piogge e i venti non rechino danno ai quarantenanti di terza classe.
Abbiamo finito? No: l’ordine, la moralità, la sicurezza regnano sull’altura di Quarcino come… e meglio che in qualunque antico stato.
Le stanze per le signore sono lontane da quelle per gli uomini; di comune non c’è che la sala da pranzo. C’è un appartamento separato per le… peccatrici patentate e un carcere pei detenuti.
Addio, rumoroso e gaio Quarcino, ove la bionda miss, per sognare vegliando, e il taciturno tedesco, per sorbire pensando la gran tazza di birra, non hanno che un solo cantuccio: la deserta farmacia. Nessuna delle tre o quattrocento persone che entrarono ed uscirono finora da Quarcino, ha mai avuto bisogno del ristoro chiuso nei brillanti alberelli, nei bianchi vasetti del farmacista.
Addio Quarcino! Lazzaretto di nome, villeggiatura per fatti.

(scansione ed elaborazione da EMPORIO PITTORESCO dell’ agosto 1884 a cura di Franco Romanò)

NOVEMBRE di Giovanni Pascoli

Gèmmea l’aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l’odorino amaro
senti nel cuore…

Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.

Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. E’ l’estate
fredda, dei morti.

PERSONAGGI IN DIALETTO D…E…F…G…

DEMI – DEMI

Si dice a Milano di chi va in giro a parlar male del prossimo, a criticare le opinioni altrui, a far previsioni catastrofiche sulle iniziative di Tizio e Caio; e tutto questo con lo sfacciato e palese desiderio di esasperare le persone vittime della sua maldicenze. Le quali, alla fine, gli chiuderanno la bocca a sberle. Questo detto si usa anche verso qualcuno che rischia sempre e, per il calcolo delle probabilità, non potrà sempre andargli bene: arriverà poi la volta che dovrà pagare il conto e quindi sarà colui che «…EL CANTAVA EL DEMI-DEMI» “datemele – datemele”.

EL TENGA

Vi sarà certo capitato, a qualche fiera di paese, di vedere questo personaggio intento ad offrire, alla gente accorsa per la sagra, le immaginette del Santo Patrono festeggiato, dicendo: «Tenga!… tenga!…». E fa affari, perché chi va a simili manifestazioni ha già in animo di spendere un po’ di soldi per le candeline del Santo, per la pesca di beneficenza, per la colletta pro restauro della cappella, e non rifiuterà certo uno o due euro per il Santino offertogli dal TENGA. Dunque «EL TENGA» è il nuovo nome di un mestiere non nuovo.

FOLCETTEE

«L’HA FAA I FOLCITT», ha fatto i trucchi. Così si dice in tutta la Lombardia, quando qualcuno giocando a carte bara, sostituendo una carta con l’altra. È proprio il fatto di sostituire le carte che è colto da questa espressione. Infatti “folcitt” viene dalla parola latina “fulcimenta”, che erano i pezzi di ricambio delle celebri armature fabbricate in Milano e nel Bresciano fin dal tempo di Roma. Con questo sotterfugio dei pezzi di ricambio una corazza era sempre efficiente, come oggi accade per le automobili. E anche allora c’era il mercato dell’usato, con corazze di seconda mano, piene di buchi rattoppati.

GANIVÈLL

L’espressione viene al milanese dai longobardi, i quali per dire mariuolo dicevano “gannev”. Nel milanese di oggi è il giovanottello un po’ sbruffone, tipo periferia, che fa il galletto con le donne, ha l’auto sportiva, fa il BAUSCIA con i più deboli.

PERSONAGGI IN DIALETTO A…B…C…

ANDEGHEE

Ha il significato di robivecchio o persona antiquata. Da “ande gar” voce celtica che significa “siepe di biancospino” che in latino è detto “andegavium”.
A Milano nella zona dell’attuale via Andegari, c’era parte della cinta difensiva della città celtica formata anche da alberi di biancospino, che presentano grosse spine. Nella via si stabilì una famiglia tedesca di nome Undegardi, inoltre li c’erano le botteghe dei robivecchi. Gli abitanti di via Andegari avevano formato, verso la metà del XIX secolo, un circolo nella stessa via: erano tutti benestanti e restii alle novità, tant’è che si vestivano ancora come nel ‘700 ed è per questo motivo che i giovani li chiamavano “andeghee” prendendo il nome dalla via.

BALABIOTT

Vess on balabiott, secondo un dizionario della libreria Meravigli, vuol dire essere un ballanudo, una persona poco affidabile e senza carattere, ma nella storia della parola c’è qualcosa d’altro: i balabiott erano i ballerini nudi che animavano le feste di Villa Simonetta a Milano, gioiello del Quattrocento in via Stilicone, proprietà di illustri famiglie prima di finire al Comune. All’epoca del conte Scheibler, i balli nudi crearono grande scandalo e la villa fu chiamata de i balabiott.

CIULANDARI

In lingua laghée è un termine spregiativo dai diversi significati, indica chi, in un modo o nell’altro, è considerato un poco di buono, un perditempo, un balengo, uno di cui non fidarsi.

COME STAI A “MEMORIA”?

Oggi “GOOGLE” compie 19 anni, ma è proprio il caso di festeggiare?

Ormai, qualsiasi informazione abbiamo bisogno di cercare, ci viene automatico andare su Google e digitare la parola di ricerca di nostro interesse. Questa sembra essere un’azione ovvia e semplicissima ma vi sono molti studiosi che sostengono che tale abitudine stia cambiando il modo in cui ragioniamo e memorizziamo!

In che modo Google sta cambiando il nostro modo di utilizzare la memoria? Tre esempi:

1. Se in passato, per ricavare le informazioni che ci servivano, avremmo avuto a disposizione solo un numero limitato di fonti [enciclopedie, libri, saggi, atlanti…], oggi abbiamo a nostra disposizione l’immensa mole di dati presenti in rete.

2. Se in passato avremmo trovato il modo di memorizzare le informazioni di nostro interesse, potenziando la nostra memoria visiva e la capacità di operare associazioni mentali tra concetti, oggi tendiamo invece a non memorizzare quasi più niente perché sappiamo che, al momento del bisogno, ci basterà consultare internet per trovare ciò che ci serve.

3. Se in passato avremmo cercato di memorizzare un’informazione che sapevamo che in seguito non sarebbe stata più disponibile, oggi invece tendiamo solo a ricordare il posto in cui l’abbiamo salvata.

La conseguenza positiva è sicuramente la disponibilità di un’enorme memoria transitoria, subito pronta all’utilizzo, mentre la conseguenza negativa è, appunto, l’instaurarsi di una dipendenza nei confronti di tali strumenti e un parallelo indebolimento della nostra memoria, senza contare il fatto che le prime “voci” che ci vengono proposte sono sicuramente “sponsorizzate”, quindi siamo anche, in qualche modo, condizionati.