FERRAGOSTO CON GIANNI RODARI

Filastrocca vola e va
dal bambino rimasto in città.

Chi va al mare ha vita serena
e fa i castelli con la rena,
chi va ai monti fa le scalate
e prende la doccia alle cascate…

E chi quattrini non ne ha?
Solo, solo resta in città:
si sdrai al sole sul marciapiede,
se non c’è un vigile che lo vede,
e i suoi battelli sottomarini
fanno vela nei tombini.

Quando divento Presidente
faccio un decreto a tutta la gente;

“Ordinanza numero uno:
in città non resta nessuno;
ordinanza che viene poi,
tutti al mare, paghiamo noi,
inoltre le Alpi e gli Appennini
sono donati a tutti i bambini.

Chi non rispetta il decretato
va in prigione difilato”.

DIMITRI

Era un grande.
E grande, leggero, poetico e geniale è stato il suo passaggio sulla terra.
Se n’è andato a 80 anni il clown, mimo e maestro svizzero Dimitri Jacob Müller, solo Dimitri nella vita artistica. Domenica sera era in scena, sul palco del Monte Verità, nel Canton Ticino, a esibirsi nello spettacolo “Sogni di un’altra vita”, due giorni dopo si è messo a letto, pronto ad andarsene. Da qualche settimana non si sentiva bene ma non voleva saperne di medici: sapeva che era arrivato il suo momento. E la notte se l’è portato via.
«Sono convinto che continueremo ad esistere sotto forma di spirito» aveva detto recentemente. «Mi immagino che le persone che sulla terra avevano una relazione, si incontreranno anche dopo la morte. Bisogna pensare che non saremo più uomini e donne, ma solo anime. E non potremo più mangiare bistecche: bisogna esserne consapevoli prima che giunga il momento».
Nato ad Ascona nel 1935, a sette anni decise di voler diventare un clown. Intraprese la carriera artistica, seguendo lezioni di recitazione, musica, balletto e acrobazia. A Parigi frequentò la scuola per mimi di Etienne Decroux e divenne membro della compagnia di Marcel Marceau. Sempre a Parigi indossò i panni di Augusto al Circo Medrano dove lavorò con il clown bianco Maïss. Nel 1959 si esibì per la prima volta da solista, ad Ascona. Seguirono tournée in tutto il mondo e anche tre tournée con il Circo Knie. Nel 1971, con l’aiuto di sua moglie Gunda, fondò il Teatro Dimitri con sede a Verscio, nel 1975 la Scuola Teatro Dimitri e nel 1978 la Compagnia Teatro Dimitri per la quale ha creato e messo in scena pezzi sempre nuovi. Nel 2000 viene aggiunto il Museo Comico, allestito da Harald Szeemann.
Un paesino, Verscio, fatto di grigia pietra, nel Canton Ticino, che ha cambiato faccia dopo l’arrivo di Dimitri con il suo teatro e la sua Accademia, scuola universitaria di teatro frequentata da ragazzi che arrivano da mezzo mondo e che hanno “colonizzato” il piccolo centro regalandogli una nuova vita.
Addio Dimitri, artista e maestro, puro nel rappresentare la natura originaria dell’uomo, aperta allo stupore, alla poesia.
Dipinto di Beatus Kirchhofer (acrilico su legno)

ODESCALCHI 2016

Cosa succederebbe se deragliasse un treno passeggeri all’interno di una galleria o nei pressi di un’impostante stazione ferroviaria e gli incidenti avvenissero in una zona di confine tra due Stati diversi?
Per rispondere a queste domande nel modo più verosimile possibile, è stata organizzata un’esercitazione congiunta tra i rispettivi sistemi di protezione civile, italiano e svizzero, ipotizzando uno scenario di emergenza transfrontaliero.
“Odescalchi 2016”, cosi è denominata l’esercitazione, verrà effettuata dal 19 al 22 giugno, e prevede due simulazioni di incidente ferroviario sul confine.
La prima riguarderà il deragliamento di un treno passeggeri proveniente dalla Svizzera e diretto a Milano, all’interno della galleria “Monte Olimpino 2”, nei pressi di Casnate, 300 metri prima dell’uscita in direzione sud, con il soccorso e l’assistenza a circa 80 figuranti. Le attività esercitative inizieranno alla mezzanotte tra sabato 18 e domenica 19 giugno.

Alle 5.00 di domenica 19, poi, verrà simulato un secondo incidente ferroviario, in territorio elvetico, presso la stazione di Chiasso, con ampi sconvolgimenti in Svizzera e una serie di ulteriori ripercussioni sul fronte italiano.  Una delle ripercussioni in Italia dell’incidente a Chiasso sarà l’innesco, intorno alle 6.30 di mattina, di un incendio boschivo in prossimità dell’imbocco nord della Galleria “Monte Olimpino 2”, che tenderà a propagarsi, lungo le linee di massima pendenza, in direzione Monte Olimpino-Sasso di Cavallasca, fino a interessare alcuni edifici.
Odescalchi 2016 è stata promossa dall’Esercito del Canton Ticino svizzero con il coinvolgimento dell’Esercito Italiano, in accordo con il Canton Ticino della Confederazione svizzera, la Prefettura di Como, Regione Lombardia e con il supporto del Dipartimento nazionale della Protezione civile.
“Obiettivo dei test – spiega il DPC – è verificare l’effettiva funzionalità delle strutture di coordinamento in emergenza, le modalità di richiesta di mutuo soccorso, il necessario flusso delle informazioni e l’interoperabilità delle squadre di soccorso italiane e svizzere attraverso la cooperazione transfrontaliera nelle attività di protezione civile, nella consapevolezza che, nel caso in cui si verifichino situazioni di emergenza che interessino direttamente o indirettamente il territorio a ridosso della fascia confinante tra la provincia di Como e il Canton Ticino, è necessario garantire una tempestiva e adeguata assistenza alle popolazioni interessate. Nello specifico, in Italia, l’esercitazione vuole mettere alla prova l’efficacia del sistema di risposta delle componenti e delle strutture operative del Servizio Nazionale della Protezione Civile sia a livello centrale che periferico. L’esercitazione avverrà sia per ‘posti di comando’, per testare la funzionalità del flusso delle informazioni e le procedure di attivazione del coordinamento, sia per ‘azioni reali’, da attuarsi sul terreno operativo”. Le attività esercitative in Italia saranno coordinate dal Centro di Coordinamento dei Soccorsi attivato dal Prefetto di Como e vedranno l’impiego delle componenti operative nella giornata di domenica 19 giugno, mentre in Svizzera le attività operative avranno una durata di quattro giorni durante i quali il Centro di Coordinamento dei Soccorsi garantirà il concorso dell’Esercito Italiano in territorio svizzero”. In questo contesto, l’Esercito Italiano testerà le modalità di cooperazione con l’omologa componente svizzera.
(fonte: DPC)

NON SOLO ORO…INCENSO…E LUSTRINI!

Dopo questi giorni in cui si sono tessute lodi sperticate nei confronti del grande traforo, desidero parlare un po’di quella che fu la prima realizzazione del traforo ferroviario del san Gottardo.
Nel 1869, anno dell’apertura del Canale di Suez, la Svizzera, l’Italia e la Germania sottoscrissero un accordo per finanziare l’impresa: l’Italia avrebbe contribuito con 45 milioni di franchi svizzeri, la Germania e la Svizzera con 20 milioni ciascuna. Fu fondata la “Compagnia del Gottardo”, alla quale parteciparono vari gruppi tedeschi con 102 milioni. Nel 1872 l’opera fu appaltata all’impresa di Louis Favre, ingegnere ginevrino, con un’offerta di 48 milioni e la promessa di terminare i lavori entro otto anni.
Tuttavia già nel 1875 la Compagnia del Gottardo, che aveva già superato del 50 per cento le spese, si trovò in una grave crisi finanziaria. Ci furono ulteriori interventi governativi e Alfred Escher fu estromesso dal gruppo. Favre morì poco dopo, prima che l’opera fosse finita. I lavori terminarono con oltre un anno di ritardo e un superamento dei costi di parecchi milioni, che furono fatti rimborsare alla ditta appaltatrice.
Nel traforo si sperimentarono nuove tecniche per velocizzare i lavori e la fretta si ripercosse duramente sulla condizione degli operai impiegati nella costruzione.  Le condizioni degli operai impiegati nella costruzione del traforo erano pessime. Si facevano turni di 8 ore in un ambiente in cui la temperatura superava i 30 gradi, in cui l’aria era resa irrespirabile dalla scarsa ventilazione e dalle esalazioni delle macchine.
Furono quasi duecento i lavoratori deceduti a causa degli incidenti sul cantiere. Gli infortuni arrivarono alle quattrocento unità. Inoltre l’igiene era pessima: non erano stati installati sufficienti servizi igienici e l’approvvigionamento dell’acqua era scarso. L’accumularsi di sporcizia ed escrementi favorì la diffusione dell’ancyilostoma duodenale, un verme parassita. La malattia, conosciuta in principio come “anemia del Gottardo”, o “anemia del minatore”, fu attribuita inizialmente all’inalazione dei gas nocivi all’interno della galleria, ma la sua vera natura fu identificata solo nel 1880 in un ospedale a Torino, nei corpi dei minatori rientrati a causa della malattia e in seguito deceduti.
Anche le condizioni di vita fuori dal cantiere erano gravose. La popolazione residente ad Airolo nel periodo di costruzione del traforo raddoppiò; a Göschenen quintuplicò. Gli operai, di cui quasi cinquemila erano di origini italiane, trovarono posto nelle poche baracche costruite dalla ditta di Favre o in luoghi non idonei come stalle e soffitte, messi a disposizione dai residenti. Gli alloggi erano caratterizzati da sporcizia e promiscuità. Il salario medio di un operaio specializzato era di circa quattro franchi al giorno; quello di un manovale poco più di tre franchi. Per dormire a turni di otto ore in uno stesso letto si pagavano 50 centesimi, mentre una sistemazione in stanzoni con dieci letti era di venti franchi al mese. Un chilogrammo di pane costava 40 centesimi e uno di formaggio poco meno di un franco. Gli operai dovevano inoltre provvedere all’olio per le lampade utilizzato nello scavo. Il pagamento dei salari era effettuato in buona parte in buoni d’acquisto utilizzabili presso gli spacci della ditta di Favre, la quale offriva prodotti a prezzi esorbitanti e in valuta italiana per guadagnare con il cambio.
La situazione di disagio degli operai determinò le prime proteste. Il 27 luglio del 1875 a Göschenen un gruppo di operai lasciò la galleria senza permesso. Favre, dopo aver tentato inutilmente di trattare con gli scioperanti, chiese aiuto alla milizia di Göschenen, che per reprimere la rivolta sparò sui manifestanti, provocando quattro morti (Costantino Doselli, di Parma, anni venti; Giovanni Merlo, di Torino, anni ventisei; Salvatore Villa e Giovanni Gotta, di Torino, anni venticinque) e diversi feriti. I giornali elvetici raccontarono gli avvenimenti rilevando soprattutto le paure degli abitanti nei confronti degli italiani e prendendo posizione a favore di Favre, dipinto come un benefattore, di fronte all’ingratitudine dei lavoratori, avidi di denaro. L’uso della forza da parte delle forze dell’ordine fu ritenuto giustificato. Il Consiglio Federale tuttavia fece stilare un rapporto in cui si confermarono i disagi denunciati dagli scioperanti. Nello stesso anno si ebbe uno sciopero anche sul versante opposto, ad opera di 400 tagliapietre che protestarono per aver ricevuto un salario inferiore alla somma pattuita. Fu sicuramente il primo sciopero tenuto in Canton Ticino.
In memoria delle duecento vittime del traforo, sul piazzale antistante la stazione ferroviaria di Airolo sorge il monumento dello scultore ticinese Vincenzo Vela. Si tratta di un bassorilievo in bronzo posato nel 1932 dalla direzione delle FFS. L’epigrafe recita: Nel 50º anniversario della grande umana vittoria che dischiuse fra genti e genti la via del San Gottardo, questa pietra ove l’arte segna e consacra l’oscura eroica fatica del lavoratore ignoto.

da Wikipedia

LAKE COMO SCHOOL OF ADVANCED STUDIES

PIANETI DI ALTRE STELLE: LA SCUOLA
Dal 29 maggio al 3 giugno a Villa del Grumello si terrà “Brave new worlds. Understanding the Planets of other Stars” la quarta scuola della Lake Como School.
Solo nove pianeti, quelli orbitanti attorno al sole, erano conosciuti prima del 1995 e Plutone era uno di questi. Venti anni dopo, abbiamo “perso” Plutone ma abbiamo guadagnato duemila pianeti in orbita intorno ad altre stelle: in media, ogni stella nella nostra galassia ospita almeno un compagno planetario, di conseguenza la Via Lattea è affollata da cento miliardi di pianeti! L’aspetto più rivoluzionario di questo settore è la scoperta che il sistema solare non sembra essere il paradigma nella nostra galassia ma una delle tante possibili configurazioni. Queste comprendono pianeti che completano una rivoluzione in meno di un giorno, alcuni sono freddissimi, altri sono invece così caldi che la loro superficie è fusa. Scoprire perché questi mondi sono così come sono, è una delle sfide chiave dell’astrofisica moderna: la scuola si propone di fornire una visione completa della natura dei pianeti extrasolari attraverso un approccio integrato che copre osservazioni, analisi dei dati e interpretazioni.
In occasione della scuola “Brave new worlds. Understanding the Planets of other Stars”, Lake Como School e Fondazione Alessandro Volta organizzano per la prima volta due incontri aperti al pubblico che si terranno lunedì 30 e martedì 31 maggio alle 21 presso la biblioteca comunale di Como (Ingresso gratuito, per partecipare è necessario registrarsi al sito mondinuovi.eventbrite.it).
Durante gli incontri si parlerà di cosmologia e si andrà alla scoperta di quei numerosi pianeti che non fanno parte del sistema solare ma che appartengono comunque alla nostra galassia.
Lunedì 30 maggio alle 21 si terrà la conferenza “Mondi nuovi: i pianeti di altre stelle” con Giovanna Tinetti, scienziata italiana in forze al City College di Londra. A oggi risultano conosciuti circa 2000 pianeti extrasolari (pianeti che non appartengono al sistema solare) in 1200 sistemi planetari diversi: la maggior parte dei pianeti individuati sono giganti gassosi come Giove, anche se ultimamente la frazione di pianeti simili alla terra sta notevolmente crescendo. Giovanna Tinetti racconterà di queste nuove affascinanti scoperte che preludono a un nuovo cambiamento del pensiero cosmologico.
La seconda conferenza aperta al pubblico, “Varcare ogni limite: cosmologia, arte, letteratura in Giordano Bruno”, si terrà martedì 31 maggio sempre alle 21. Durante l’incontro Nuccio Ordine, autore tra l’altro del best seller “L’utilità dell’inutile”, parlerà del pensiero cosmologico di Giordano Bruno. Con la sua concezione dell’universo infinito Bruno non spezza solo le catene della cosmologia tradizionale, ma spezza anche quelle della letteratura e della filosofia: attraversare il limite, significa distruggere tutte le vecchie gerarchie e scuotere le fondamenta del sapere.

FONDAZIONE ALESSANDRO VOLTA
La Fondazione Alessandro Volta per la promozione dell’Università, della ricerca scientifica, dell’alta formazione e della cultura nasce il 1° gennaio 2015 dalla fusione di due storiche istituzioni lariane: il Centro di cultura scientifica Alessandro Volta e UniverComo (Associazione per la promozione degli insediamenti universitari in Provincia di Como). È una realtà del tutto originale nel panorama italiano e internazionale, unisce a un’intensa attività di organizzazione di scuole, seminari e convegni scientifici una funzione di collegamento del mondo accademico e della ricerca con il tessuto culturale, economico e sociale del territorio.

LAKE COMO SCHOOL OF ADVANCED STUDIES
La “Lake Como School of advanced studies“, istituita nel 2013 da Università dell’Insubria, Università degli Studi di Milano, Università di Milano Bicocca e Università di Pavia, mira a sviluppare sinergie nell’ambito del sistema della ricerca scientifica lombardo, con l’obiettivo di realizzare attività di formazione post universitaria rivolte soprattutto ai giovani ricercatori nel campo dei sistemi complessi. L’Istituto gestisce programmi scientifici chiamati “scuole” che durano alcune settimane, workshop, conferenze e incontri che diventano un punto di incontro e di studio per ricercatori e scienziati. La Lake Como School of advanced studies è supportata da Fondazione Cariplo.

Sciür dutür, reverissi! quand al vedi ma stremissi…

Elecubrazioni generate da un luuuuungoooo tempo di attesa nello studio del medico di base.

Fra le figure professionali attorno alle quali è maggiormente fiorita, nei nostri dialetti, un’ampia messe di espressioni colorite, modi di dire e filastrocche, tra l’ironico e l’irriverente, vi è senz’altro quella del medico.
Per lungo tempo i medici e la medicina scientifica sono stati guardati con diffidenza dalla popolazione, più portata a credere all’efficacia dei rimedi della tradizione popolare attinti dall’esperienza e tramandati da generazione in generazione e delle cure di flebotomi, cavadenti, praticoni e ciarlatani, che proponevano pratiche non di rado raccapriccianti e altamente nocive.
L’intervento dei medici veniva richiesto solo in casi di estrema gravità, quando spesso ormai non c’era più nulla da fare e quando purtroppo metodi poco ortodossi avevano già tragicamente infierito: per guarire la morsicatura di un cane rabbioso si praticavano ad esempio profonde incisioni nella ferita per poi lavarla con acqua salata e cauterizzarla con l’applicazione di un ferro rovente, oppure si consigliava di bollire e mangiare la testa del cane infetto nonché il suo fegato.
Per vari disturbi ed affezioni si applicavano sanguisughe, impiastri di calce, sterco caprino, lumache schiacciate, si somministravano topi arrostiti, lombrichi fritti, pidocchi vivi. Per alleviare i problemi di stitichezza il rimedio più potente era senz’altro ur manigh dul scervísc, il manico dello schiumatoio, onde si soleva dire: fatt iütá dala tua mam cunt ul manigh dul scervísc.
Molti interventi di chirurgia minuta erano praticati dai barbieri, le comari o mammane erano designate dal parrocco, che non di rado svolgeva personalmente anche il ruolo di medico. Per non parlare poi delle pratiche rituali che facevano capo al divino o al soprannaturale, poiché, come si usava dire al var püssée un zicch da Signür che cent mila dutür.
Questo clima di diffidenza e sfiducia verso la scienza medica e i suoi rappresentanti è ben visibile nell’oralità dialettale della nostra gente, come appare da alcune testimonianze, tutte normalmente incentrate su aspetti negativi legati all’operato, all’efficacia, all’affidabilità dei medici e della medicina.
Il medico è visto anzitutto come un saccentone presuntuoso, sputasentenze, curiosone, intrigante, chiacchierone. Lo si chiama con disprezzo scanabécch, becamòrt, squartagatt, mazzagént, mazzacan, macelár, dutür da l’aqua frésca, di cai, dela malva còta, di gamb di pèguri. Il medico ha la paténta da mazzaa la sgént, e diventa così un ingrassacampusant. E siccome, inevitabilmente, l’erür dal dutür l’è cuerciaa cola tèra non poteva che essere diffusa l’opinione secondo la quale al var püssée un asan viv che un dutür mòrt.
Anche per le malattie dello spirito esistevano numerosi pregiudizi e superstizioni: si riteneva ad esempio che la pazzia fosse di natura ereditaria, o che si trattasse di un castigo divino. Alcuni sostenevano che certi cibi ne fossero la causa; fra questi le noci cotte, forse perché è da pazzi farle cuocere. Non mancavano poi verità proverbiali che sentenziavano, ad esempio, che óm pelus, o matt o virtuós.
E questo ci introduce al finale alla Erasmo da Rotterdam.
“La pazzia oggidì sempre più si manifesta nei bevitori di liquori ed amanti che si scaldano la testa. La pazzia è all’ordine del giorno per l’eredità lasciataci dai nostri progenitori (sangue guasto, debole, vizioso e corrotto). Non si diventa pazzo senza un perché. I soverchi vizi, il troppo studio, l’amore sviscerato, gli affari rovinosi, i pensieri alterati, l’avidità del danaro e delle ricchezze, le superstizioni, certe credenze subdole ed ingannatrici, le letture oscene sono la causa della pazzia… Bisogna procurare di tenersi possibilmente lontani dai matti quanto dagli avvocati. Per cura degli alienati date loro poco e buon vino, cibi sani ed abbondanti, passeggiate amene onde possano respirare a doppi polmoni, nessuna occupazione, divertimenti continuati d’ogni genere e così la pazzia a poco a poco sparirà. Un matto il più delle volte guarisce con un buon salasso. Con dei buoni e replicati colpi di randelli il più delle volte si pazientano e guariscono i mattarelli.”

da Amministrazione 2000 – ti.ch

CAMPANE DI PASQUA

Campane di Pasqua festose
che a gloria quest’oggi cantate,
oh voci vicine e lontane
che Cristo risorto annunciate,
ci dite con voci serene:

“Fratelli, vogliatevi bene!
Tendete la mano al fratello,
aprite la braccia al perdono;
nel giorno del Cristo risorto
ognuno risorga più buono!”

E sopra la terra fiorita,
cantate, oh campane sonore,
ch’è bella, ch’è buona la vita,
se schiude la porta all’amore.

Gianni Rodari

IL MAESTRO PIETRO BERRA

Come il presidente della Filarmonica, Angelo Moretti, ha voluto ricordare a tutti, il prossimo 5 marzo ricorre il quarantesimo anniversario dalla morte del m° PIETRO BERRA.
Nato a Vercelli nel 1879, dopo gli studi presso l’Istituto Musicale di Vercelli, iniziò la sua carriera nel 1901 dirigendo la Filarmonica di Castellamonte. Dal 1904 al 1908 fu direttore della Musica Municipale di Domodossola. Diresse in seguito la Cittadina di Como (1913-1918), la Musica Cittadina di Chiasso (1919-1931) e la Civica di Mendrisio (1931-1959). E’ stato indimenticato Direttore della Filarmonica di Monte Olimpino per ben 50 anni (1920-1971).

Mi piace  ricordarlo proponendovi l’ascolto di una – SUA MARCIA – composta in occasione dell’inaugurazione del Traforo ferroviario del Sempione il 19 maggio 1906.

NON STATE CONDIVIDENDO TROPPE COSE?

Avete una nuova ragazza o un nuovo ragazzo? Condividete.
Avete trascorso una splendida vacanza? Condividete.
Avete cucinato una cena deliziosa? Condividete.
Avete un nuovo passaporto? Condividete.
Condividete. Condividete. Vi suona familiare? In questo caso fate attenzione: probabilmente state condividendo troppo.  Questo tipo di comportamento è tipico dei ragazzi che crescono insieme ai computer, vivono la tecnologia e utilizzano i social network. A causa della loro voglia di condividere ogni dettaglio delle loro vite, sono stati soprannominati la generazione “Selfie” o “Me, Me, Me”. Comunque, molti di loro non realizzano che stanno immettendo troppe informazioni online e ignorano le conseguenze di questo comportamento.
In accordo con un sondaggio Microsoft del 2013, i danni economici mondiali causati da quelli alla reputazione ammontano a oltre 1.4 miliardi di dollari. Considerando la reputazione in ambito professionale, i numeri aumentano considerevolmente arrivando a 4.6 miliardi di dollari.
È importante notare che una buona parte di queste perdite sono causate dal comportamento degli utenti che, consapevolmente o meno, condividono online informazioni riservate come la loro data di nascita, il numero di telefono, il loro indirizzo fisico o il nome del proprio cane, e questi dati spesso coincidono con le password di metà dei loro account.
La perdita di questi dati può portare diversi problemi, che vanno dall’invio di email di phishing personalizzate passando per l’impossibilità di accedere ai propri account dei social network, fino al furto di identità e alle estorsioni da parte dei criminali informatici.
Gli specialisti di ESET vi riportano alcuni suggerimenti per limitare l’eccessiva condivisione delle vostre informazioni:
Iniziate ricontrollando le vostre impostazioni sulla privacy nei vostri account social network. Assicuratevi che ciò che condividete raggiunga solamente chi desiderate. Se non siete sicuri, create gruppi separati per gli amici stretti, gli amici, i colleghi e i conoscenti. Siate il più selettivi e rigorosi possibili.
Non condividete la vostra posizione con tutto il mondo. I social network spesso localizzano geograficamente gli utenti, ma non avete necessità che tutti sappiano dove siete o che siete appena partiti per le vacanze o che starete fuori per le prossime due settimane? E’ preferibile disattivare questa funzionalità ed eliminare la cronologia delle informazioni sulla vostra posizione.
Verificate tutti i gruppi a cui vi siete iscritti in passato. Alcuni di questi potrebbero (nel senso dei social network) essere antiquati, così come le loro impostazioni. Se sono ancora pubblici e aperti a chiunque, fate molta attenzione a quello che pubblicate; i contenuti potrebbero infatti essere letti o visti praticamente da chiunque. Potreste anche uscire dal gruppo o contattarne il coordinatore e chiedergli di modificarne le impostazioni.
Aumentate il livello di auto censura. Prima di pubblicare qualsiasi commento, o di caricare una foto o un video sul vostro profilo, immaginate di mostrarlo a vostra nonna o a uno sconosciuto per strada. Non avreste problemi a farlo? In caso contrario, probabilmente è meglio che lo teniate per voi.
Trattate ogni foto e ogni video come farebbe un detective della polizia. Verificate tutti i dettagli che potrebbero contenere e assicuratevi che non rivelino alcun dato riservato. Un buon esempio sono le foto fatte davanti a una nuova auto (che mostrano la targa del veicolo), oppure accanto al nascondiglio “segreto” delle seconde chiavi di casa o, addirittura, quelle che mostrano un nuovo passaporto. Tutti questi luoghi o cose possono svelare informazioni che potrebbero risultare pericolose nelle mani sbagliate.
Vi state iscrivendo a un nuovo servizio online o a un sito web? Prima leggete attentamente le condizioni sulla privacy del fornitore, così da comprendere meglio come l’azienda tratterà le vostre informazioni riservate. Se non siete soddisfatti, non vi iscrivete. Inoltre, siate onesti con voi stessi – avete davvero bisogno di un altro account online?
Non inviate mai dati riservati, come i dettagli della carta di credito, le password, i numeri di telefono o altri numeri identificativi, attraverso app di messaggistica o via email. Se dovete per forza inviare queste informazioni, che siano almeno crittografate. Anche se può sembrare ovvio, non pubblicatele e non mostratele pubblicamente online.
Per proteggere i vostri dati, create password complesse e cambiatele spesso. A meno che non usiate un sistema di autenticazione a due fattori, le password sono l’unica cosa che separa i vostri dati dagli sguardi indiscreti e dalle mani dei criminali. Se vi risulta difficile ricordare tutti questi codici, utilizzate un sistema affidabile per la gestione delle password.

da “Gravità zero” …tanto per non condividere… ?