La dogana di Ponte Chiasso e il mistero del girello scomparso

di Renzo Romano

Finita la guerra, sopiti i sentimenti di rivalsa, gli abitanti di Ponte Chiasso tornano a vivere senza incubi e paure. Chiasso, al di là della frontiera, appare un vero e proprio “bengodi”.
La benzina costa la metà che a Ponte Chiasso e per questo si vedono in giro motociclisti in sella a moto con serbatoi enormi che vanno e vengono da Chiasso per fare il pieno di carburante da rivendere in Italia.

La nuova pensilina della dogana sta per essere finita. Anche gli svizzeri, per non essere da meno, hanno iniziato a costruirne una nuova. Chiasso pullula di negozi di “coloniali”, dove si vendono sigarette di tutte le marche, caffè, zucchero, cioccolato, dadi di pollo e di manzo. I padroni dei negozi sono tutti ticinesi, i commessi invece tutti italiani. La concorrenza per accaparrarsi i clienti è serrata. A Natale e a Pasqua, per tutti una scatola di cioccolatini e un uovo con sorpresa. Si sviluppa pacificamente un “contrabbando” spicciolo che coinvolge quasi tutte le famiglie di Ponte Chiasso.

È un contrabbando di piccolo cabotaggio che nulla ha in comune con il grande contrabbando lungo la rete di confine dove spalloni e finanzieri si affrontano in una sfida all’ultima bricolla tra avventurose fughe nei boschi, inseguimenti, tentativi di corruzione.

Per entrare in Svizzera e portare in Italia il pacchetto con il consentito gli abitanti di Ponte Chiasso hanno la “tessera” e il “cartellino”. La prima è un documento di identità, il secondo un cartoncino sul quale sono stampati trentuno numeri ognuno dei quali corrisponde a un giorno del mese. Si possono portare da Chiasso solo tre cose in quantità ben definite: un pacchetto di sigarette con un etto di caffè e due tavolette di cioccolato, o, se si preferisce lo zucchero, si deve eliminare le sigarette o il caffè. Arrivando da Chiasso si attraversa indisturbati la dogana svizzera, si entra in quella italiana e qui ci si accoda davanti a un lungo bancone dietro il quale ci sono i commessi e le visitatrici. I commessi hanno il compito di verificare che nessuno porti in Italia più di tre generi nelle quantità ammesse. Con una specie di pinza simile a quella dei bigliettai delle filovie, “forano” il cartellino sul numero del giorno corrispondente.

Passato il controllo del commesso ecco davanti alla porta d’uscita della dogana l’ispettore. Scruta i passanti, sceglie la vittima tra coloro che hanno un atteggiamento sospetto. «Ha altro da dichiarare?» è la domanda di rito alla quale quasi sempre segue l’invito perentorio ad andare in “visita”. Se donna con una visitatrice, se uomo con un commesso. Il malcapitato segue il commesso in uno stanzino dietro il bancone, e qui viene “palpato” alla ricerca di merce nascosta nelle calze, nelle scarpe, perfino nelle mutande.
Ci sono commessi “carogna” a cui non scappa neppure un dado e ci sono commessi “buoni” come un napoletano, sempre gentile, che qualche volta non buca neppure il cartellino.

Un giorno, uscendo da Chiasso con la solita bottiglia di birra scura per mio padre acquistata dal “Mascetti” , vedo che tutti i pedoni sono costretti a passare, uno per volta, attraverso un “girello” come quello che c’è alla stazione di Milano. Ad ogni passaggio si accende una luce. Se è “verde” il fortunato può andarsene indenne, se “rossa” il poveretto viene mandato in visita. Il motivo della improvvisa comparsa del “girello” con le luci colorate, mi ha spiegato il mio amico Gerardo, il cui padre è un importante dirigente della dogana, era dovuto a una disposizione giunta da Roma in cui si invitavano gli ispettori a scegliere chi mandare in vista non in base a sospetti, ma in modo del tutto casuale, democratico.

Il girello era ritenuto il mezzo ideale per soddisfare il nobile anelito di democrazia. Ma, così come improvvisamente era comparso, dopo pochi giorni il girello scompare… Ancora una volta è Gerardo a spiegarmi il motivo. Era avvenuto che la luce rossa del girello si fosse accesa in occasione del passaggio della consorte di un altissimo funzionario ministeriale della dogana in missione a Como con conseguenti vibranti proteste quali: «Lei non sa di chi sono moglie io!» rivolte a un inebetito e incolpevole ispettore. Il fatto è che il girello è sparito dalla dogana con grande sollievo degli ispettori che adesso possono mandare in visita tutti quelli il cui comportamento appaia sospetto.

GUARDATE IL CIELO

Se il 27 luglio non guardate il cielo, rischiate di perdervi un evento che si ripeterà solo fra parecchie migliaia d’anni: la più lunga eclissi di Luna del secolo in contemporanea con la Grande Opposizione di Marte.
Fra una settimana, per la precisione venerdi 27 luglio tra le 21.29 e le 23.13, potremo assistere a un record. Non di natura sportiva, ma astronomica e quindi tutt’altro che inatteso: la più lunga eclissi di Luna del XXI secolo. Per 103 minuti la Luna sarà interamente coperta dal cono d’ombra terrestre e si tingerà di rosso. I profani la chiamano la «luna di sangue».  Il sangue non c’entra assolutamente niente: il colore che vedremo è più simile al marrone. Senza poi contare che non è imputabile alla Luna, ma alla luce crepuscolare della Terra proiettata nel cono d’ombra terrestre e sulla Luna.

Il nostro rapporto con la Luna è conflittuale. A volte siamo talmente influenzati negativamente dalla sua posizione da «avere la luna storta». Altre volte, invece, ci mette in agitazione, come quando, durante un’eclissi, il nostro satellite naturale si nasconde dietro il cono d’ombra della Terra. Del resto fino al 1959 l’umanità non aveva la benché minima idea di come fosse il Iato B della Luna. A causa della sua rotazione, il nostro satellite naturale si vede dalla Terra sempre e solo dalla stessa faccia. Solo quando la sonda sovietica Luna 3 le girò intorno e catturò alcuni fotogrammi, potemmo finalmente osservarne anche il lato rimasto sempre nascosto.

Ma il 27 luglio la Luna non sarà la sola a dar vita a un fenomeno speciale. Lo stesso giorno ci troveremo anche nella Grande Opposizione di Marte. Quel che sembra il nome di un programma politico è in realtà un processo di sorpasso cosmico. La Terra che è più vicina al Sole rispetto alla Luna, gli ruota attorno più velocemente di Marte, entrambi su un’orbita leggermente ellittica. Questo significa che in media ogni 780 giorni la Terra supera Marte. Il 27 luglio di quest’anno, il sorpasso accadrà di nuovo: passeremo nuovamente di fronte a Marte e a una distanza più ravvicinata, un evento piuttosto raro: a soli 58 milioni di chilometri. Vedremo quindi un’eclissi di Luna totale e, un po’ più in basso, poco sopra l’orizzonte, quasi in parallelo, il pianeta rosso.

Bisognerà aspettare diverse migliaia d’anni perché questa combinazione di eventi si ripeta lo stesso giorno. Il 27 luglio basterà guardare in cielo verso sud-est!

MICIO PICCARDO

Finalmente, dopo l’annullamento di febbraio, viene riproposto questo piccolo evento per ricordare Micio Piccardo attraverso le sue foto: di quando era giovane professionista a Como con il suo Studio Piccardo contemporaneo allo Studio di Monte Olimpino, centro di produzione cinematografica e cineteca di Bruno Munari e Marcello Piccardo, e quelle dei periodi più recenti nei quali aveva ripreso la passione in Toscana applicandola nelle più varie occasioni.
E poi le foto dove lui è protagonista, nel percorso completo della sua vita.

LA BARCA DI SAN PIETRO

Nella notte tra il 28 e il 29 giugno, in occasione della festa di San Pietro e Paolo, nelle nostre campagne si celebra un rito molto particolare per capire come sarà il tempo ma anche come andrà il raccolto e il destino dei componenti della propria famiglia. Si tratta di quella tradizione nota come la barca di San Pietro.

Il procedimento è il seguente: la sera del 28 giugno si riempie un contenitore di vetro ampio e largo di acqua, all’interno si fa colare una chiara d’uovo e si mette a riposare per tutta la notte all’aperto o su un davanzale al chiaro di luna lasciando che la soluzione di acqua e uovo prenda anche la prima rugiada del mattino. Secondo la tradizione, la notte saranno i santi Pietro e Paolo a compiere la magia, in particolare sarà l’apostolo Pietro (che ricordiamo essere un pescatore) che alla vigilia della sua festa dimostra la sua vicinanza ai fedeli soffiando all’interno del contenitore e facendo così apparire la sua barca.

La mattina dopo il risultato va interpretato.

L’albume, infatti, forma dei filamenti e si posiziona in modo da sembrare una barca di forma variabile e con più o meno vele e alberi. A seconda di com’è il veliero, i contadini sono in grado di capire le condizioni del tempo che li aspetta, la più o meno buona annata di raccolto ma anche la salute dei componenti della propria famiglia. Vele aperte indicherebbero giornate di sole, vele chiuse e strette invece pioggia in arrivo! Un bel veliero in generale promette un’ottima annata di raccolto.

Ma perché si forma davvero la barca?

Il fenomeno è dovuto semplicemente alla diversa temperatura della notte (più fresca) che permette all’albume di rapprendersi formando il caratteristico veliero ma anche al fatto che l’albume ha una densità maggiore dell’acqua e tende ad affondare. Quando l’acqua fredda si riscalda grazie al calore che assorbe la brocca dalla terra o dal davanzale su cui è posizionata, tende a risalire portando con sé anche l’albume. Si formano così le vele. Ogni anno, ovviamente, la chiara si posiziona in maniera differente e le persone sono intente ad interpretare i messaggi mandati da San Pietro. E ancora oggi tante famiglie tramandano la tradizione anche ai bambini e giurano che l’uovo più di una volta ci ha effettivamente “preso”!

Il culto di San Pietro è nato durante il medioevo grazie ai monaci Benedettini che lo diffusero in Lombardia. Nell’800 si diffuse una curiosa leggenda popolare secondo cui a questo giorno seguirà un temporale a causa del diavolo. Per questo molti pescatori, scaramanticamente, non escono in barca.

UN BELLISSIMA REALTA’ IN QUARTIERE.

Sono stato un pochino lontano dalla quotidianità della Filarmonica di Monte Olimpino, ed ora ho avuto la piacevolissima sorpresa di ritrovare un ambiente giovanile, in pieno fermento. Giovanile in primo luogo di spirito, ma anche per anagrafe. Innanzitutto, in questo ambiente, i ragazzi che vogliono impegnarsi nello studio di uno strumento, sono al centro dell’interesse e delle preoccupazioni di docenti coscienziosi e preparati. A loro, prima nella scuola che frequentano, poi presso la sede della banda, viene offerto molto: capacità di suonare correttamente uno strumento, possibilità di perfezionamento molto avanzato, cultura musicale, vita sociale, impegno costante e coscienzioso, attività in un gruppo intergenerazionale (perché i suonatori di una banda hanno età anche parecchio diverse), cosa tutt’altro che disprezzabile per i giovani d’oggi, abituati a stare insieme solo a loro coetanei.

In tutta la nostra provincia sono sicuramente centinaia i giovani che si dedicano alla musica. Pensiamo alle molte bande e rispettive scuole, al conservatorio o ai gruppi musicali di vario genere, agli studenti privati. Ma la loro attività e il loro impegno è poco conosciuto; i mezzi di comunicazione non li gratificano di servizi particolari, forse ritenendo che le loro esibizioni siano troppo statiche per costituire spettacolo. Insomma, se paragoniamo la pubblicità di cui godono i giovanissimi calciatori, non c’è paragone: i nostri giovani musicisti sono i figli di una musa minore?
Nel nostro quartiere parrebbe di no! Un bel numero di famiglie ha scelto di far crescere i propri figli educandoli anche alla conoscenza della musica, i ragazzi pare ne siano entusiasti. Sosteniamoli!

‘L CROTT DEL LUFF

Da Cardina un breve tratto vi porta più in basso al Crott del Luff, presso l’ingresso di Villa Ravasi. Ma qui la strada vi congeda, non senza avervi affidato ad un’altra stradetta che vi condurrà difilato al Crotto.
È l’unico sfamatoio del luogo e bisognerà approfittarne perché è già il tocco e la ci batte.
Il Crott del Luff appartiene a quei tipi di crotti dove il vino matura al fresco nelle viscere della montagna e dove ancora vi portano il conto scritto col gesso su di una lavagnetta.
L’ostessa, una donnetta dalle guance rifiorite, vestita di nero, è un po’ «pédica» di natura: è di quelle che quasi quasi le fate piacere a non incomodarle a servirvi e vi chiedono cosa volete con l’aria rabbiosetta d’un barboncino a cui abbiate pestata la coda. In verità a me piacciono codesti tipi. E anche mi piacque, una volta tanto, quel dovermi accontentare di uova e formaggio pensando a Sant’Antonio che si nutriva di locuste e alla vita sobria del Doge Alvise Cornaro.
Dietro la saletta c’è la cucina e dietro la cucina il crotto vero e proprio, freschissimo frigidaire naturale, dove di qua e di là stanno allineate le botti in un’ombra cavernosa romita, odorante d’umido e di mosto.
Mentre mangiavamo ebbimo anche la ventura di discorrere con un ometto che era capitato lì da Cardina per bere un bicchier di vino e leggere La Provincia. Era un vecchio giardiniere a riposo, e come entrammo un poco in confidenza con lui, venimmo a sapere ch’egli era stato addetto per molti anni al servizio dei Giardini Pubblici milanesi, al tempo, cioè, in cui tal servizio era stato affidato dal Comune al fiorista Cattaneo. Anzi il cruccio di quest’uomo, che un po’ ammalazzato si era dovuto ritirare al suo paesello, stava in ciò che sgraziatamente, per un ripicco, s’era congedato dal suo padrone qualche mese prima che il servizio dei giardini fosse passato alle dipendenze del Comune: quando, in poche parole, i giardinieri comunali entrati in ruolo, cominciavano a star bene, ad aver il pane assicurato, l’avanzamento, la pensione, ecc.
– Che sonata! – sospirava il brav’uomo. Aveva però la chiacchiera pronta, e così di parola in parola ci venne narrando del suo mestiere. Conosceva tutti i più bei giardini e le ville del lago e della provincia, perché un po’ c’era stato a servire e un po’ ci aveva amici e colleghi a lavorare. Sapeva la rava e la fava di tutti i loro proprietari, e delle loro mogli, amiche, sostanze, passioni, e i trapassi avvenuti nelle proprietà e le fortune e sfortune che le aveva colpite. Era insomma, o si dava a divedere per uno di quegli uomini lavorati da molti anni di vita milanese; di quelli che si dicono descantaa.
Ma appariva terribilmente pessimista riguardo ai signori: indignato contro i signori che lo avevano deluso nella sua devozione per la vera signorilità; contro i signori che per spensierataggine s’erano rovinati così pel gusto di sciupare, di sperperare. Con una specie di epica disperata egli si divertiva a narrarci le debolezze e i tracolli di ognuno, numerava tutte le ville ch’erano da vendere sul lago e tucc i nobell ch’erano andaa in tocc.
Il Tale? Era andato in malora perché giocava in borsa. Il Tal’ altro? Ha dovuto vendere perfino la spilla della cravatta per fronteggiare i debiti della moglie. Poi diceva: – Hiin adree a taià a tocc la Sucota; la Passalacqua l’ha vendùu foeura tutt el mobili, han venduu i Taverna, han venduu i Vergani, i Saporiti, i Erba…-
Storie innumerevoli di vendite, di impoverimenti passavano nella sua narrazione: storie di milioni smaltiti in un soffio, di dissipazioni inaudite. Una specie di segreta maledizione biblica pareva soffiasse dalle sue parole, contro tutto il mondo di sciori da lui amato e riverito un tempo come la bellezza stessa della terra: poiché questi sciori a cui egli aveva dedicato la sua esistenza, corrotti, infamati, disperati e squattrinati, lo avevano tradito nel suo amore. Era tutto il mondo dei fiori, delle serre, dei profumi, che stava crollando: il mondo dell’eleganza e della grazia ch’egli aveva creduto immortale, e invece… E non gliela perdonava. E adesso, e adesso?
– E adess tutt el lagh l’è de vend! – gridò alla fine allargando le braccia, impetuosamente, e scoppiando in una risata quasi diabolica.

da “Passeggiate Lariane” di Carlo Linati – 1939-

RITORNO A MONTE OLIMPINO

E’ in queste giornate di sole che dalla città, ogni volta che una casa o altro ostacolo non mi faccia schermo, il mio occhio si leva con una meccanicità che é diventata una dolce abitudine del sangue prima ancora che della memoria, verso Monte Olimpino e, più in alto ancora, verso il colle di Cardano, verso il pino solitario dove lo sguardo si sofferma, quasi affascinato di un tratto da quel piccolo segno nero che si staglia sulla tela azzurra del cielo, e la memoria allora si carica di figure di un tempo perduto e forse felice.
Per settimane io guardo lassù, di giorno in giorno rinnovando il desiderio di un ritorno, fino a quando non scocca l’ora irresistibile di una corsa, insieme affannosa ed esitante quasi che la nostalgia flebile di chi vagheggia da lontano una cosa o una persona amata si affiancasse trepidamente ai timore di affrontarla, di aderirvi in libertà d’abbandono per poi vedersela strusciare tra le dita come un fiore tolto disotto da una campana di vetro dove aveva mantenuto una sua intatta ma artificiosa bellezza. Ora, fatto più accorto da ogni ritorno, sono riuscito ad equilibrare sogno e realtà, fors’anche perchè porto in me più solido e più sicuramente affondato nell’anima il ricordo di quel tempo, ma la prima volta, anni fa, da poco ritornati alla città dopo la stagione della guerra, il timore era più grande della nostalgia; ero più indifeso le esperienze avevano soffocato in me la velleità dei ritorni che negli uomini si rinnova di stagione in stagione, ad onta di tutte le disillusioni patite ma finalmente, dopo rinvii e dilazioni offerti alla mia pigrizia dalle occasioni esterne, mi decisi e, per un ultimo mascheramento di fronte a me stesso, mi dissi che era soltanto per curiosità, non per la ricerca (quanto disperata?) di un clima passato, che facevo ritorno al paese felice della mia infanzia. E m’incamminai lungo i tornanti ampi e sinuosi della strada dei Giovi in una giornata di primo autunno in cui i prati e le case, lo stesso asfalto eguale della strada sembrava rivivere di una vita nuova, vibrante nella luminosità cristallina e pure soffice dell’aria.
Monte Olimpino è una sella ma a me bambino era sempre apparso un anfiteatro, rialzato a mo’ di coppa tra iI lago e la Svizzera; e in questo verde catino avevo vagabondato, giorno per giorno, sempre aperto allo stupore che provocavano in me via via tutte le cose, tutti gli aspetti e i particolari sconosciuti che andavo scoprendo.
Da Cardano e da San Ferma giù sino al Cimitero e alle gallerie che sovrastano la discesa di Ponte Chiasso e poi verso Roncate, Cardina, il laghetto, villa Aprica era tutto un mondo, fu per qualche anno il mio mondo dove giuochi e fantasticherie non avevano confini se non quello del sole al tramonto, se non quello della mamma che attendeva vigile ad una finestra.
Allora la città non era che una distesa immensa di case: una contrada ignota e quasi temuta da andarci soltanto con la scorta di un «grande», e già Ponte Chiasso era un paese lontano, raggiungibile soltanto in giorni eccezionali con il permesso formale di potere andare al cinema. E l’esserci andato un pomeriggio di nascosto con il fratellino accoccolato sulla canna della bicicletta – ricordo ancora l’intensità trepidante delle mani che stringevano il manubrio luccicante e il contatto leggero dei riccioli che mi sfioravano la guancia lungo la discesa ripida – fu una colpa di cui ci liberammo soltanto dopo più di un mese quando, oppressi dal peso, lo confessammo alla mamma. E lo stupore con cui un giorno accolsi l’affermazione di un compagno di giuochi, più grandicello di me, che là dietro Cardina, ci stava la Francia? Furono giornate di un rimuginare lento e diffidente con consultazioni empiriche e brancicanti di una vecchia carta geografica, ma non mi apersi all’azzardo di chiederle ai genitori, fino a quando mi decisi e una mattina m’incamminai con una disposizione di animo che mi riempiva di orgoglio e di inconfessato timore. Di ritorno, dopo aver visto di lassù il lago e il Bisbino, ero colmo di sarcasmo e pure di disillusione. Scemò di un poco la ammirazione per il mio paese ora che avevo le prove che la Francia non era come la Svizzera, alle porte.
Ora tutto m’appariva piccino. Non riuscivo a convincermi che, pur essendo mutate le proporzioni (quanta carica di fantasia nella miopia di un occhio di bimbo), in quella riva avevo giuocato per interminabili pomeriggi, in quel cortile angusto si disputavano appassionate partite con una palla biancocenere, in quel fienile ci si nascondeva in più di uno, sempre in posti nuovi e più arditi, durante le partite a «topoli», in quei pochi metri di prato scosceso avevo calzato, per tutto un inverno, il mio primo paio di sci. Incontrai qualche antico amico. E quella freddezza un po’ impacciata con, cui ci si salutava in città (io come un transfuga pentito, loro con la diffidenza istintiva della gente rimasta nel contado) negli sfuggenti incontri per le vie selciate, si scioglieva qui in cadenze usate, in parole che conservavano ancora un sapore antico. E di una cosa mi stupivo: che non mi chiedessero nulla degli anni passati; come se la guerra e i vagabondaggi per l’Europa non fossero mai esistiti, una stagione di sogno dalla quale si fosse tutti usciti dismernorati e intatti. Attraversavo lentamente il paese come si sfoglia un vecchio album di fotografie: il macellaio, il parrucchiere, il tabacchino, il ciclista con la pompa sporca all’angolo, la chiesa con la sua ghiaiosa e ripida salita, l’oratorio ancora fresco di calce come allora, la scuola dalle mura stinte con la malinconia del suo cancello chiuso e del cortile in silenzio come abbandonato ai dialoghi muti dei grossi alberi, nostre coordinate nel giuoco dei quattro cantoni, il cimitero tutto raccolto nella sua disadorna solitudine agreste. Se gli uomini erano cambiati — oh, non molto! — le cose erano quelle stesse con qualche colore mutato, con una patina nuova e il clima era quello, composto in un equilibrio aldilà del tempo di elementi immutati. Soltanto diverso il viso avevano le donne, più vecchio, e il sorriso più dolce di stanchezza; e le ascoltavo rievocare mia madre con quella semplicità fatta di terra che soltanto ritrovo tra la gente di campagna: e le stavo ad udire con un sorriso, di riconoscenza triste senza quella sorda e ingiustificata irritazione che provo ogni volta che mi sento raggiunto in una zona dell’anima dove una sensibilità gelosa, morbosamente gelosa, non vorrebbe estranei, come se parlassero di un’altra o come se ella stessa fosse ancora a casa ad aspettarmi. In quelle cucine nere di ombra e di fumo, vicino agli arnesi della terra, guardando cartoline illustrate e fotografie incastrate nei vetri opachi delle credenze, mi ritrovavo intero; le ascoltavo parlare, le mani vicino al fuoco, e rispondevo in un colloquio di rispondenze nascoste, senza difesa, mentre i bimbi più piccoli quelli che io non avevo visto nascere, mi guardavano in silenzio con occhi intimiditi. E chiedevo notizie degli altri figli, quelli che erano stati i miei compagni di giuoco, e come stupivo nell’apprendere che Cleofe, quella bimba irta e bruttina, s’era fatta suora, e che Mario dal testone biondo e riccioluto faceva a P. l’aiuto del farmacista e «guadagnava benino» tanto che si sarebbe sposato in primavera.
Improvvisa calò la sera. Nell’aria già fredda scorgevo di lontano il mio albero, quel pino solitario dove mi rifugiavo, già adolescente, nelle mie ore di disperazione e di gioia, nel miei impeti ombrosi di solitudine e di abbandono. Di lassù si scorge il lago sino a Torno, la piana verde calata nella nebbia leggera sino quasi a Varese e il Cantori Ticino con le Alpi rosa orlate di bianco all’orizzonte; di lassù sognavo i miei viaggi, il mio vagabondare per il mondo alla ricerca di passi felici, di spazi intatti cui fare aderire, in pacati abbandoni, la mia inquietudine di fanciullo.
Ora ritorno lassù ogni anno e una volta non sono ritornato solo; perché se in questa stagione era un punto di partenza, ora è diventato un limite, una riva di approdo, e appoggiare la mano sulla scorza rugosa del suo tronco è come attingere forza per continuare il cammino, rinnovare un patto segreto di fedeltà e di amore alla mia terra.

MORANDO MORANDINI (da LA PROVINCIA del 10 agosto 1950 scansione ed elaborazione a cura di Franco Romanò)