Racconti

NOVEMBRE di Giovanni Pascoli

Gèmmea l’aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l’odorino amaro
senti nel cuore…

Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.

Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. E’ l’estate
fredda, dei morti.

da LA RESURREZIONE di A. Manzoni

E’ risorto: il capo santo
più non posa nel sudario
è risorto: dall’un canto
dell’ avello solitario
sta il coperchio rovesciato:
come un forte inebbriato,
il Signor si risvegliò.
Era l’alba; e molli il viso
Maddalena e l’altre donne
fean lamento in su l’Ucciso;
ecco tutta di Sionne
si commosse la pendice
e la scolta insultatrice
di spavento tramortì.
Un estranio giovinetto
si posò sul monumento:
era folgore l’aspetto
era neve il vestimento:
alla mesta che ‘l richiese
dié risposta quel cortese:
è risorto; non è qui.

BUON NATALE di Dino Buzzati

E se invece venisse per davvero?
Se la preghiera, la letterina, il desiderio
espresso così, più che altro per gioco
venisse preso sul serio?
Se il regno della fiaba e del mistero
si avverasse? Se accanto al fuoco
al mattino si trovassero i doni
la bambola il treno il micio
l’orsacchiotto il leone
che nessuno di voi ha comperati?

Se la vostra bella sicurezza
nella scienza e nella dea ragione
andasse a carte quarantotto?
Con imperdonabile leggerezza
forse troppo ci siamo fidati.
E se sul serio venisse?

Silenzio! O Gesù Bambino
per favore cammina piano
nell’attraversare il salotto.
Guai se tu svegli i ragazzi
che disastro sarebbe per noi
così colti così intelligenti
brevettati miscredenti
noi che ci crediamo chissà cosa
coi nostri atomi coi nostri razzi.
Fa piano, Bambino, se puoi.


LA RETE DEL RAGNO

C’era una volta uno studioso di nome Chance, confinato all’interno di laboratori di ricerca insieme a eminenti colleghi. Chance studiava il funzionamento del cervello umano. Erano ricerche difficili. Ci voleva impegno, pazienza, tenacia, raccolta minuziosa dei dati e, infine, procedure scientifiche per controllare le ipotesi.
Un bel giorno Chance andò in pensione. Finalmente poteva uscire dai laboratori. Era curioso di rapporti sociali che non fossero quelli tra scienziati.
Ben presto scoprì che la maggioranza delle persone era diversa da come si era immaginato. Chance sapeva bene che nel cervello umano più della metà dei neuroni risponde a stimoli visivi. Supponeva che gli umani rivolgessero la loro attenzione a nuvole, tramonti, fiori, insomma a quel che di mirabile presenta la natura. E invece gli uomini tenevano in mano delle macchinette rettangolari con uno schermo di vetro su cui comparivano delle immagini create da altri uomini. Si trattava di stimoli speciali fatti per richiamare l’attenzione oppure di brevi messaggi. Tutti si affrettavano a rispondere.
Chance cercò di capire da dove arrivavano queste immagini e queste scritte. Da buon ricercatore, scoperse che esisteva una grande biblioteca centrale che conservava i messaggi mandati da tutti e ne governava gli scambi. Chance conosceva bene le biblioteche. Eppure, in quelle che lui aveva frequentato, in ogni posto del mondo, i libri non si mescolavano mai con le teste di chi li consultava. Quella biblioteca, invece, era una specie di grande ragnatela condivisa da tutti e il cervello di ciascun umano si era, per così dire, ibridato con questo cervellone artificiale.
Chance aveva per tanti anni studiato gli effetti degli stimoli sul cervello umano e fu facile per lui capire com’erano fabbricati quegli stimoli speciali che attiravano l’attenzione. Conosceva bene la biologia e sapeva che alcuni etologi, Lorenz e Tinbergen, avevano mostrato agli uccelli delle uova finte, colorate in modo più vivido e di dimensioni più grandi del consueto. Gli uccelli, affascinati, credevano che quelle fossero le uova da covare, e non le uova vere, contenenti i loro figlioli.
Si accorse così che anche gli uomini venivano ingannati, attratti da immagini che erano state create da pochi bibliotecari. Queste immagini accentuavano con varie tecniche proprio gli stimoli che gli uomini erano naturalmente inclini ad apprezzare perché legati a istinti, come quelli che avevano permesso loro di riprodursi, o a desideri che erano stati loro inculcati fin da piccoli grazie alla plasticità del cervello. Questi super-stimoli facevano credere di aver bisogno di cose inutili e tutti lavoravano duro pur di avere la possibilità di comprarle. Eppure gli uomini non diventavano più felici. Com’era possibile?
Purtroppo, nella fretta della vita indaffarata, dimenticavano i loro reali bisogni. Non riuscivano neppure a pensarci. Non avevano la pazienza necessaria e, a forza di ricevere super-stimoli artificiali, non si erano accorti che avevano finito per privilegiare modi di pensare intuitivi e primordiali. Solo pochi erano ancora capaci di usare quella che veniva chiamata dai bibliotecari centrali la “buona logica”. E quei pochi venivano reclutati e addestrati dal governatore della biblioteca, di nome Ragno.
Egli continuava a tessere filo per la rete, sempre più grande e invasiva, tenendo segreta la capacità della ragnatela di rimbecillire chi restava impigliato. Un tempo, dentro i laboratori, tutti erano uguali, razionali, attenti agli altri e, soprattutto, generosi. Solo le cose interessanti e divertenti attiravano l’attenzione per poi essere analizzate con spirito collaborativo e fraterno. Chance sapeva che, nel mondo, i lavori erano spesso ripetitivi e poco divertenti, ma ignorava le forti disuguaglianze tra gli uomini. Per esempio, la sua pensione era molto superiore allo stipendio di uno spazzino. Appena lo scoperse s’indignò. Decise che tutti avrebbero dovuto usare il loro cervello in modo da annullare queste disuguaglianze.
Come fare? Almeno due cose erano indispensabili: rompere l’incantesimo dei super-stimoli e insegnare a tutti la buona logica, che non doveva più essere uno strumento di selezione e discriminazione. Se l’uomo ha ricevuto dall’evoluzione naturale un dono speciale, un grande cervello che può parlare, ascoltare e soprattutto pensare, perché non possono usarlo tutti? Perché restare schiavi del Ragno? Bisogna ribellarsi. Ribellarsi contro il Ragno che ci costringe, come Sisifo, a portare un masso in cima alla montagna, per poi vederlo precipitare di nuovo a valle e dover ricominciare ogni giorno la fatica della salita senza speranza. Ribellarsi contro le disuguaglianze, criticando quel che ci propinano come ovvio, scontato, immodificabile. Senza violenza. Cervello allenato, cuore aperto, disarmante candore: ecco le armi della vittoria di Chance sul Ragno.

da “Il sole – 24 ore”

FERRAGOSTO CON GIANNI RODARI

Filastrocca vola e va
dal bambino rimasto in città.

Chi va al mare ha vita serena
e fa i castelli con la rena,
chi va ai monti fa le scalate
e prende la doccia alle cascate…

E chi quattrini non ne ha?
Solo, solo resta in città:
si sdrai al sole sul marciapiede,
se non c’è un vigile che lo vede,
e i suoi battelli sottomarini
fanno vela nei tombini.

Quando divento Presidente
faccio un decreto a tutta la gente;

“Ordinanza numero uno:
in città non resta nessuno;
ordinanza che viene poi,
tutti al mare, paghiamo noi,
inoltre le Alpi e gli Appennini
sono donati a tutti i bambini.

Chi non rispetta il decretato
va in prigione difilato”.

CAMPANE DI PASQUA

Campane di Pasqua festose
che a gloria quest’oggi cantate,
oh voci vicine e lontane
che Cristo risorto annunciate,
ci dite con voci serene:

“Fratelli, vogliatevi bene!
Tendete la mano al fratello,
aprite la braccia al perdono;
nel giorno del Cristo risorto
ognuno risorga più buono!”

E sopra la terra fiorita,
cantate, oh campane sonore,
ch’è bella, ch’è buona la vita,
se schiude la porta all’amore.

Gianni Rodari

Viaggi in Italia di una Neozelandese

“Perché noleggiare un’auto in Italia quando si può viaggiare come i locali?” si chiede Venetia Sherson. 
“Potremmo sempre fare l’autostop” dico. Il mio compagno di viaggio mi guarda. Sono passati più di 45 anni da quando uno di noi ha tenuto fuori un pollice sul lato della strada. Abbiamo perso il nostro autobus per pochi secondi e il prossimo è fra due ore. La città più vicina è a 8 km lungo una strada ripida e tortuosa, senza sentiero. Pacentro, il piccolo paese di montagna dove abbiamo posto la nostra base, è popolato principalmente da ottuagenari che non hanno bisogno di un taxi. Ma un uomo robusto con una maglietta della Juventus comprende la nostra situazione. “Ho una macchina”, dice. Il veicolo ha più ammaccature di una tavola da surf Raglan e Vittorio sembra che abbia fatto diversi round sul ring con un avversario più forte. “Sei sposata?” chiede, indicando la sua fede nuziale. Una foto di sua moglie oscilla avanti e indietro sopra il cruscotto, le sopracciglia unite in uno sguardo feroce per avvertire coloro che potessero avere la tentazione di sedurre il suo uomo. Vittorio sorride un sorriso a due denti e rifiuta i soldi della benzina.


In tram a Milano.

La scelta di viaggiare con i mezzi pubblici in Italia non è priva di sfide.
Gli autobus sono a volte in ritardo o semplicemente non partono; scioperi interrompono i viaggi dei treni; e variazioni di binario – sempre annunciati all’ultimo minuto possibile  – possono spingere la pressione sanguigna a livelli pericolosi.
C’è anche la possibilità che si finisca in una destinazione del tutto diverso da quella in cui si intendeva scendere. Sulla strada per il grazioso comune di Pescocostanzo, il nostro autobus ha fatto una breve sosta in una piazza dove era parcheggiato un altro autobus. Uno o due passeggeri sono scesi e molti sono saliti. Un’ora più tardi, l’autobus si ferma in una città industriale triste, varie miglia dalla mia destinazione prevista. “Avresti dovuto cambiare autobus prima sulla piazza”, ha detto l’autista. Chi lo sapeva?
Ma vi sono vantaggi.
Gli autobus sono sempre pieni di donne cariche di cesti e pettegolezzi, uomini con i fiori per visitare le tombe delle loro mamme, e, inevitabilmente, una donna in minigonna che sta chiacchierando con l’autista sotto il cartello che dice, “Non parlare al conducente, MENTRE l’autobus e in movimento “.
Quando si sale a bordo di un treno o di autobus italiano, si firma automaticamente un accordo per parlare. Nuovi passeggeri inevitabilmente siedono accanto a te, anche su un bus vuoto. Essi vi chiedono di dove siete e perché siete in Italia. Poi parlano di se stessi. Su un autobus per L’Aquila, mi sono seduta accanto a una donna che lavorava in un call center SkySport. Nel corso del viaggio di 90 minuti mi ha raccontato la storia della sua vita. Ha viaggiato più di 100 km ogni giorno per andare al lavoro. In una buona giornata ha guadagnato € 50 ($ 76), ma i suoi spostamenti potrebbero essere modificati senza preavviso. Qualche settimana lei non ha guadagnato abbastanza per pagare il conto della spesa. La società aveva fatto dei tagli, ma sperava che sarebbe sopravvissuta. “Amo il mio lavoro.”
Su un altro viaggio, una giovane donna ha detto che stava andando dal parrucchiere. Mi ha svelato il colore di capelli che stava scegliendo,  e che colore avrebbe potuto scegliere la settimana successiva. Mi ha invitato a casa sua per un caffè.
In treno lungo il Lago di Como

Perché un turista dovrebbe rinunciare a tali incontri per la compagnia di un navigatore satellitare?
Autobus e treni sono anche a buon mercato in Italia.
Dal 1950, la ferrovia ha lottato per competere con la strada, ma i numeri di merci e passeggeri sono diminuiti. Il debito di Trenitalia è ora di € 6.000.000.000 ($ 9.100.000.000). I prezzi dei biglietti sono stati ridotti per cercare di arginare la marea – più di 100.000 posti di lavoro dipendono da questo – ma con scarso effetto. Gli Italiani ancora preferiscono mettere in valigia se stessi in una Fiat piccola o grande, pagare i pedaggi stradali e rischiare la vita sulle strade.
Eppure i piccoli treni che collegano i villaggi in tutta Italia offrono panorami mai avvistati dai viaggiatori stradali: cortili dove le famiglie cenano sotto tettoie di foglie, frutta e verdura che coprono ogni palmo di terreno e anche un asino legato al portico curato nei minimi dettagli. Meno bucolico, ma altrettanto avvincente è il graffito che da solo vale il prezzo di un biglietto ferroviario. In un viaggio, si può imparare che i politici sono corrotti (la maggior parte), chi è il giocatore di calcio che fa la bella vita (Balotelli) e chi ama Chiara (tutti, è un nome popolare). “I turisti sono peggio di un esercito di occupazione”, è scarabocchiato sul marciapiede di una rinomata località balneare dell’Adriatico.
C’è uno svantaggio ad utilizzare i mezzi pubblici in Italia: il famigerato sistema di convalida.
Sugli autobus, è in gran parte semplice: si imprime il biglietto si sale a bordo. Ma sui treni il sistema di stampaggio è più complicato. Macchinette di convalida – piccole scatole gialle – sono spesso difficili da individuare. Questo potrebbe essere un astuto piano degli italiani per aumentare le entrate, perché il biglietto non convalidato comporta una multa immediata pari a 50 €.
Una volta ho visto un ispettore esigere da una madre e tre figlie adolescenti € 50 ciascuno sul Leonardo da Vinci Express per l’aeroporto di Roma Fiumicino – un sistema molto più redditizio di una tassa d’imbarco-. I capotreni sono spietati e inflessibili. Gli impieghi ferroviari sono visti come posti di lavoro per la vita e sono ben pagati. Gli ispettori prendono sul serio i loro doveri. Se non è possibile pagare la multa, è necessario scendere alla stazione successiva. Difficile se c’è un volo internazionale alla fine del tuo viaggio.
Ho avuto un incontro ravvicinato con un capotreno al mio ritorno da Roma a Firenze qualche anno fa. Avevo completato un volo di 30 ore da Auckland ed ero esaurita. Inoltre avevo una macchia di pomodoro sulla mia maglietta per essermi addormentata con la mia pasta sul volo. Quando il capotreno ha chiesto il mio biglietto… cielo… non era convalidato! Ha scrutato la mia faccia da pensionata. Ho detto “mi dispiace” più volte. Forse gli ho ricordato sua nonna. Si è accigliato, ha preso il biglietto lo ha forato due volte per buona misura. Poi è andato avanti.

NZ Herald