MONTE OLIMPINO – A.D. 1904

A Monte Olimpino, sono venuto ad abi­tare giovane, giovane, quando appena avevo iniziato la mia vita universitaria. Solo da qualche anno si era festeggiato l’inizio del nuovo secolo con solenni fun­zioni di mezzanotte in Duomo e copiose rumorose cene inaffiate da abbondante generoso vino.
Da Monte Olimpino passavo anche pri­ma assai spesso alla domenica per la consueta passeggiata a Chiasso, dove tut­ti i Comaschi si riversavano ad acqui­stare zucchero, caffè, cioccolata e tabac­co, a bere abbondante birra, a ballare al Crotto della Giovannina e al Bagnetta, dove si davano convegno tutte le came­rierine ed i giovanotti della città. Allora naturalmente non si parlava nè di tes­sere di frontiera, nè di passaporti: tutti transitavano liberamente ed il controllo doganale era di manica larga.
Poche case a Monte Olimpino, poche a Ponte Chiasso, la corriera a cavalli di Sioli, con due corse al giorno, una al mattino, l’altra al pomeriggio, portava in città i non molto numerosi passeggeri. A Como luogo di partenza i Tre Re, alla Vignascia fermata obbligatoria all’ombra di un frondoso platano per dar fiato ai cavalli. Ma già si parlava di una tramvia che avrebbe dovuto congiungere la Cit­tà con Chiasso e che di fatto venne inau­gurata nel luglio del 1906.
Da pochi anni erano state costruite le Scuole, che prima avevano sede nella vec­chia Chiesa poi sconsacrata nel 1864 quando fu eretta l’attuale, ma non an­cora era stata costruita la sede della So­cietà Operaia, nè l’Istituto dei Sordomu­ti, e neppure la casa che poi doveva ospi­tare la Cooperativa di Consumo, diretta e portata in floridissime condizioni da un uomo modesto, integerrimo e buon repubblicano, il compianto Ortensi. Lungo l’attuale via Bellinzona solo po­che vecchie case, e davanti alla Chiesa un enorme cumulo di pietre, ricavate dalla costruzione della galleria ferroviaria, che era stata aperta nel 1881, allor­quando venne traforato il Gottardo ed unita l’Italia alla Svizzera ed alla Ger­mania attraverso quell’importantissimo valico.
Ma il Castel Carnasino già da tempo im­memorabile dominava Como, ed il Ca­stello di Quarcino, Chiasso, e da qualche anno Alberto Pisani Dossi, distinto di­plomatico e celebre scrittore della Sca­pigliatura milanese, aveva eretto a Car­dina quella magnifica villa, che ancor oggi ammiriamo, dove egli doveva tra­scorrere nell’infermità gli ultimi anni della sua vita operosa. Nessuna villa ancora era stati costruita sul colle di Monte Olimpino, se si ec­cettui quella attualmente De Mas, cono­sciuta in tutta la Città per il suo tetto in lamiera. Alcuni anni dopo a cura della Società Cooperativa Edificatrice, proprio alla svolta di Roncate, sul pendio che scende verso la Valeria, doveva sorgere un enor­me fabbricato di abitazioni popolari che per la sua architettura e per la sua mole deturpava tutto il colle. Ebbe vita assai breve: durante la grande guerra fu ab­battuto, rifacendosi della spesa di co­struzione colla vendita del materiale ri­cuperato, e del terreno, assai cresciuti di prezzo. Alla Villa Scalini, ora Frigerio, ed alla Villa Croce eretta nel 1914, doveva poi seguire tutto quel complesso di costru­zioni edilizie che ora ammiriamo, e che fanno il poggio di Monte Olimpino tanto bello ed ameno. Castel Carnasino al principio del secolo era proprietà dei Conti Coopmans di Jol­di, famiglia di principesca ospitalità, che apriva le proprie sale a feste e rice­vimenti ed era larga dispensiera delle sue cospicue ricchezze anche in opere di bene.
Nella villa, attualmente Bergomi, ve­niva a trascorrere l’estate l’avv. Sampie­tro, un pezzo grosso del partito cattolico milanese, di cui invidiavo il tiro a due che giornalmente lo portava il mattino alla Stazione di S. Giovanni e lo riportava in villa alla sera.
Quarcino era possedimento dei Conti Reina, una nobile famiglia che ha dato a Como uomini di non comune valore nel campo delle scienze e della politica. Tutti a Monte Olimpino ricordano l’avv. Luigi Reina, che per molti anni ri­coprì cariche importantissime e fu Sin­daco di parte democratica. A Monte Olimpino era particolarmente affezionato: Presidente della Soc. Ope­raia, promosse la costruzione della bella sede attuale, che fu progettata e diretta dal fratello ing. Carlo. Meno noto a Monte Olimpino, dove trascorreva le vacanze estive, il prof. Vin­cenzo Reina, insegnante di geodisia al­l’Università di Roma, il cui valore e la cui fama erano pari alla bontà ed alla modestia.
Nel roccolo di Quarcino ci riunivamo, nelle sere del tardo ottobre, contadini ed amici a mangiar caldarroste inaffiate dal vinello del luogo che si attingeva con boccali di terracotta direttamente da una ricolma brenta.
La sede della Soc. Operaia doveva dare ospitalità alla Filarmonica che fin da allora e per oltre un quarto di secolo fu presieduta dall’avv. Coopmans, tuttora vegeto e sano ed al quale inviamo i no­stri auguri di ancora lunghi anni di vita. Direttore era un valente maestro, il Mer­candalli, che aveva saputo acquistarle lar­ga fama e numerosi allori nei concorsi bandistici. La stessa sede dava pure ospitalità a tutte le iniziative culturali e sportive dell’epoca, perchè anche allora si faceva dello sport e parecchio si operava per la cultura del popolo. Risale infatti al 1908 l’apertura delle Scuole serali e festive destinate a completare l’istruzione dei fi­gli dei nostri lavoratori che allora, a Monte Olimpino, si fermava alla quarta classe elementare. A capo di tutte le manifestazioni locali, per spirito di iniziativa e per attività, ricordo il Battista Moretti, da tanti anni scomparso, e il buono e tanto caro Luigi Molteni, padre dell’Edoardo, che fin d’al­lora, se la memoria non mi falla, era un appassionato suonatore di ottavino, fe­condo oratore e poeta meneghino.
La Chiesa non ancora aveva quel bel concerto di campane di cui solo più tardi fu provvista e che la guerra ci ha por­tato via. Don Antonio Fasoli ne era par­roco, era vicario quella figura caratteristi­ca e popolare di don Vittorio Baj, che solo pochi anni fa moriva carico d’anni, ma vegeto ed arzillo sino agli ultimi suoi giorni. Già allora si parlava di ampliare la Chiesa, già allora don Antonio tutte le domeniche dal pulpito sermoneggiava in tono assai risentito contro la poca mo­destia delle ragazze, che amoreggiavano nascoste dietro i muri e le siepi ed in ore serotine. (O ragazze che mi leggete, non fate cenno alle vostre nonne che mi tac­cerebbero di sfacciato bugiardo).
Proprio all’inizio del secolo era sorta la Fabbrica di Cemento Montandon, che per venticinque anni doveva dare lavoro e pane a tante famiglie di Monte Olim­pino. Capo di quella floridissima fab­brica era lo svizzero Leone Montandon, uomo di rara ed illuminata bontà, che molto ha fatto ed ancor più avrebbe fat­to per Monte Olimpino, se troppo presto non fosse mancato. Precorse i tempi in molte iniziative, nè posso tacere fra le altre l’assunzione di una assistente visi­tatrice per le famiglie dei suoi operai, iniziativa che doveva avere trent’anni dopo tanti benefici sviluppi.
Altre industrie non v’erano, ma fiori­va, come ha sempre fiorito fra noi, il contrabbando. Brogeda era allora famo­sa: bricolle di tabacco e di caffè passa­vano ogni giorno il confine, mentre don­ne e ragazzi facevano il piccolo commer­cio rifornendo poi di coloniali tutte le drogherie di Como e specialmente quelle di Borgovico. A Monte Olimpino e a Ponte Chiasso non c’era nè macellaio, nè salumiere, e tantomeno tabaccaio e droghiere; di que­sti ultimi non se ne sentiva affatto il bi­sogno rifornendosi tutti in Chiasso. Mancava l’acqua, e non si parlava nè di gas e tanto meno di luce elettrica: la illuminazione pubblica si effettuava a mezzo scarsi lampioni ad olio, accesi alla sera da un incaricato che si portava in giro la scala da una parte ed un recipien­te per l’olio dall’altra; riempiva ed ac­cendeva le lampade, che al primo soffio di vento si spegnevano.
Già fin d’allora la popolazione era nel­la sua grande maggioranza ‘rossa’, ma sen­za faziosità e senz’astio. Alle sagre reli­giose tutti partecipavano: falò e lumi­narie alla festa del paese, ma falò e fuo­chi d’artificio anche il 20 settembre; carri mascherati e balera a carnevale. Poca popolazione e tutta indigena, che costi­tuiva una grande e sola famiglia, con tutti i pettegolezzi degli ambienti pic­coli, ma anche con tutta la bontà e la solidarietà nella gioia e nel dolore che dà là vita trascorsa vicino.
A voi, giovani nati dopo l’altra guerra, la descrizione da me fatta di Monte O­limpino al principio dei secolo sembrerà quasi irreale e come di un tempo lonta­no, lontano. La stessa sensazione provavo io, quan­do mio padre mi raccontava di Como pri­ma del 1870 e proveranno i vostri figli quando racconterete loro ciò che avete visto in questi anni fortunosi.

Avv. AMILCARE CASNATI
(scansione ed elaborazione da L’OLIMPO del 14 ottobre 1945 a cura di Franco Romanò)

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