Racconti

Discussiun par la cassœula

Ul Luisin l’è scià de not
cun’na sgorba de verz cott,
riva a taj de l’Angiulin,
che’l ga dis – Che bel casin –

– Ula verza inscì scùtada
l’ha ma par una vacada,
che la verza “è sempar bona”
ma la pert ul so’ aroma,
e pœ… van giò pel’lavandin
sali, gust e protein.-

Salta dent ul Rescaldin,
la sentù un pu de casin,
el ga dis: – Anca mi a fù insci,
ala sera o al mesdì. –

Ma la roba puse bela,
l’è che metum in padela
un zichin de alegria…
e ‘na bela compagnia.

di Angelo Moretti

In ogni caso, come recita un vecchio detto lombardo, quando è pronta, “la casoeula l’ha da vess ben tacchenta e minga sbrodolada e sbrodolenta”. 

NOVEMBRE di Giovanni Pascoli

Gèmmea l’aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l’odorino amaro
senti nel cuore…

Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.

Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. E’ l’estate
fredda, dei morti.

UN AMUR D’AGOST

Quièta, limpida, da l’orizzont vegniva
l’onda del mar … che col su la sberlusiva,
fasend un mesedòzz de color per ul pittur …
pront a fà on quader a dùu bagai in amur.
Lù studius … a l’Università de Pavia,
lee … già dottoressa in dermatologia,
eran lì a gremmàss … a i “Bagni Miramare”
e fà progett per la sira … dove andare.
Finalment, dopo tanto cicciarà al vent …
se ved lù on poo baltràmm, quasi sorrident,
scriv giò el numer del sò telefonino
e dàss puntèll … per disnà da ’l “Serafino.”
Che serada gent! Puranca ul firmament
coi sò lustritt … la luna… l’era content,
fasendo ciar in riva al mar … fin a matina …
a la levada del su con l’aria fina.
Grazie, grazie firmament, mar e vent d’agost,
on amor l’è pront, come l’uga, a vegnì most,
el pittor l’è adree a rifinì el quader
de dùu bagai, pront a vèss … pader e mader!

da LA RESURREZIONE di A. Manzoni

E’ risorto: il capo santo
più non posa nel sudario
è risorto: dall’un canto
dell’ avello solitario
sta il coperchio rovesciato:
come un forte inebbriato,
il Signor si risvegliò.
Era l’alba; e molli il viso
Maddalena e l’altre donne
fean lamento in su l’Ucciso;
ecco tutta di Sionne
si commosse la pendice
e la scolta insultatrice
di spavento tramortì.
Un estranio giovinetto
si posò sul monumento:
era folgore l’aspetto
era neve il vestimento:
alla mesta che ‘l richiese
dié risposta quel cortese:
è risorto; non è qui.

BUON NATALE di Dino Buzzati

E se invece venisse per davvero?
Se la preghiera, la letterina, il desiderio
espresso così, più che altro per gioco
venisse preso sul serio?
Se il regno della fiaba e del mistero
si avverasse? Se accanto al fuoco
al mattino si trovassero i doni
la bambola il treno il micio
l’orsacchiotto il leone
che nessuno di voi ha comperati?

Se la vostra bella sicurezza
nella scienza e nella dea ragione
andasse a carte quarantotto?
Con imperdonabile leggerezza
forse troppo ci siamo fidati.
E se sul serio venisse?

Silenzio! O Gesù Bambino
per favore cammina piano
nell’attraversare il salotto.
Guai se tu svegli i ragazzi
che disastro sarebbe per noi
così colti così intelligenti
brevettati miscredenti
noi che ci crediamo chissà cosa
coi nostri atomi coi nostri razzi.
Fa piano, Bambino, se puoi.


LA RETE DEL RAGNO

C’era una volta uno studioso di nome Chance, confinato all’interno di laboratori di ricerca insieme a eminenti colleghi. Chance studiava il funzionamento del cervello umano. Erano ricerche difficili. Ci voleva impegno, pazienza, tenacia, raccolta minuziosa dei dati e, infine, procedure scientifiche per controllare le ipotesi.
Un bel giorno Chance andò in pensione. Finalmente poteva uscire dai laboratori. Era curioso di rapporti sociali che non fossero quelli tra scienziati.
Ben presto scoprì che la maggioranza delle persone era diversa da come si era immaginato. Chance sapeva bene che nel cervello umano più della metà dei neuroni risponde a stimoli visivi. Supponeva che gli umani rivolgessero la loro attenzione a nuvole, tramonti, fiori, insomma a quel che di mirabile presenta la natura. E invece gli uomini tenevano in mano delle macchinette rettangolari con uno schermo di vetro su cui comparivano delle immagini create da altri uomini. Si trattava di stimoli speciali fatti per richiamare l’attenzione oppure di brevi messaggi. Tutti si affrettavano a rispondere.
Chance cercò di capire da dove arrivavano queste immagini e queste scritte. Da buon ricercatore, scoperse che esisteva una grande biblioteca centrale che conservava i messaggi mandati da tutti e ne governava gli scambi. Chance conosceva bene le biblioteche. Eppure, in quelle che lui aveva frequentato, in ogni posto del mondo, i libri non si mescolavano mai con le teste di chi li consultava. Quella biblioteca, invece, era una specie di grande ragnatela condivisa da tutti e il cervello di ciascun umano si era, per così dire, ibridato con questo cervellone artificiale.
Chance aveva per tanti anni studiato gli effetti degli stimoli sul cervello umano e fu facile per lui capire com’erano fabbricati quegli stimoli speciali che attiravano l’attenzione. Conosceva bene la biologia e sapeva che alcuni etologi, Lorenz e Tinbergen, avevano mostrato agli uccelli delle uova finte, colorate in modo più vivido e di dimensioni più grandi del consueto. Gli uccelli, affascinati, credevano che quelle fossero le uova da covare, e non le uova vere, contenenti i loro figlioli.
Si accorse così che anche gli uomini venivano ingannati, attratti da immagini che erano state create da pochi bibliotecari. Queste immagini accentuavano con varie tecniche proprio gli stimoli che gli uomini erano naturalmente inclini ad apprezzare perché legati a istinti, come quelli che avevano permesso loro di riprodursi, o a desideri che erano stati loro inculcati fin da piccoli grazie alla plasticità del cervello. Questi super-stimoli facevano credere di aver bisogno di cose inutili e tutti lavoravano duro pur di avere la possibilità di comprarle. Eppure gli uomini non diventavano più felici. Com’era possibile?
Purtroppo, nella fretta della vita indaffarata, dimenticavano i loro reali bisogni. Non riuscivano neppure a pensarci. Non avevano la pazienza necessaria e, a forza di ricevere super-stimoli artificiali, non si erano accorti che avevano finito per privilegiare modi di pensare intuitivi e primordiali. Solo pochi erano ancora capaci di usare quella che veniva chiamata dai bibliotecari centrali la “buona logica”. E quei pochi venivano reclutati e addestrati dal governatore della biblioteca, di nome Ragno.
Egli continuava a tessere filo per la rete, sempre più grande e invasiva, tenendo segreta la capacità della ragnatela di rimbecillire chi restava impigliato. Un tempo, dentro i laboratori, tutti erano uguali, razionali, attenti agli altri e, soprattutto, generosi. Solo le cose interessanti e divertenti attiravano l’attenzione per poi essere analizzate con spirito collaborativo e fraterno. Chance sapeva che, nel mondo, i lavori erano spesso ripetitivi e poco divertenti, ma ignorava le forti disuguaglianze tra gli uomini. Per esempio, la sua pensione era molto superiore allo stipendio di uno spazzino. Appena lo scoperse s’indignò. Decise che tutti avrebbero dovuto usare il loro cervello in modo da annullare queste disuguaglianze.
Come fare? Almeno due cose erano indispensabili: rompere l’incantesimo dei super-stimoli e insegnare a tutti la buona logica, che non doveva più essere uno strumento di selezione e discriminazione. Se l’uomo ha ricevuto dall’evoluzione naturale un dono speciale, un grande cervello che può parlare, ascoltare e soprattutto pensare, perché non possono usarlo tutti? Perché restare schiavi del Ragno? Bisogna ribellarsi. Ribellarsi contro il Ragno che ci costringe, come Sisifo, a portare un masso in cima alla montagna, per poi vederlo precipitare di nuovo a valle e dover ricominciare ogni giorno la fatica della salita senza speranza. Ribellarsi contro le disuguaglianze, criticando quel che ci propinano come ovvio, scontato, immodificabile. Senza violenza. Cervello allenato, cuore aperto, disarmante candore: ecco le armi della vittoria di Chance sul Ragno.

da “Il sole – 24 ore”

FERRAGOSTO CON GIANNI RODARI

Filastrocca vola e va
dal bambino rimasto in città.

Chi va al mare ha vita serena
e fa i castelli con la rena,
chi va ai monti fa le scalate
e prende la doccia alle cascate…

E chi quattrini non ne ha?
Solo, solo resta in città:
si sdrai al sole sul marciapiede,
se non c’è un vigile che lo vede,
e i suoi battelli sottomarini
fanno vela nei tombini.

Quando divento Presidente
faccio un decreto a tutta la gente;

“Ordinanza numero uno:
in città non resta nessuno;
ordinanza che viene poi,
tutti al mare, paghiamo noi,
inoltre le Alpi e gli Appennini
sono donati a tutti i bambini.

Chi non rispetta il decretato
va in prigione difilato”.

CAMPANE DI PASQUA

Campane di Pasqua festose
che a gloria quest’oggi cantate,
oh voci vicine e lontane
che Cristo risorto annunciate,
ci dite con voci serene:

“Fratelli, vogliatevi bene!
Tendete la mano al fratello,
aprite la braccia al perdono;
nel giorno del Cristo risorto
ognuno risorga più buono!”

E sopra la terra fiorita,
cantate, oh campane sonore,
ch’è bella, ch’è buona la vita,
se schiude la porta all’amore.

Gianni Rodari