…ma…perche’…non capisco…come mai???

A tutti i membri della Filarmonica, che negli ultimi mesi mi hanno, con diverse ragioni, “stuzzicato”, desidero esporre i tre principi che ritengo fondamentali per una sana vita societaria:
Amare la propria società curando la sua identità di gruppo impegnato.
Amare la musica, partecipando costantemente e attivamente a tutte le prove necessarie.
Amare l’allegria, caratteristica che una società musicale deve coltivare perché il suo ambiente sia sempre un luogo d’incontro festoso fra le varie generazioni.
Ma questo triplice amore credo debba essere coltivato in tutte le associazioni, se vogliamo che le stesse rispondano al loro nome: luogo di socializzazione e di crescita umana e spirituale.
Ma fra tutte le unioni, società, gruppi, io ho sempre prediletto quelle formate da persone di età diverse, dove gli adulti possono essere di stimolo ai giovani e dove i giovani possano essere fonte di allegria per gli adulti.
Solo così una società supera se stessa diventando comunità.

Quando ce ne libereremo?

Lo statalismo è la tendenza ad attribuire allo Stato un ruolo forte nel possesso di aziende e nel controllo dell’economia nazionale, dove possiede la grande maggioranza delle aziende e non permette lo sviluppo dei liberi professionisti.
Questo avviene di solito attraverso l’intervento dello Stato per aiutare aziende private in crisi, destinate altrimenti al fallimento o a un brusco ridimensionamento. Altre volte lo Stato interviene modificando quel naturale svilupparsi degli avvenimenti che vi sarebbe affidando l’economia alle sole leggi di mercato.
La costituzione italiana prevede che lo stato intervenga nell’ economia in situazioni circoscritte: “in presenza di preminenti interessi a carattere generale”. In tal caso “la legge può riservare o trasferire allo Stato determinate imprese o categorie di imprese” (art.43)
In Italia è avvenuto il salvataggio di molte aziende industrali e banche in crisi che ha portato tali imprese sotto il controllo dello Stato. Queste imprese pubbliche, tuttavia, sono state gestite troppo spesso secondo criteri di convenienza politica anziché di efficienza manageriale. Ciò ha comportato forti spese da parte dello Stato, alle quali non è corrisposto un adeguato beneficio economico. Dobbiamo per forza proseguire con questa routine perversa?

PARATIE and Co…

La regolazione del lago di Como: Proposte di miglioramento
Atti della Tavola Rotonda svoltasi presso la Biblioteca Comunale di Como, 29 novembre 1990

 

 

 

 

Io ritengo che, anche per un problema di regolazione dell’acqua del bacino del Lago di Como, debba intervenire una visione del problema un po’ più ampia di quella che, stringi stringi, si riduce ai guai della Piazza Cavour. Mentalmente ho fatto una analisi di tutte le sponde del Lago di Como e mi sono accorto che, più che della piena, i paesi soffrono della magra. La piazza di Como è l’unica che, quando il Lago sale, si inonda, mentre invece, per esempio, sulla sponda di Cadenabbia, Tremezzo e Argegno, quando il Lago è basso sorgono dei grossi problemi su tutte le opere portuali. Il Genio Civile ha dovuto rinforzare le fondazioni del porto di Argegno perchè tutti i pali erano stati messi allo scoperto dalla magra del Lago, con grave compromissione della stabilità delle banchine e dei moli.

Relativamente alla regolazione, non entro nel merito; hanno già parlato esimi professori che hanno detto cose miracolose, tuttavia penso che non sia logico non accumulare acqua e poi dire: di acqua non ce n’è più e non ve ne diamo più. Io credo che in una gestione democratica del territorio le esigenze di tutti debbano essere rispettate comprese, non ultime, quelle dell’agricoltura, perchè, probabilmente, anche i comaschi si nutrono dei prodotti del Lodigiano e forse si servono anche della corrente elettrica prodotta dalle centrali dell’Adda.

Per il mio intervento di oggi ho ripreso più che altro delle idee che avevo maturato quando avevo fatto lo studio di quella struttura urbanistica (in seguito denominata Il Tubolario) immersa nel Lago di Como e come allora oggi, nell’affrontare il problema del bacino, mi chiedo: visto che tutte le difficoltà nascono dalla Piazza Cavour, è per caso questo l’unico problema irrisolto di cui soffre la città di Como? Ho provato allora a mettere in fila quelli che potrebbero essere altri grossi inconvenienti per la città.

Abbiamo una deficitaria viabilità interna (del resto comune a tutte le città), una deficitaria viabilità con il territorio limitrofo, dove attualmente tutte le sponde hanno un’unica strada e quando questa viene interrotta per una frana (magari dovuta a magra del Lago) o altro, si crea un enorme intralcio per tutta la mobilità che deve essere dirottata nelle valli laterali. Abbiamo poi scarsità di viabilità protetta ossia quella di tipo autostradale, scarsità di viabilità su ferro, sia metropolitana che per movimentazione merci, si hanno infine carenze infrastrutturali di vario tipo in rapporto allo sviluppo economico-sociale della città e del suo circondario.

Riprendendo le idee di un tempo, posso mostrare come la viabilità potrebbe avere ulteriori sfoghi. Per esempio, una strada che partendo da Borgovico arrivasse fino a Rebbio, potrebbe fare da duplicata alla strada che scende da Camerata e che praticamente oggi è l’unica strada tra la zona di Grandate ed il Lago. Con la galleria questa strada potrebbe essere facilmente realizzata. Così potrebbe essere costruita un’altra strada a est e quindi realizzare altri collegamenti da integrare in un sistema di tipo autostradale, sistema che per me da per scontato l’esistenza della Pedemontana (strada di cui tutti ne sentiamo il bisogno). Potrebbe inoltre essere costruita una strada subacquea che attraversando il Lago in corrispondenza di Villa Geno e arrivando subito dopo Villa Olmo (in quel tratto il lungo Lago praticamente disabitato potrebbe con varie eliche collegarsi all’autostrada esistente) chiuderebbe un anello autostradale intorno a Como. Riprendendo inoltre la mia idea di strada subacquea che porta fino a Colico, Como risulterebbe essere servita dall’autostrada che porta a Milano, dalla Pedemontana Varese-Como-Lecco-Bergamo, dall’autostrada che porta a Lugano e dall’autostrada che dirigendo verso Colico potrebbe stendersi sia verso la Valtellina che verso un futuro Traforo dello Spluga, a questa viabilità possiamo addirittura sovrapporre anche la sistemazione ferroviaria; si vede bene come l’affiancamento della ferrovia all’autostrada subacquea trova un facile collegamento con l’esistente rete. La linea delle Nord potrebbe diventare, una volta interrata, la metropolitana di Como, che potrebbe servire sia tutto il Lago che i paesi già serviti, arrivando direttamente a Milano come linea metropolitana regionale. Con queste prospettive viabilistiche ritengo che la Piazza Cavour potrebbe essere contemporaneamente servita e salvaguardata.

La mia proposta per evitare le inondazioni della Piazza Cavour, in breve, consiste nella costruzione di una diga subacquea in corrispondenza dell’attraversamento di Villa Geno proprio sulla stessa linea del tracciato della strada subacquea prima illustrata. All’interno della diga, oltre alla citata strada, potrebbero essere ricavati ulteriori contenitori per tutte quelle attività, come i grandi magazzini, i supermercati, le discoteche, i cinematografi, i musei, eccetera al servizio della città. Naturalmente la diga dovrebbe fermarsi almeno 5 o 6 metri sotto il pelo dell’acqua di magra. Superiormente, riprendendo in scala più grande l’ottima idea dell’ing. Rusconi, verrebbero installate delle paratie mobili automatiche.

 

 

 

 

Facendo riferimento al marchingenio illustrato in figura si avrebbe un galleggiante ed un contrappeso. Il giorno che un sensore rivelasse l’innalzamento del livello del Lago oltre un certo limite, l’aria pompata in questo galleggiante da un compressore attivato dal sensore, facendo uscire l’acqua dal contenitore porterebbe il galleggiante al livello dell’acqua e da questo momento in poi questa barriera potrebbe difendere il bacino antistante la Piazza Cavour anche contro innalzamenti del resto del Lago dell’ordine di 2 o 3 metri. A mio avviso Piazza Cavour dovrebbe restare così com’è, senza stravolgere l’attuale sistema di scolo delle acque superficiali, e non credo che l’aspetto ecologico o ambientale possa essere turbato dalla presenza di questa specie di salsicciotto galleggiante che interrompe la continuità del Lago solo qualche giorno ogni anno. In opportuna posizione ho previsto inoltre una specie di molo con inserita una conca che possa permettere sia il passaggio dei battelli, sia il passaggio di barche quando i due bacini sono a quote diverse; perciò quando le quote sono identiche questa diga sarebbe tutta sott’acqua e l’ambiente sarebbe inalterato.

A questo punto, senza essere facile profeta, qualcuno potrebbe obbiettare: ma quanto costa un’opera come quella proposta? Ho fatto quattro conti molto alla grande ed ho calcolato che il costo potrebbe aggirarsi attorno ai 400 miliardi (di Lire). Perciò è chiaro che, potendosi ricavare all’interno della diga molti spazi per parcheggi, strade e servizi vari, il costo risulterà ripartito su diversi capitoli. I 400 miliardi potranno anche sembrare tanti, però se noi pensiamo alla proposta di prepensionamento di 7.000 dipendenti avanzata dalla Olivetti, ritengo che detto importo sia da considerare come un investimento irrilevante. I prepensionamenti, inoltre, alla collettività non solo non rendono niente ma addirittura costano per i mancati apporti versati dalle aziende. Quando poi sento parlare di interessi sull’ordine di 3.000 miliardi annui legati alla produzione di energia elettrica, le mie convinzioni si rafforzano. La città di Como, con un simile investimento, potrebbe essere servita sia dal punto di vista della viabilità, che da quello delle infrastrutture in maniera molto più completa che non con certe soluzioni di piccolo respiro.

Personalmente ritengo che se si vuol guardare avanti e non farsi redarguire dal Censis che accusa l’Italia di non avere investito nel futuro, a questa diga, dai più giudicata fantascientifica, forse val la pena di pensare. Se non altro per far maturare l’idea come fatto culturale in modo da predisporre l’opinione pubblica ad essere più ricettiva alle soluzioni globali e di ampio respiro in contrapposizione alla cultura dell’emergenza che propone solo soluzioni già vecchie prima di essere realizzate.

 

 

Gianfranco Magrini ingegnere libero professionista

 

Se la tv snobba le bande…

In Italia i concerti bandistici sul piccolo schermo sono rarissimi La musica classica in genere, e la musica bandistica in particolare, non trovano molto spazio nelle reti televisive e radiofoniche italiane. Si tratta di un fenomeno prevalentemente italiano che non trova riscontro negli altri paesi europei vicini alla nostra cultura dove la musica per Banda trova ampio spazio presso le reti televisive e radiofoniche. A differenza dall’Italia dove ogni tanto, dopo mezzanotte viene trasmesso qualche concerto, nei paesi nordeuropei i concerti bandistici trovano spazio in orari di grande ascolto accessibili ai giovanissimi, i quali possono trovare nella musica per Banda un’occasione di svago e di cultura. Uno dei problemi che affliggono il mondo bandistico italiano (a detta degli addetti a settore) è la mancanza di giovani allievi. Sicuramente le cause sono molteplici, e, vanno da un’offerta grandissima di attività ricreative alternative, a una mancanza di management per alcune bande musicali. Probabilmente, se trovasse spazio settimanalmente ed in un orario normale un programma che presenta (come avviene con la BBC inglese o la ZDF tedesca) bande musicali magari con giovani solisti, grazie al traino del piccolo schermo, avremo, forse, qualche ragazzo in meno che segue i dettami della moda e, forse, qualche ragazzo in più che si mette a studiare per hobby, ma seriamente uno strumento musicale. Educare i giovani è un compito che spetta ai genitori, ma senza l’aiuto delle istituzioni il compito diventa molto difficile. Certamente un programma che tratta il mondo bandistico non avrebbe, all’inizio, uno share di ascolto altissimo, quindi pochi soldi di pubblicità, sorge una domanda, non si potrebbe una volta tanto metter a disposizione il servizio pubblico veramente al pubblico e non al denaro? e, se come prevedo, la risposta sarà: ma il pubblico che segue un programma bandistico è scarso, la successiva domanda è, dove sta la differenza tra il pubblico italiano e quello del resto d’Europa. La risposta potrebbe essere che nel resto d’Europa forse esiste più rispetto per chi non segue le regole dettate dalla pubblicità, quindi, pensa di più ed è più difficile da condizionare.

Michi Piero

Socialismo

« …Per me libertà e giustizia sociale, che poi sono le mete del socialismo, costituiscono un binomio inscindibile non vi può essere vera libertà senza la giustizia sociale, come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà. Ecco, se a me socialista offrissero la realizzazione della riforma più radicale di carattere sociale, privandomi della libertà io la rifiuterei. … Ecco come io sono socialista… »

SANDRO PERTINI

UL BIANC EL NEGHER

La scena che segue si è svolta sul volo della compagnia British Airways tra Johannersburg e Londra.

Una donna bianca, di circa 50 anni, prende posto in classe economica di fianco ad un nero. Sensibilmente turbata, chiama l’ hostess. “Che problema c’è signora?” chiede l’hostess. “Ma non lo vede?” risponde la signora “mi avete messo a fianco di un nero! Non sopporto di rimanere qui! Assegnatemi un altro posto!” “Per favore si calmi! I posti sono tutti occupati, vado a vedere se ce n’è uno disponibile.”

La hostess si allontana e ritorna qualche minuto più tardi. “Signora, come pensavo, non c’è nessun altro posto libero in classe economica.” “Ho parlato col comandante e mi ha confermato che non c’è nessun posto neanche in classe executive; è rimasto libero soltanto un posto in prima classe.”

Prima che la donna avesse modo di commentare la cosa, l’hostess continua: “Vede, è insolito per la nostra compagnia permettere a una persona con biglietto di classe economica di sedersi in prima classe. Ma, viste le circostanze, il comandante pensa che sarebbe scandaloso obbligare qualcuno a sedersi a fianco di una persona sgradevole.”

E, rivolgendosi al nero, l’hostess prosegue: “Quindi, signore, se lo desidera, prenda il suo bagaglio a mano, che un posto in prima classe la attende…”

E tutti i passeggeri vicini che, allibiti, avevano assistito alla scenata della signora, si sono alzati applaudendo.

CIAO … PAOLINO!

…ho sperato di svegliarmi questa mattina

e di accorgermi che non era vero…

che qualcuno si era sbagliato… e

che tu eri lì a curare la tua terra o…

con Nella per una pizza dal Baffo…

a salutarmi col tuo sorriso… ma,…

sta arrivando la primavera, e il Signore

aveva necessità di un esperto che

si prendesse cura delle Sue viti…

I di’ dela merla…

Secondo la tradizione popolare gli ultimi tre giorni di gennaio coincidono con i tre giorni più freddi dell’inverno. Tanto che perfino la Merla, che un tempo aveva il piumaggio bianco, per riscaldarsi andò a ripararsi in un camino. Il suo manto divenne grigio per la fuliggine e da allora rimase di tale colore.

Tuttavia da una statistica tratta dalla banca dati del Centro Geofisico Prealpino (periodo 1967-1999), risultano queste interessanti considerazioni:

Temperatura media dei tre giorni (29-30-31 gennaio) = 3.6 °C

Media delle temperature massime dei tre giorni = 7.2 °C

Media delle temperature minime dei tre giorni = 0.1 °C

Se si pensa che la temperatura media di gennaio (calcolata sullo stesso periodo di osservazioni) è 2.8°C, la media di questi tre ultimi giorni risulta di quasi un grado più alta. Infatti statisticamente dopo il 10 di gennaio la temperatura tende ad aumentare. Forse la leggenda della Merla nacque in un’epoca in cui gennaio era molto più freddo di oggi, almeno nella percezione della gente.Sta di fatto che, numeri alla mano, oggi non è più così.

Per chi non avesse dimestichezza con l’inglese…

La FONTANA di ROCKEFELLER

Questa fontana, ricca di una scultura elaborata, ha una storia lunga e travagliata. Conosciuta come la fontana di Rockefeller, dopo che il benefattore William Rockefeller (1841-1922) la ebbe donata a New York City, la fontana, che ora è un simbolo ufficiale di New York, è stata eretta una prima volta a Como in Italia.

Nel 1860, la città di Como cominciò a riempire parti del porto lungo il lago, non più usato per il traffico commerciale, per costruire Piazza Cavour progettata egualmente come luogo di svago per i turisti ed i residenti. La nuova piazza non ebbe un completo successo. Il relativo scopo originale non fu mai compiuto ed fu usata per lo più come campo militare di parata. Nel 1870, un commerciante milanese chiamato Sebastiano Mondolfo, residente in una villa in Borgovico e presidente della società di navigazione Lariana, offrì alla città 20.000 Lire per comprare una fontana monumentale del Palazzo Litta a Lainate, ed usarla per abbellire Piazza Cavour. I maggiorenti della città rifiutarono il programma originale, credendo che una rilocazione di una tal opera d’arte dal palazzo riservato all’aristocrazia ad uno spazio pubblico fosse inaccettabile. Pertanto Mondolfo usò la sua offerta nel 1872 per assumere uno scultore locale chiamato Biagio Catella per progettare una nuova fontana. In poco più di sei mesi, Catella, con una squadra di artigiani, completò la fontana scolpita in marmo bianco italiano e composta da una immagine centrale di un cigno circondato dalle creature del mare e dalla scultura ornamentale. Il 23 settembre 1872, la fontana fu attivata. Alimentata da un piccolo aquedotto da Monte Olimpino, la fontana svolse una funzione pratica per la comunità, fornendo l’acqua potabile.

Il risultato estetico fu argomento di dibattito acceso e perfino ridicolo. Alcuni “molto pudichi” osservatori ebbero da ridire sulle figure femminili nude delle naiadi per gli effetti negativi che avrebbero potuto avere sulle morali dei bambini in giovane età. Altri ritennero che il cigno assomigliasse più molto esattamente ad un’oca. Le creature del mare in generale furono percepite come linguaggio figurato non consono al lago d’acqua dolce adiacente. Quelli situati nelle più alte zone della città si dissero preoccupati che le acque necessarie per fare funzionare la fontana, avrebbero richiesto troppa pressione per i loro rifornimenti idrici. La Comunità si divise fra coloro che gradivano la fontana e coloro che si opponevano alla sua realizzazione (“gli anti-fontanisti”). A risolvere la controversia ci pensarono le acque del lago corrodendo le fondamenta del materiale di riporto già nel 1890. Una crisi dell’economia comunale lasciò la città senza le risorse per la riparazione e per il funzionamento e la fontana fu smantellata e messa in un deposito nel 1891. Nel 1899, un’esposizione e un fuoco disastroso appesantirono ulteriormente la situazione finanziaria della città e, nel tentativo d’alleviare il debito locale, il consiglio comunale autorizzò la vendita della fontana per 3.500 Lire (l’equivalente valutato allora di $637). Nel 1902, William Rockefeller comperò la fontana investendo altri $25.000 per portarla nella città di New-York, in cui fu installata al giardino zoologico del Bronx nel 1903. Successivamente, gli architetti Heins e La Farge progettarono una nuova sistemazione e, nel 1910, la fontana fu spostata verso la posizione attuale nel lato nord del giardino zoologico alla Astor Court. Nel 1968, la fontana è stata designata simbolo ufficiale di New York City ed è uno dei pochi monumenti locali che ha questo onore.

http://www.nycgovparks.org/parks/bronxpark/monuments/789

Un po’ di storia del clima

Abbiano alle spalle un inverno chiacchierato per un clima mite e per la mancanza di precipitazioni. I più addebitano le stravaganze del tempo all’inquinamento che ha stravolto le stagioni. Dalle memorie e dagli scritti tramandati ecco una semplificata spigolatura dell’andazzo del tempo nei secoli passati.

I mutamenti climatici del 535 d.C. sconvolsero il mondo del tempo, le civiltà sudamericane raggiungono gli altopiani, cadono le dinastie cinesi, i popoli asiatici invadono l’Occidente. La stessa decadenza dell’Impero romano è da collegarsi in gran parte al repentino cambiamento del clima di quel tempo. Nel 1134 un caldo eccessivo «abbrucciò tutte le biade e fu carestia». Memorabile fu la siccità del 1158, perché dalla fine di maggio e sino al seguente mese di aprile non venne acqua dal cielo. Nel 1162 si registrò un estate infuocata. Nel 1210 si agghiacciò il Po «in tal maniera che vi passaron i carri ben carichi». Terminò il 1215 «con un freddo così strano che passò il segno», mentre una invernata dolcissima e senza pioggia anticipò la primavera del 1266.

Il 1300 fu un secolo molto caldo che si manifestò con la diffusione delle betulle in molte zone nordiche europee e dalle nostre parti il faggio coprì ampi spazi montani, in Inghilterra si coltivava la vite e i Vichinghi colonizzarono la Groenlandia. Le cronache riferiscono che nel 1367, nelle feste di Natale, si stava con le finestre spalancate e gli alberi erano tutti in anticipata fioritura. Nel 1407-08 si registrò l’inverno più freddo degli ultimi 500 anni «s’agghiacciaron i fiumi, i mulini non poteron macinare, copiose furon le nevi e si diseccaron le viti». Nel 1420 «da febbraio a maggio non vi fu pioggia e il sole seccò i frutti». Nel 1428 si verificò una siccità di sei mesi «dall’aprile all’ottobre non venne dal cielo una goccia d’acqua e non si raccolse grano e non si vendemmiò». Nel 1475 la primavera non fu assecondata dal beneficio della pioggia, seguì una lunga siccità e un caldo eccessivo «i rivoli e li sorgenti restaron al secco e le selve furon arse dal foco». Nel 1492 papa Alessandro VI, preoccupato dalla lunga assenza di notizie sui fedeli della Groenlandia, vi inviò una spedizione e venne a sapere che tutti gli abitanti erano morti per i rigori inauditi del freddo.

Nel gennaio del 1511 «fioccò con tanta copia di neve che arrivò all’altezza di un braccio e mezzo in Com e di due braccia e mezzo al di fuori, accompagnata da tanto gelo che agghiacciarsi il vino nelle botti». Dal settembre 1539 al 6 di aprile 1540, vi fu un asciutto straordinario. Narra Benedetto Giovio «che per tal cagione si vide asciutto il fonte di Plinio». L’inverno del 1550 «fu piacevolmente caldo e somigliante ad una perpetua rimavera». Assai stravagante fu il 1562 che non vide pioggia da febbraio ad ottobre. Il 1500 si chiude con stagioni caldissime… «il cielo era di bronzo e solo verso l’inverno tornaron timide nuvole in cielo».

Il 1600 fu un secolo di modesto caldo e siccità, anche se si verificarono inverni senza nevi e primavere asciutte. Unica anomalia fu il freddo dell’inverno 1607-08, ricordato come il “grande fratello” che agghiacciò i laghi. Secondo alcuni storici fu l’inverno più freddo che si sia mai verificato in Europa. La neve cadde nel nord da gennaio a giugno. Un caldo straordinario oppresse gli uomini e animali nell’autunno del 1740. Arsura e siccità imperversarono nel 1768 causando enormi danni alle coltivazioni. Nell’inverno 1788-89 gelarono tutti i fiumi europei, la flotta imprigionatata dai ghiacci viene assalita e distrutta dagli Ussari francesi in una inedita battaglia tra cavalleria e vascelli.

Novene e processioni implorarono la pioggia per il siccitoso 1803, arrivò poi tanta acqua che causò lo straripamento dell’Adda. Dalla metà dell’estate del 1806, fino all’estate del 1807 «il secco e il forte vento furono l’incubo della gente dei campi». Nel mese di luglio del 1808 imperversarono venti freddissimi che la popolazione fu costretta a ricorrere al focolare in piena estate per riscaldarsi. Freddo record nell’inverno 1829-30 che distrusse uliveti, castagneti e vigneti. Nell’agosto del 1859, gran siccità e caldo fecero ingiallire le foglie che si deposero come nella stagione invernale. Caldissimo fu il 1860 e secco il 1868 con temperature record e letti di torrenti asciutti Tremendo il 1873 per il vento caldo che soffiò da maggio a settembre, compromessi furono i raccolti del mais e dell’uva. Al rigido inverno del 1879-80 con inverosimili nevicate, seguì la siccità della primavera-estate «che ridusse i corsi d’acqua a pigri rigagnoli e la gente faceva coda davanti ai pozzi delle corti per cavare l’acqua per gli animali».

E arriviamo al 1900, il secolo della industrializzazione e del boom economico. Secolo con clima altalenante. Uno strappo inaudito della media delle temperature si verificò nell’estate del 1928 e l’inverno successivo, si passò dal Sahara alla Siberia, dai 38 gradi di luglio, al meno 16 di dicembre. Nel 1929 in febbraio gelarono tutti i più importanti fiumi d’Europa. E che dire della bizzarria del bisesto 1932? In gennaio le primule erano fiorite e le gemme delle piante accennavano già ad aprirsi. Nel febbraio del 1956 gelarono tutti i fondali dei mari del nord Europa con copiose nevicate in tutto il continente. A Vercelli la temperatura minima toccata fu di -23, Milano -16, Firenze -11. L’inverno del 1985 fu il più rigido del secolo, a Milano caddero 90 cm. di neve, a Tarvisio il termometro segnavai -30, Arezzo -20, Roma -11. Dal 1940 al 1975, la temperatura scende e riprende a salire in piena recessione economica.

 

 

Quando padre Tatti e altri ricercatori annotavano le stravaganze del clima, non erano ancora di attualità i problemi del consumismo e dei suoi derivati. Le ciminiere industriali non esiste- vano e le automobili non circolavano, eppure si registravano, già allora, i problemi di approv- vigionamento idrico, di annate povere di neve, o di primavera estive.

 

 

Enrico Orsenigo Fino Mornasco