Racconti

da LA RESURREZIONE di A. Manzoni

E’ risorto: il capo santo
più non posa nel sudario
è risorto: dall’un canto
dell’ avello solitario
sta il coperchio rovesciato:
come un forte inebbriato,
il Signor si risvegliò.
Era l’alba; e molli il viso
Maddalena e l’altre donne
fean lamento in su l’Ucciso;
ecco tutta di Sionne
si commosse la pendice
e la scolta insultatrice
di spavento tramortì.
Un estranio giovinetto
si posò sul monumento:
era folgore l’aspetto
era neve il vestimento:
alla mesta che ‘l richiese
dié risposta quel cortese:
è risorto; non è qui.

MONTE OLIMPINO – A.D. 1904

A Monte Olimpino, sono venuto ad abi­tare giovane, giovane, quando appena avevo iniziato la mia vita universitaria. Solo da qualche anno si era festeggiato l’inizio del nuovo secolo con solenni fun­zioni di mezzanotte in Duomo e copiose rumorose cene inaffiate da abbondante generoso vino.
Da Monte Olimpino passavo anche pri­ma assai spesso alla domenica per la consueta passeggiata a Chiasso, dove tut­ti i Comaschi si riversavano ad acqui­stare zucchero, caffè, cioccolata e tabac­co, a bere abbondante birra, a ballare al Crotto della Giovannina e al Bagnetta, dove si davano convegno tutte le came­rierine ed i giovanotti della città. Allora naturalmente non si parlava nè di tes­sere di frontiera, nè di passaporti: tutti transitavano liberamente ed il controllo doganale era di manica larga.
Poche case a Monte Olimpino, poche a Ponte Chiasso, la corriera a cavalli di Sioli, con due corse al giorno, una al mattino, l’altra al pomeriggio, portava in città i non molto numerosi passeggeri. A Como luogo di partenza i Tre Re, alla Vignascia fermata obbligatoria all’ombra di un frondoso platano per dar fiato ai cavalli. Ma già si parlava di una tramvia che avrebbe dovuto congiungere la Cit­tà con Chiasso e che di fatto venne inau­gurata nel luglio del 1906.
Da pochi anni erano state costruite le Scuole, che prima avevano sede nella vec­chia Chiesa poi sconsacrata nel 1864 quando fu eretta l’attuale, ma non an­cora era stata costruita la sede della So­cietà Operaia, nè l’Istituto dei Sordomu­ti, e neppure la casa che poi doveva ospi­tare la Cooperativa di Consumo, diretta e portata in floridissime condizioni da un uomo modesto, integerrimo e buon repubblicano, il compianto Ortensi. Lungo l’attuale via Bellinzona solo po­che vecchie case, e davanti alla Chiesa un enorme cumulo di pietre, ricavate dalla costruzione della galleria ferroviaria, che era stata aperta nel 1881, allor­quando venne traforato il Gottardo ed unita l’Italia alla Svizzera ed alla Ger­mania attraverso quell’importantissimo valico.
Ma il Castel Carnasino già da tempo im­memorabile dominava Como, ed il Ca­stello di Quarcino, Chiasso, e da qualche anno Alberto Pisani Dossi, distinto di­plomatico e celebre scrittore della Sca­pigliatura milanese, aveva eretto a Car­dina quella magnifica villa, che ancor oggi ammiriamo, dove egli doveva tra­scorrere nell’infermità gli ultimi anni della sua vita operosa. Nessuna villa ancora era stati costruita sul colle di Monte Olimpino, se si ec­cettui quella attualmente De Mas, cono­sciuta in tutta la Città per il suo tetto in lamiera. Alcuni anni dopo a cura della Società Cooperativa Edificatrice, proprio alla svolta di Roncate, sul pendio che scende verso la Valeria, doveva sorgere un enor­me fabbricato di abitazioni popolari che per la sua architettura e per la sua mole deturpava tutto il colle. Ebbe vita assai breve: durante la grande guerra fu ab­battuto, rifacendosi della spesa di co­struzione colla vendita del materiale ri­cuperato, e del terreno, assai cresciuti di prezzo. Alla Villa Scalini, ora Frigerio, ed alla Villa Croce eretta nel 1914, doveva poi seguire tutto quel complesso di costru­zioni edilizie che ora ammiriamo, e che fanno il poggio di Monte Olimpino tanto bello ed ameno. Castel Carnasino al principio del secolo era proprietà dei Conti Coopmans di Jol­di, famiglia di principesca ospitalità, che apriva le proprie sale a feste e rice­vimenti ed era larga dispensiera delle sue cospicue ricchezze anche in opere di bene.
Nella villa, attualmente Bergomi, ve­niva a trascorrere l’estate l’avv. Sampie­tro, un pezzo grosso del partito cattolico milanese, di cui invidiavo il tiro a due che giornalmente lo portava il mattino alla Stazione di S. Giovanni e lo riportava in villa alla sera.
Quarcino era possedimento dei Conti Reina, una nobile famiglia che ha dato a Como uomini di non comune valore nel campo delle scienze e della politica. Tutti a Monte Olimpino ricordano l’avv. Luigi Reina, che per molti anni ri­coprì cariche importantissime e fu Sin­daco di parte democratica. A Monte Olimpino era particolarmente affezionato: Presidente della Soc. Ope­raia, promosse la costruzione della bella sede attuale, che fu progettata e diretta dal fratello ing. Carlo. Meno noto a Monte Olimpino, dove trascorreva le vacanze estive, il prof. Vin­cenzo Reina, insegnante di geodisia al­l’Università di Roma, il cui valore e la cui fama erano pari alla bontà ed alla modestia.
Nel roccolo di Quarcino ci riunivamo, nelle sere del tardo ottobre, contadini ed amici a mangiar caldarroste inaffiate dal vinello del luogo che si attingeva con boccali di terracotta direttamente da una ricolma brenta.
La sede della Soc. Operaia doveva dare ospitalità alla Filarmonica che fin da allora e per oltre un quarto di secolo fu presieduta dall’avv. Coopmans, tuttora vegeto e sano ed al quale inviamo i no­stri auguri di ancora lunghi anni di vita. Direttore era un valente maestro, il Mer­candalli, che aveva saputo acquistarle lar­ga fama e numerosi allori nei concorsi bandistici. La stessa sede dava pure ospitalità a tutte le iniziative culturali e sportive dell’epoca, perchè anche allora si faceva dello sport e parecchio si operava per la cultura del popolo. Risale infatti al 1908 l’apertura delle Scuole serali e festive destinate a completare l’istruzione dei fi­gli dei nostri lavoratori che allora, a Monte Olimpino, si fermava alla quarta classe elementare. A capo di tutte le manifestazioni locali, per spirito di iniziativa e per attività, ricordo il Battista Moretti, da tanti anni scomparso, e il buono e tanto caro Luigi Molteni, padre dell’Edoardo, che fin d’al­lora, se la memoria non mi falla, era un appassionato suonatore di ottavino, fe­condo oratore e poeta meneghino.
La Chiesa non ancora aveva quel bel concerto di campane di cui solo più tardi fu provvista e che la guerra ci ha por­tato via. Don Antonio Fasoli ne era par­roco, era vicario quella figura caratteristi­ca e popolare di don Vittorio Baj, che solo pochi anni fa moriva carico d’anni, ma vegeto ed arzillo sino agli ultimi suoi giorni. Già allora si parlava di ampliare la Chiesa, già allora don Antonio tutte le domeniche dal pulpito sermoneggiava in tono assai risentito contro la poca mo­destia delle ragazze, che amoreggiavano nascoste dietro i muri e le siepi ed in ore serotine. (O ragazze che mi leggete, non fate cenno alle vostre nonne che mi tac­cerebbero di sfacciato bugiardo).
Proprio all’inizio del secolo era sorta la Fabbrica di Cemento Montandon, che per venticinque anni doveva dare lavoro e pane a tante famiglie di Monte Olim­pino. Capo di quella floridissima fab­brica era lo svizzero Leone Montandon, uomo di rara ed illuminata bontà, che molto ha fatto ed ancor più avrebbe fat­to per Monte Olimpino, se troppo presto non fosse mancato. Precorse i tempi in molte iniziative, nè posso tacere fra le altre l’assunzione di una assistente visi­tatrice per le famiglie dei suoi operai, iniziativa che doveva avere trent’anni dopo tanti benefici sviluppi.
Altre industrie non v’erano, ma fiori­va, come ha sempre fiorito fra noi, il contrabbando. Brogeda era allora famo­sa: bricolle di tabacco e di caffè passa­vano ogni giorno il confine, mentre don­ne e ragazzi facevano il piccolo commer­cio rifornendo poi di coloniali tutte le drogherie di Como e specialmente quelle di Borgovico. A Monte Olimpino e a Ponte Chiasso non c’era nè macellaio, nè salumiere, e tantomeno tabaccaio e droghiere; di que­sti ultimi non se ne sentiva affatto il bi­sogno rifornendosi tutti in Chiasso. Mancava l’acqua, e non si parlava nè di gas e tanto meno di luce elettrica: la illuminazione pubblica si effettuava a mezzo scarsi lampioni ad olio, accesi alla sera da un incaricato che si portava in giro la scala da una parte ed un recipien­te per l’olio dall’altra; riempiva ed ac­cendeva le lampade, che al primo soffio di vento si spegnevano.
Già fin d’allora la popolazione era nel­la sua grande maggioranza ‘rossa’, ma sen­za faziosità e senz’astio. Alle sagre reli­giose tutti partecipavano: falò e lumi­narie alla festa del paese, ma falò e fuo­chi d’artificio anche il 20 settembre; carri mascherati e balera a carnevale. Poca popolazione e tutta indigena, che costi­tuiva una grande e sola famiglia, con tutti i pettegolezzi degli ambienti pic­coli, ma anche con tutta la bontà e la solidarietà nella gioia e nel dolore che dà là vita trascorsa vicino.
A voi, giovani nati dopo l’altra guerra, la descrizione da me fatta di Monte O­limpino al principio dei secolo sembrerà quasi irreale e come di un tempo lonta­no, lontano. La stessa sensazione provavo io, quan­do mio padre mi raccontava di Como pri­ma del 1870 e proveranno i vostri figli quando racconterete loro ciò che avete visto in questi anni fortunosi.

Avv. AMILCARE CASNATI
(scansione ed elaborazione da L’OLIMPO del 14 ottobre 1945 a cura di f.r.)

BUON NATALE di Dino Buzzati

E se invece venisse per davvero?
Se la preghiera, la letterina, il desiderio
espresso così, più che altro per gioco
venisse preso sul serio?
Se il regno della fiaba e del mistero
si avverasse? Se accanto al fuoco
al mattino si trovassero i doni
la bambola il treno il micio
l’orsacchiotto il leone
che nessuno di voi ha comperati?

Se la vostra bella sicurezza
nella scienza e nella dea ragione
andasse a carte quarantotto?
Con imperdonabile leggerezza
forse troppo ci siamo fidati.
E se sul serio venisse?

Silenzio! O Gesù Bambino
per favore cammina piano
nell’attraversare il salotto.
Guai se tu svegli i ragazzi
che disastro sarebbe per noi
così colti così intelligenti
brevettati miscredenti
noi che ci crediamo chissà cosa
coi nostri atomi coi nostri razzi.
Fa piano, Bambino, se puoi.


LA RETE DEL RAGNO

C’era una volta uno studioso di nome Chance, confinato all’interno di laboratori di ricerca insieme a eminenti colleghi. Chance studiava il funzionamento del cervello umano. Erano ricerche difficili. Ci voleva impegno, pazienza, tenacia, raccolta minuziosa dei dati e, infine, procedure scientifiche per controllare le ipotesi.
Un bel giorno Chance andò in pensione. Finalmente poteva uscire dai laboratori. Era curioso di rapporti sociali che non fossero quelli tra scienziati.
Ben presto scoprì che la maggioranza delle persone era diversa da come si era immaginato. Chance sapeva bene che nel cervello umano più della metà dei neuroni risponde a stimoli visivi. Supponeva che gli umani rivolgessero la loro attenzione a nuvole, tramonti, fiori, insomma a quel che di mirabile presenta la natura. E invece gli uomini tenevano in mano delle macchinette rettangolari con uno schermo di vetro su cui comparivano delle immagini create da altri uomini. Si trattava di stimoli speciali fatti per richiamare l’attenzione oppure di brevi messaggi. Tutti si affrettavano a rispondere.
Chance cercò di capire da dove arrivavano queste immagini e queste scritte. Da buon ricercatore, scoperse che esisteva una grande biblioteca centrale che conservava i messaggi mandati da tutti e ne governava gli scambi. Chance conosceva bene le biblioteche. Eppure, in quelle che lui aveva frequentato, in ogni posto del mondo, i libri non si mescolavano mai con le teste di chi li consultava. Quella biblioteca, invece, era una specie di grande ragnatela condivisa da tutti e il cervello di ciascun umano si era, per così dire, ibridato con questo cervellone artificiale.
Chance aveva per tanti anni studiato gli effetti degli stimoli sul cervello umano e fu facile per lui capire com’erano fabbricati quegli stimoli speciali che attiravano l’attenzione. Conosceva bene la biologia e sapeva che alcuni etologi, Lorenz e Tinbergen, avevano mostrato agli uccelli delle uova finte, colorate in modo più vivido e di dimensioni più grandi del consueto. Gli uccelli, affascinati, credevano che quelle fossero le uova da covare, e non le uova vere, contenenti i loro figlioli.
Si accorse così che anche gli uomini venivano ingannati, attratti da immagini che erano state create da pochi bibliotecari. Queste immagini accentuavano con varie tecniche proprio gli stimoli che gli uomini erano naturalmente inclini ad apprezzare perché legati a istinti, come quelli che avevano permesso loro di riprodursi, o a desideri che erano stati loro inculcati fin da piccoli grazie alla plasticità del cervello. Questi super-stimoli facevano credere di aver bisogno di cose inutili e tutti lavoravano duro pur di avere la possibilità di comprarle. Eppure gli uomini non diventavano più felici. Com’era possibile?
Purtroppo, nella fretta della vita indaffarata, dimenticavano i loro reali bisogni. Non riuscivano neppure a pensarci. Non avevano la pazienza necessaria e, a forza di ricevere super-stimoli artificiali, non si erano accorti che avevano finito per privilegiare modi di pensare intuitivi e primordiali. Solo pochi erano ancora capaci di usare quella che veniva chiamata dai bibliotecari centrali la “buona logica”. E quei pochi venivano reclutati e addestrati dal governatore della biblioteca, di nome Ragno.
Egli continuava a tessere filo per la rete, sempre più grande e invasiva, tenendo segreta la capacità della ragnatela di rimbecillire chi restava impigliato. Un tempo, dentro i laboratori, tutti erano uguali, razionali, attenti agli altri e, soprattutto, generosi. Solo le cose interessanti e divertenti attiravano l’attenzione per poi essere analizzate con spirito collaborativo e fraterno. Chance sapeva che, nel mondo, i lavori erano spesso ripetitivi e poco divertenti, ma ignorava le forti disuguaglianze tra gli uomini. Per esempio, la sua pensione era molto superiore allo stipendio di uno spazzino. Appena lo scoperse s’indignò. Decise che tutti avrebbero dovuto usare il loro cervello in modo da annullare queste disuguaglianze.
Come fare? Almeno due cose erano indispensabili: rompere l’incantesimo dei super-stimoli e insegnare a tutti la buona logica, che non doveva più essere uno strumento di selezione e discriminazione. Se l’uomo ha ricevuto dall’evoluzione naturale un dono speciale, un grande cervello che può parlare, ascoltare e soprattutto pensare, perché non possono usarlo tutti? Perché restare schiavi del Ragno? Bisogna ribellarsi. Ribellarsi contro il Ragno che ci costringe, come Sisifo, a portare un masso in cima alla montagna, per poi vederlo precipitare di nuovo a valle e dover ricominciare ogni giorno la fatica della salita senza speranza. Ribellarsi contro le disuguaglianze, criticando quel che ci propinano come ovvio, scontato, immodificabile. Senza violenza. Cervello allenato, cuore aperto, disarmante candore: ecco le armi della vittoria di Chance sul Ragno.

da “Il sole – 24 ore”

FERRAGOSTO CON GIANNI RODARI

Filastrocca vola e va
dal bambino rimasto in città.

Chi va al mare ha vita serena
e fa i castelli con la rena,
chi va ai monti fa le scalate
e prende la doccia alle cascate…

E chi quattrini non ne ha?
Solo, solo resta in città:
si sdrai al sole sul marciapiede,
se non c’è un vigile che lo vede,
e i suoi battelli sottomarini
fanno vela nei tombini.

Quando divento Presidente
faccio un decreto a tutta la gente;

“Ordinanza numero uno:
in città non resta nessuno;
ordinanza che viene poi,
tutti al mare, paghiamo noi,
inoltre le Alpi e gli Appennini
sono donati a tutti i bambini.

Chi non rispetta il decretato
va in prigione difilato”.

CAMPANE DI PASQUA

Campane di Pasqua festose
che a gloria quest’oggi cantate,
oh voci vicine e lontane
che Cristo risorto annunciate,
ci dite con voci serene:

“Fratelli, vogliatevi bene!
Tendete la mano al fratello,
aprite la braccia al perdono;
nel giorno del Cristo risorto
ognuno risorga più buono!”

E sopra la terra fiorita,
cantate, oh campane sonore,
ch’è bella, ch’è buona la vita,
se schiude la porta all’amore.

Gianni Rodari

AUGURI PER L’ANNO NUOVO

Ma regordi che a Natal faseva frécc.
Gh’era la nev e i vedar coi stell de giàzz.
Gh’era ul camin o la stua sempar pizz
e la pell di mandaritt a profumass.

La letterina piéna de brillantitt
sconduda ben ben sòta el piatt del pà
con cent promess che duravan men d’un dì
un testament per l’ann che doeva ‘rivà.

La poesia imparada a memoria
l’era la scusa per ‘nda a truà i parent,
ciapà cinq ghéi, un belé o per la gloria,
turun e ciculat da mett sòta i dent.

L’albero l’era di sciori, e pòc credent
ma l’era alegher.. tacavum su tusscòss
mandaritt, nous, bumboni, fil d’argent
el dì de Natal ghe stavum tuti adòss.