RITORNO A MONTE OLIMPINO

E’ in queste giornate di sole che dalla città, ogni volta che una casa o altro ostacolo non mi faccia schermo, il mio occhio si leva con una meccanicità che é diventata una dolce abitudine del sangue prima ancora che della memoria, verso Monte Olimpino e, più in alto ancora, verso il colle di Cardano, verso il pino solitario dove lo sguardo si sofferma, quasi affascinato di un tratto da quel piccolo segno nero che si staglia sulla tela azzurra del cielo, e la memoria allora si carica di figure di un tempo perduto e forse felice.
Per settimane io guardo lassù, di giorno in giorno rinnovando il desiderio di un ritorno, fino a quando non scocca l’ora irresistibile di una corsa, insieme affannosa ed esitante quasi che la nostalgia flebile di chi vagheggia da lontano una cosa o una persona amata si affiancasse trepidamente ai timore di affrontarla, di aderirvi in libertà d’abbandono per poi vedersela strusciare tra le dita come un fiore tolto disotto da una campana di vetro dove aveva mantenuto una sua intatta ma artificiosa bellezza. Ora, fatto più accorto da ogni ritorno, sono riuscito ad equilibrare sogno e realtà, fors’anche perchè porto in me più solido e più sicuramente affondato nell’anima il ricordo di quel tempo, ma la prima volta, anni fa, da poco ritornati alla città dopo la stagione della guerra, il timore era più grande della nostalgia; ero più indifeso le esperienze avevano soffocato in me la velleità dei ritorni che negli uomini si rinnova di stagione in stagione, ad onta di tutte le disillusioni patite ma finalmente, dopo rinvii e dilazioni offerti alla mia pigrizia dalle occasioni esterne, mi decisi e, per un ultimo mascheramento di fronte a me stesso, mi dissi che era soltanto per curiosità, non per la ricerca (quanto disperata?) di un clima passato, che facevo ritorno al paese felice della mia infanzia. E m’incamminai lungo i tornanti ampi e sinuosi della strada dei Giovi in una giornata di primo autunno in cui i prati e le case, lo stesso asfalto eguale della strada sembrava rivivere di una vita nuova, vibrante nella luminosità cristallina e pure soffice dell’aria.
Monte Olimpino è una sella ma a me bambino era sempre apparso un anfiteatro, rialzato a mo’ di coppa tra iI lago e la Svizzera; e in questo verde catino avevo vagabondato, giorno per giorno, sempre aperto allo stupore che provocavano in me via via tutte le cose, tutti gli aspetti e i particolari sconosciuti che andavo scoprendo.
Da Cardano e da San Ferma giù sino al Cimitero e alle gallerie che sovrastano la discesa di Ponte Chiasso e poi verso Roncate, Cardina, il laghetto, villa Aprica era tutto un mondo, fu per qualche anno il mio mondo dove giuochi e fantasticherie non avevano confini se non quello del sole al tramonto, se non quello della mamma che attendeva vigile ad una finestra.
Allora la città non era che una distesa immensa di case: una contrada ignota e quasi temuta da andarci soltanto con la scorta di un «grande», e già Ponte Chiasso era un paese lontano, raggiungibile soltanto in giorni eccezionali con il permesso formale di potere andare al cinema. E l’esserci andato un pomeriggio di nascosto con il fratellino accoccolato sulla canna della bicicletta – ricordo ancora l’intensità trepidante delle mani che stringevano il manubrio luccicante e il contatto leggero dei riccioli che mi sfioravano la guancia lungo la discesa ripida – fu una colpa di cui ci liberammo soltanto dopo più di un mese quando, oppressi dal peso, lo confessammo alla mamma. E lo stupore con cui un giorno accolsi l’affermazione di un compagno di giuochi, più grandicello di me, che là dietro Cardina, ci stava la Francia? Furono giornate di un rimuginare lento e diffidente con consultazioni empiriche e brancicanti di una vecchia carta geografica, ma non mi apersi all’azzardo di chiederle ai genitori, fino a quando mi decisi e una mattina m’incamminai con una disposizione di animo che mi riempiva di orgoglio e di inconfessato timore. Di ritorno, dopo aver visto di lassù il lago e il Bisbino, ero colmo di sarcasmo e pure di disillusione. Scemò di un poco la ammirazione per il mio paese ora che avevo le prove che la Francia non era come la Svizzera, alle porte.
Ora tutto m’appariva piccino. Non riuscivo a convincermi che, pur essendo mutate le proporzioni (quanta carica di fantasia nella miopia di un occhio di bimbo), in quella riva avevo giuocato per interminabili pomeriggi, in quel cortile angusto si disputavano appassionate partite con una palla biancocenere, in quel fienile ci si nascondeva in più di uno, sempre in posti nuovi e più arditi, durante le partite a «topoli», in quei pochi metri di prato scosceso avevo calzato, per tutto un inverno, il mio primo paio di sci. Incontrai qualche antico amico. E quella freddezza un po’ impacciata con, cui ci si salutava in città (io come un transfuga pentito, loro con la diffidenza istintiva della gente rimasta nel contado) negli sfuggenti incontri per le vie selciate, si scioglieva qui in cadenze usate, in parole che conservavano ancora un sapore antico. E di una cosa mi stupivo: che non mi chiedessero nulla degli anni passati; come se la guerra e i vagabondaggi per l’Europa non fossero mai esistiti, una stagione di sogno dalla quale si fosse tutti usciti dismernorati e intatti. Attraversavo lentamente il paese come si sfoglia un vecchio album di fotografie: il macellaio, il parrucchiere, il tabacchino, il ciclista con la pompa sporca all’angolo, la chiesa con la sua ghiaiosa e ripida salita, l’oratorio ancora fresco di calce come allora, la scuola dalle mura stinte con la malinconia del suo cancello chiuso e del cortile in silenzio come abbandonato ai dialoghi muti dei grossi alberi, nostre coordinate nel giuoco dei quattro cantoni, il cimitero tutto raccolto nella sua disadorna solitudine agreste. Se gli uomini erano cambiati — oh, non molto! — le cose erano quelle stesse con qualche colore mutato, con una patina nuova e il clima era quello, composto in un equilibrio aldilà del tempo di elementi immutati. Soltanto diverso il viso avevano le donne, più vecchio, e il sorriso più dolce di stanchezza; e le ascoltavo rievocare mia madre con quella semplicità fatta di terra che soltanto ritrovo tra la gente di campagna: e le stavo ad udire con un sorriso, di riconoscenza triste senza quella sorda e ingiustificata irritazione che provo ogni volta che mi sento raggiunto in una zona dell’anima dove una sensibilità gelosa, morbosamente gelosa, non vorrebbe estranei, come se parlassero di un’altra o come se ella stessa fosse ancora a casa ad aspettarmi. In quelle cucine nere di ombra e di fumo, vicino agli arnesi della terra, guardando cartoline illustrate e fotografie incastrate nei vetri opachi delle credenze, mi ritrovavo intero; le ascoltavo parlare, le mani vicino al fuoco, e rispondevo in un colloquio di rispondenze nascoste, senza difesa, mentre i bimbi più piccoli quelli che io non avevo visto nascere, mi guardavano in silenzio con occhi intimiditi. E chiedevo notizie degli altri figli, quelli che erano stati i miei compagni di giuoco, e come stupivo nell’apprendere che Cleofe, quella bimba irta e bruttina, s’era fatta suora, e che Mario dal testone biondo e riccioluto faceva a P. l’aiuto del farmacista e «guadagnava benino» tanto che si sarebbe sposato in primavera.
Improvvisa calò la sera. Nell’aria già fredda scorgevo di lontano il mio albero, quel pino solitario dove mi rifugiavo, già adolescente, nelle mie ore di disperazione e di gioia, nel miei impeti ombrosi di solitudine e di abbandono. Di lassù si scorge il lago sino a Torno, la piana verde calata nella nebbia leggera sino quasi a Varese e il Cantori Ticino con le Alpi rosa orlate di bianco all’orizzonte; di lassù sognavo i miei viaggi, il mio vagabondare per il mondo alla ricerca di passi felici, di spazi intatti cui fare aderire, in pacati abbandoni, la mia inquietudine di fanciullo.
Ora ritorno lassù ogni anno e una volta non sono ritornato solo; perché se in questa stagione era un punto di partenza, ora è diventato un limite, una riva di approdo, e appoggiare la mano sulla scorza rugosa del suo tronco è come attingere forza per continuare il cammino, rinnovare un patto segreto di fedeltà e di amore alla mia terra.

MORANDO MORANDINI (da LA PROVINCIA del 10 agosto 1950 scansione ed elaborazione a cura di Franco Romanò)

VITA NEL CASTEL CARNASINO

Lilli, una lupacchiotta di pochi mesi molto esuberante, mi accoglie festosamente a Castel Carnasino in una rara mattina di sole di questo incostante aprile. I padroni di casa mi vengono incontro sorridendo a me e alle prodezze della loro recente creatura. Educatissimi, di una educazione d’altri tempi, che neppure un’antica amicizia può scalfire.
Avevo desiderio di tornare in questa dimora patrizia a distanza di alcuni decenni, quasi per verificare nitidissimi ricordi d’infanzia, quando la domenica con i miei genitori eravamo ospiti dei Torriani, a Castel Carnasino, appunto. I bambini erano tre: le nostre età simili, ma non abbastanza per inventare giochi comuni, quei giochi che mettono in campo fantasia o abilità fisiche. Ricordo che la grande attrazione era rappresentata dagli animali: animali giganti, di pezza, un leone, un cane, una pecora che emettevano i loro versi caratteristici, sollevando un gancio sulla schiena. Erano cavalcabili queste bestie e, dotate di rotelle, permettevano a noi bambini brevi percorsi, molto faticosi a causa dell’alto strato di ghiaia del giardino, che ostacolava lo scivolare delle rotelle. Due grosse trecce biondo-rosse, quelle di Tilde, riaffiorano alla mia memoria:  le vedo lucenti, inondate di sole. Null’altro della fisionomia di questa bellissima bambina.

Il rito del pranzo domenicale
Le colazioni della domenica si svolgevano secondo un cerimoniale ben preciso. Una lunga tavola di noce accoglieva gli ospiti in una sala da pranzo con mobili scuri, rischiarati spesso dalle fiamme del camino. Una porticina collegava la sala alle cucine: da qui arrivavano i cibi. Protagonista indiscusso il padrone di casa, Giulio Torriani, uomo imponente, che, a capo tavola, mesceva i vini e serviva direttamente gli ospiti quando si trattava di selvaggina. Ascoltavo i discorsi dei grandi senza annoiarmi: i bambini, pur ammessi a tavola, non ricevevano attenzione alcuna e ci si aspettava da loro silenzio e buone maniere.
Giulio Torriani acquistò nel 1939 Castel Carnasino dagli Scalini, famiglia milanese che oggi vive in Brasile. I Torriani combatterono contro i Visconti per il dominio di Milano e vennero sconfitti a Desio nel 1277. Tra i superstiti, alcuni ripararono in Friuli altri in Baviera o in Svizzera. L’esponente più tristemente noto è quel Napo che, fatto prigioniero proprio nella battaglia di Desio, venne rinchiuso in gabbia al Castel Baradello, dove morì di stenti diciotto mesi dopo. Castel Carnasino è situato sulla collina di Monte Olimpino. È una importante costruzione rinascimentale, lineare, di colore ocra, sormontata da una torre merlata di epoca medievale. Torre che, con il Baradello e Lora, costituiva un ottimo sistema di avvistamento e, quindi, difensivo per la città di Como.

Quelle feste da ballo in galleria
La famiglia Odescalchi possedeva il Castello fin dall’inizio del XV secolo. Si dice che la dimora abbia ospitato il Cardinale Benedetto Odescalchi, che salì al soglio pontificio nel 1676 con il nome di Papa Innocenzo XI. La proprietà passò poi ai Parravicini, in seguito al matrimonio di Luigia Odescalchi con un Parravicini. Nel 1853 Luigia legò la proprietà a sua figlia adottiva (non avendo eredi naturali) Elisa Bottacin, che andò sposa al conte Coopmans de Yoldi. La nipote di Elisa, anch’ella di nome Elisa, sposa l’avvocato Carlo San Pietro, ultima famiglia a possedere il Castello prima degli Scalini.
Con i passaggi di proprietà vennero eseguite opere di ampliamento e di modernizzazione. Mi piace ricordare la trasformazione della torre, che divenne merlata non più a piccionaia.
Proseguo la mia visita alla riscoperta di due luoghi che meglio ricordavo: la lunga galleria interna e l’Oratorio, dedicato a Sant’Europia, annesso al Castello per il culto privato e, in epoca meno recente, anche per quello pubblico. La galleria lunga ventidue metri, ha un soffitto ligneo decorato con motivi geometrici e un fregio parietale che intercala gli stemmi Odescalchi a dipinti che raffigurano i possedimenti della famiglia o che ricordano i fasti della stessa, come il Castel Sant’Angelo a Roma per celebrare il pontificato di Innocenzo XI Odescalchi. Una festa da ballo – diventata ormai mitica nei miei ricordi – si svolse proprio in questa galleria: era l’anno in cui  Modugno col suo “Nel blu dipinto di blu” aveva a Sanremo rivoluzionato la canzone italiana. L’interno dell’Oratorio è davvero molto interessante. Accanto all’altare sovrastato da una pala raffigurante l’Assunta, un gruppo scultoreo, eseguito da un Vela di Ligornetto, che rappresenta Luigia Odescalchi Parravicini, che tiene in mano un medaglione con le effigi del padre Tommaso e del marito a lei premorto. Inginocchiata è Elisa Bottacin, sua figlia adottiva, in atto di preghiera. Due lapidi: una in cui Luigia ricorda il padre Tommaso “di virtù domestiche civili e religiose esempio splendidissimo” 1844 e l’altra dedicata a Luigia da Elisa “figlia di adozione”.

Dal gelo dell’Oratorio alla vita nel parco
Fa freddo nella chiesina sempre chiusa: raramente viene aperta e in occasione di cerimonie familiari, matrimoni o battesimi. Vi si respira un’aria di antico, mescolata ad un vago sentore di umidità e di polvere. Uscendo dalla penombra del luogo sacro che ha visto tante vite in un passato lontano, vite di privilegio alcune, vite umili altre – l’Oratorio era aperto anche al culto pubblico, come dicevo – mi sono sentita acutamente investire dalla bellezza del luogo, del parco sfavillante di luce, dei verdi intensi risciacquati dalla pioggia recente.
È una culla quella in cui sorge Castel Carnasino. Da una parte la collina intatta che ha solo una ferita: il grande ponte dell’ autostrada Milano Chiasso. Dal lato opposto alberi secolari, magnolie, palme, ippocastani, querce formano un grande schermo protettivo. Di fronte alla dimora scorci di panorama che fanno intravedere il lago e la città, ritagliati tra la fitta vegetazione. In mezzo alle piante altissime, un acero giapponese dalla chioma intensamente fulva: ed è con questa fiammata negli occhi che lascio il luogo magico, vera isola a Monte Olimpino.

di Livia Porta maggio 2012

Dove vanno i tuoi dati dopo un acquisto online?

Aprite il portatile e cercate il regalo perfetto su un sito di e-commerce. Magari vi limitate a navigare, o create un account per fare un acquisto, o ancora spuntate una serie di caselle fornendo informazioni su ciò che vi piace e non vi piace.
Ogni giorno ci fidiamo di marchi famosi delegandogli la gestione dei dati personali, ma quello di cui il consumatore probabilmente non si rende conto è che i commercianti condividono le informazioni sui clienti con una complessa rete di inserzionisti pubblicitari, società di marketing e altri «partner selezionati».
Per esempio, i dati generati dai clienti online della John Lewis, una catena di grandi magazzini, vengono trasferiti a una schiera di piccole società, come Scene7, RichRelevance, Ensighten, Tapad, TagMan, Bazaarvoice, Qubit, BlueKai e Infection Media, secondo la Evidon, una società di digital compliance che ha prodotto una mappa in tempo reale dei flussi di informazione.
Poche persone hanno un’idea, anche vaga, di chi siano queste società o cosa facciano con i dati che raccolgono, ma questo oscuro mondo di condivisione di informazioni sarà costretto a uscire in gran parte alla luce del sole quando il regolamento generale dell’Unione Europea sulla protezione dei dati entrerà in vigore, a maggio di quest’anno. Le imprese dovranno fornire ai loro clienti molte più informazioni su quali dati condividono con quali aziende, e sull’uso che viene fatto di questi dati.
Forse…..! Stiamo accorti!!!

Vœuja de Natal

Col cœur an'mò ingarbiaa in de la cassina
el se bestira i òss l'ultim paisan,
e la candela pizza in la bosia
la mett in ciar i barlafus d'un temp:
la bròcca in del tripee portacadin,
l'acquasantin e la Maria Bambina
fassada in de la cuna d'un veder a campana.
E l'œucc el curr sui trav e sul camin
con dent an'mò freguj de scendra antiga.
La vœuja de Natal l'è lì con lù
sul materass de fœuja de melgon.
La vœuja d'un Natal come una vòlta,
con tanti vos che riven de lontan,
come in d'un sògn...
Vos de tusann che canten sul sentee...
là in fond... tra i fontanitt... visin al Lamber...
"Tu scendi dalle stelle..."
Sù dunca! Riva gent!
Gh'è chi el Natal, Natal come 'na vòlta...
Mett ul pariœu sul fœugh...
canela, acqua e saa, farina gialda...
e...alé...òli de gumbat.
Se sgrana trii rosari
e se la cuntom sù dent in la stalla.
Gh'è chì l'Armida, quella di ricamm,
el Gino cavallant cunt el clarin...
i fiœu ch'hinn mai cressuu, el bergamin.
Tra el pòrtich e la stala... quanta gent...
ghe vœur an'mò un quej scagn, una bancheta
e un para de fiaschitt... per la polenta.
Se smorza la candela sul ciffon,
el gatt al s'è fognaa in d'un quej canton
e intant l'ultim paisan
el nega in d'un bell sògn...
e par ch'el rida.

Marco Candiani

MEMORIE LARIANE di Renzo Romano

Sessant’anni fa.
Io c’ero, Ponte Chiasso e dintorni erano i luoghi del mio vivere. Pallide tracce di quei tempi oggi si intravedono appena, invece immutati li ritrovo se mi affido agli occhi e ai profumi della memoria.

I palazzi della dogana.

Vi abitavano gli ispettori, i funzionari con le loro famiglie e i figli. Gerardo, la sua bella sorella Teresa che, ahimé, puntualmentela mamma faceva sparire quando andavamo a giocare a casa sua. Peppino aveva una favolosa collezione di soldatini di piombo e una bicicletta con il cambio e la luce dello stop che si accendeva a ogni frenata. Giusto era rosso di capelli, il papà aveva una rivendita di vini. Luigino, un padre severo e una madre troppo apprensiva. Francesco, di qualche anno più grande, aveva un solaio pieno di giornalini a fumetti che mi dava generosamente in cambio dei vecchi “Grand Hotel” che mia madre comperava ogni settimana. E poi Elena e Gemma. Con la mamma e il papà ispettore vennero ad abitare sopra la dogana con grande soddisfazione mia e dei miei amici. Erano i tempi delle prime pulsioni ormonali, Gemma era carina, Elena era una ragazza bella davvero. Ma dopo pochi mesi, con grande dispiacere di noi maschietti, tutti “cotti” della bella Elena, vedemmo comparire affacciato sul terrazzo Michelino, unico figlio del nuovo ispettore con una mamma professoressa di latino per di più severissima… Decisamente non fu un cambio fortunato. Contente invece Liliana, Roberta, Rosanna, Paolina, amiche da sempre, che con la partenza di Elena ritornarono al centro dei nostri primi pruriti adolescenziali.

La Maiocca.

Quell’inverno di tant’anni fa ci fu una nevicata straordinaria. Mi ricordo che per andare da casa al giornalaio dall’altra parte della piazza dovevo passare tra due muri di neve più alti di me. Fu quella una stagione invernale fantastica per noi ragazzi. Io avevo una favolosa slitta di legno a due posti, me l’aveva portata Gesù Bambino il Natale dell’anno prima. Gesù Bambino, guai a non crederci. Quando scoprii nell’armadio della camera dei miei il regalo che mi avrebbe portato Gesù Bambino mi tenni per me la scoperta… E feci bene perché rivelarlo avrebbe significato la fine di una bella favola e soprattutto addio regali. Ogni pomeriggio partivamo da casa in fila indiana, ognuno con la propria slitta trainata da una robusta corda, per le piste innevate della Maiocca, la montagna che sovrasta Ponte Chiasso. Si percorreva via Bellinzona, si girava a destra, si passava sotto il tunnel della ferrovia, e poco dopo il cancello che delimitava i magazzini frigoriferi ci si trovava ai piedi della Maiocca.
Ai magazzini frigoriferi si faceva il ghiaccio che mia mamma metteva nella ghiacciaia per tenere in fresco l’acqua piena di bollicine grazie alle bustine di Idrolitina, il vino o la birra che mio padre mi mandava a comperare a Chiasso dal Mascetti. D’estate con quel ghiaccio si faceva la granita alla menta o più spesso al caffè. Per tritare il ghiaccio se ne avvolgeva un pezzo in un fazzoletto, quindi lo si riduceva in frammenti con il pesta-bistecche. Il ghiaccio, enormi parallelepipedi, lo portava ogni giorno il “giazeè” con un carretto trainato da un cavallo. Annunciava il suo arrivo nel cortile di casa con una tromba, mia madre scendeva con un asciugamani nel quale poneva le venticinque lire di ghiaccio.
La pista delle slitte si inerpicava per la Maiocca. La prima parte lungo un grande prato, poi si insinuava nel bosco per arrivare quasi alla cima della montagna. Era, quest’ultimo tratto, riservato ai più bravi ed audaci; gli altri, prudenti o incapaci, si limitavano a scendere lungo il percorso sul prato. Al termine della discesa c’era comunque per tutti un ostacolo impegnativo e pericoloso: un ruscello che doveva essere saltato di slancio per poi planare nella parte finale della pista. Una volta Giusto, uno dei più temerari, uno che partiva dalla cima della Maiocca, finì malamente nel fosso a causa di un tratto di pista ghiacciato. Lo vedemmo letteralmente volare nel ruscello, eravamo tutti spaventati e non sapevamo che cosa fare. Dopo qualche istante, lo vedemmo emergere miracolosamente dal fossato. Inzuppato d’acqua, stringeva in una mano la corda con la slitta mentre con l’altra si massaggiava il sedere per la botta subita.Tirammo tutti un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo. Anche Marzio, l’unico della nostra banda di sciatori in erba che aveva gli sci. Questi erano attrezzi da ricchi, e Marzio lo era. La slitta era popolare, ce l’avevano tutti. Allora era campione osannato e amato, vincitore di Olimpiadi e Campionati del mondo, il grandissimo Zeno Colò. La televisione era ancora da venire nelle nostre case, le sue discese erano raccontate alla radio e i giornali gli riservavano titoli e foto a tutta pagina. Nessuno di noi lo aveva mai visto sciare, eppure era una leggenda. La mia vecchia slitta ce l’ho ancora, in un angolo del box, sembra nuova. L’ho promessa a mio nipote Giulio, cinque anni. La Maiocca (chissà se la pista c’è ancora!) lo aspetta.

Discussiun par la cassœula

Ul Luisin l’è scià de not
cun’na sgorba de verz cott,
riva a taj de l’Angiulin,
che’l ga dis – Che bel casin –

– Ula verza inscì scùtada
l’ha ma par una vacada,
che la verza “è sempar bona”
ma la pert ul so’ aroma,
e pœ… van giò pel’lavandin
sali, gust e protein.-

Salta dent ul Rescaldin,
la sentù un pu de casin,
el ga dis: – Anca mi a fù insci,
ala sera o al mesdì. –

Ma la roba puse bela,
l’è che metum in padela
un zichin de alegria…
e ‘na bela compagnia.

di Angelo Moretti

In ogni caso, come recita un vecchio detto lombardo, quando è pronta, “la casoeula l’ha da vess ben tacchenta e minga sbrodolada e sbrodolenta”. 

IL LAZZARETTO DI QUARCINO

Nel volume “IL COMUNE DI MONTE OLIMPINO 1818 – 1884” scritto da Primo Porta,  da pag. 51 in avanti, potete apprendere di una epidemia di colera sviluppatasi in Francia nel 1884 e poi diffusasi anche nella nostra provincia. Per cercare di contrastare l’epidemia, il Prefetto di Como dava ordine a tutte le dogane di controllare a fondo le persone e le merci provenienti da oltre Gottardo, e, ove si ritennesse opportuno, di sottoporle a “quarantena”. Per consentire il rispetto delle disposizioni, venne costruito a Quarcino un lazzaretto, ospitato nel grande edificio di proprietà dei Conti Reina. In un fascicolo stampato nell’agosto 1884, si da una descrizione del luogo e della vita che li si svolgeva.

Forse non fu mai, come si volle, il terribile castello dal quale uscivano i temuti e gagliardi guerrieri o i comandi capricciosi del fiero e prepotente signore, a spargere nella borgata lo spavento e l’angoscia.
Nelle ampie sale, nell’atrio spazioso, nei vasti giardini, non s’aggirò forse mai altri che la schiera gioconda di belle dame e di nobili cavalieri, radunati per intrecciare alla loro vita i fiori pomposi della gajezza e del piacere.
Quarcino, dunque, pare sia stato una villeggiatura, restaurata nel seicento; prediletta dai suoi signori e abbandonata poi, certo per un’altra più bella, come accade d’ogni cosa nel mondo.
Essa sorge su un’altura, a cavaliere del confine italo-svizzero. Dalle finestre mal chiuse da rade e cadenti persiane occhio si perde nel verde d’una grande e popolata valle che scende dolce dolce fino al lago di Como. Dietro, la corona di colli e di monti; sotto, la massa variopinta delle case di Chiasso; sopra, un cielo largo, azzurro, che invita ad ammirarlo.
E’ di questo castello diroccato, che dell’antico lusso non aveva più che una specchiera e dei seggioloni tarlati, che poche volonterose e intelligenti persone seppero fare un luogo abitabile e dargli quella tinta che può ricordare l’antica villeggiatura.
Gli ospiti, veramente, non sono invitati dal magnifico signore, ma costretti al soggiorno da quel truce prepotente che è il colera.
Eppure non hanno l’aria di subire una rigorosa cattività; segregati dal mondo, messi là tra il verde e l’azzurro, confortati da tante comodità, non pensano al misterioso persecutore; da gente pratica, procurano di godere… come facevano le belle dame e i nobili cavalieri d’un tempo.
Cantano, ridono, giocano, passeggiano, stringono amicizie, si fanno confidenze; questo per lo spirito. Il corpo riposa su buoni letti e si ristora all’ ottima tavola, sotto cui non sta il tradimento di un conto dalle cifre inaspettate.
Gli operai sono attendati, sembrano un popolo nomade sbattuto fra la civiltà da un soffio arcano. Sotto la tenda si lavora, si curano i bimbi, si pensa alla casa stabile e si spera.
Il cortese ispettore avvocato Carlo Ballarati, è infaticabile nella sorveglianza diligente e minuta di tutto ciò che può rammentare il feudo e offuscare il lazzaretto.
Lazzaretto che non dà molto a pensare al dottor Lorenzo Cazzaniga, il quale, come medico-direttore, per impiegare la sua attività, è generoso di premure… ai sani, proprio come negli stabilimenti balneari.
Il signor Giovanni Minola, un laureando del sesto anno, è incaricato della parte più gentile: incensare e profumare… con quegli incensi e profumi che tutti sanno.
L’ingegnere Eugenio Zannotti ha, in pochi giorni, rimesso a nuovo il castello, costruiti i bagni caldi e freddi, stabilita la lavanderia a vapore; ora ha pensato di mettere un gran velario al disopra delle tende, perchè le piogge e i venti non rechino danno ai quarantenanti di terza classe.
Abbiamo finito? No: l’ordine, la moralità, la sicurezza regnano sull’altura di Quarcino come… e meglio che in qualunque antico stato.
Le stanze per le signore sono lontane da quelle per gli uomini; di comune non c’è che la sala da pranzo. C’è un appartamento separato per le… peccatrici patentate e un carcere pei detenuti.
Addio, rumoroso e gaio Quarcino, ove la bionda miss, per sognare vegliando, e il taciturno tedesco, per sorbire pensando la gran tazza di birra, non hanno che un solo cantuccio: la deserta farmacia. Nessuna delle tre o quattrocento persone che entrarono ed uscirono finora da Quarcino, ha mai avuto bisogno del ristoro chiuso nei brillanti alberelli, nei bianchi vasetti del farmacista.
Addio Quarcino! Lazzaretto di nome, villeggiatura per fatti.

(scansione ed elaborazione da EMPORIO PITTORESCO dell’ agosto 1884 a cura di Franco Romanò)

NOVEMBRE di Giovanni Pascoli

Gèmmea l’aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l’odorino amaro
senti nel cuore…

Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.

Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. E’ l’estate
fredda, dei morti.

PERSONAGGI IN DIALETTO D…E…F…G…

DEMI – DEMI

Si dice a Milano di chi va in giro a parlar male del prossimo, a criticare le opinioni altrui, a far previsioni catastrofiche sulle iniziative di Tizio e Caio; e tutto questo con lo sfacciato e palese desiderio di esasperare le persone vittime della sua maldicenze. Le quali, alla fine, gli chiuderanno la bocca a sberle. Questo detto si usa anche verso qualcuno che rischia sempre e, per il calcolo delle probabilità, non potrà sempre andargli bene: arriverà poi la volta che dovrà pagare il conto e quindi sarà colui che «…EL CANTAVA EL DEMI-DEMI» “datemele – datemele”.

EL TENGA

Vi sarà certo capitato, a qualche fiera di paese, di vedere questo personaggio intento ad offrire, alla gente accorsa per la sagra, le immaginette del Santo Patrono festeggiato, dicendo: «Tenga!… tenga!…». E fa affari, perché chi va a simili manifestazioni ha già in animo di spendere un po’ di soldi per le candeline del Santo, per la pesca di beneficenza, per la colletta pro restauro della cappella, e non rifiuterà certo uno o due euro per il Santino offertogli dal TENGA. Dunque «EL TENGA» è il nuovo nome di un mestiere non nuovo.

FOLCETTEE

«L’HA FAA I FOLCITT», ha fatto i trucchi. Così si dice in tutta la Lombardia, quando qualcuno giocando a carte bara, sostituendo una carta con l’altra. È proprio il fatto di sostituire le carte che è colto da questa espressione. Infatti “folcitt” viene dalla parola latina “fulcimenta”, che erano i pezzi di ricambio delle celebri armature fabbricate in Milano e nel Bresciano fin dal tempo di Roma. Con questo sotterfugio dei pezzi di ricambio una corazza era sempre efficiente, come oggi accade per le automobili. E anche allora c’era il mercato dell’usato, con corazze di seconda mano, piene di buchi rattoppati.

GANIVÈLL

L’espressione viene al milanese dai longobardi, i quali per dire mariuolo dicevano “gannev”. Nel milanese di oggi è il giovanottello un po’ sbruffone, tipo periferia, che fa il galletto con le donne, ha l’auto sportiva, fa il BAUSCIA con i più deboli.