CARTA A MANO NELLE ANDE

Associazione Progetto Chimbote – Onlus

Dopo tanto lavoro preparatorio, la cartiera di Chimbote è pronta per la produzione. Il Natale che si avvicina offre un’ottima opportunità: inizieremo producendo biglietti d’auguri. I biglietti costituiscono un primo esperimento, forse non sono perfetti come quelli che trovereste in cartoleria, ma hanno il fascino della spontaneità.

Come averli? Basta un contributo al nostro progetto, come spiegato nel modulo allegato. Perché non provare? E se vi piacciono, perché non dirlo ai vostri amici?
Al Natale manca sempre meno di quanto si pensi, ed allora conviene provvedere per tempo agli auguri. Per questo vi presentiamo un assortimento di biglietti, realizzati su carta a mano nella Papelera Don Bosco e le decorazioni sono fatte da ragazzi e volontari della Parrocchia di S.M.Auxiliadora sorvegliati dalle insegnanti di catechismo.

Volete riceverli? Questi biglietti sono “gadget” legati ad una campagna di raccolta fondi. Per ottenerli basta inviare per posta o mail, ai nostri indirizzi, il modulo d’ordine e fare una donazione come indicato nel modulo stesso.
Come segno di riconoscimento per il vostro contributo, vi invieremo i primi biglietti prodotti dalla “Papelera Don Bosco” di Chimbote tenendo conto il più possibile delle vostre scelte, che potete indicare compilando la tabella allegata.
Ci permettiamo di indicare un contributo di 2,50 Euro per biglietto e, se volete, una donazione aggiuntiva.

Angelo Moncini è partito a fine Ottobre per il Perù e, tenendosi costantemente in contatto con l’Italia, sovraintenderà a tutte le lavorazioni coordinando il lavoro in modo che le vostre richieste siano puntualmente eseguite.
I biglietti giungeranno poi in Italia entro la fine di novembre e vi contatteremo per la consegna o spedizione.

 

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L’E’ UL DI’ DI MORT: PIANGEMM ?

Biroeul e sant-carlitt…
L’è anmò bonora e semm già chì, nun viv,
pront per nà al Cimiteri: i mocolot,
i vas, i fior, i zoffranèj…Stanott,

mort vecc e mort pinitt
-quij ch’eran bon e quij ch’eran cativ-
se dessèdan e disen: -Quanti fior!
Hin tucc per nun…vardee, che bèj color!…

E Coronn, e ciaritt!
Che belèe, quij roeus lì! E i semper-viv?
Pàren fint, tant ch’hin bej! Che brava gent,
sti omen e sti donn, sti nost parent!:

vecc, giovin e fiolitt
-quij bon, quij gramm e qui minga cativ-
hin vegnuu scià, denanz ai nost ritratt,
ai crus, ai tomb… Sgobbàven comè i matt,

giràven, mai quiett,
intorna ai monument: strasc e scovin,
per netà sta cà nostra…Oh, car Signor!
Chì gh’è vegnuu nissun: gh’è nanca un fior!

Chi podarìssom mett
una roeusa (là in tropp); e anca on ciarin
dèvom pizzà (là ghe n’è trii): content?…
E mò pòdom fà festa, gh’è anca ol vent,

sentii se ‘l boffa!!… E intant’
el scorliss tucc i foeuj e tucc i fior:
el ghe insegna a dì sù on’orazion
propi per nun…Scoltee!! Ol Crusunon,

drizz, in mezz a stì piant,
in del primm Camp, el vosa:”Per amor,
fee citto, ch’el ven ciar, tornee a dormì
(Mont Olimpin l’è ‘rosa’)…ormai l’è dì”-…

Gisella Azzi (1912 -2002)

NEW ORLEANS FUNCTION – Louis Amstrong

La Svizzera che sopporto e che non sopporto.

Una volta, il grande giornalista italiano Giorgio Bocca scrisse che si era trovato a invidiare la Svizzera, con il suo ordine così disciplinato, perché in quell’ordine avvertiva il sapore di una piena libertà. È vero, chiunque abbia provato la soddisfazione di parcheggiare l’auto negli appositi spazi, pagare la tariffa nel parchimetro e allontanarsi in tutta tranquillità, non può fare a meno di chiedersi: qual è la vera libertà, quella assicurata dall’ordine svizzero o l’anarchia inefficiente del parcheggio in doppia o tripla fila a Roma, ma in certe ore anche a Milano?

Non ci sono dubbi in proposito, o non dovrebbero esserci. Alla lunga l’ordine prevale sempre sul disordine. Basta guardare la cura con cui sono tenute le montagne e le valli elvetiche, a tutto vantaggio dell’equilibrio idrogeologico, per diventare invidiosi: a me della Svizzera piace tutto ciò che non è “italiano”: la precisione, la disciplina, l’interiorizzazione dell’ordine, la condivisione delle regole.

Si comprime la libertà individuale? Be’, sono limitazioni che contribuiscono alla convivenza civile. E che hanno assicurato alla Confederazione elvetica il ruolo di isola tranquilla mentre tutt’intorno l’Europa veniva coinvolta nel processo di globalizzazione.

Poi naturalmente ci sono i difetti, soprattutto quelli percepiti come stereotipo: la Svizzera chiusa in se stessa, cassaforte anonima di capitali di dubbia origine; i suoi atteggiamenti di diffidenza verso l’“altro”, la tutela gelosa dei propri confini, la lunga insofferenza per gli immigrati. Nonché un certo immobilismo culturale, che talvolta invita a recuperare la vecchia battuta di Orson Wells, il quale commentava il Rinascimento italiano, con i suoi omicidi, pugnali, venefici, però con un’autentica esplosione artistica e culturale, Raffaello, Michelangelo, Leonardo: “Mentre la Svizzera, in mille anni di pace, che cosa ha prodotto? L’orologio a cucù”. Ingeneroso, per quanto geniale, Wells.

Infatti la Confederazione ha creato soprattutto fattori istituzionali, metodi di regolazione sociale, strumenti di tenuta politica. Inoltre anche la Svizzera sta cambiando. Sottoposta alle pressioni americane, con le autorità monetarie che l’hanno trattata alla stregua di una supersocietà offshore, di un paradiso fiscale analogo alle isole Cayman, è presumibile che nei prossimi anni la Confederazione debba misurarsi con il mondo aperto. E a quel punto si vedrà se le istituzioni che invidiamo, i referendum, la “formula magica”, sapranno resistere alle nuove sfide.

Edmondo Berselli, giornalista e saggista, da “Il caffè”

BASTANO 45 MINUTI???

La famiglia esiste ancora? Non stiamo chiedendoci che ne è della famiglia classica, con un padre, una madre, due figli, e nessun divorzio di mezzo e neppure qualche altro dimezzamento. A questa domanda chi radiografa la moderna società in cammino già sta dando riposte, tenendo conto di tante novità e tante sfumature socioeconomiche: dalla famiglia tradizionale, a quella monoparentale, a quelle allargate, ecc. No, la nostra domanda sulla famiglia di oggi verte concretamente sul numero di ore al giorno nelle quali la famiglia esiste: esiste nel senso che si ritrova, sta assieme e passa momenti in comune.

Uno studio inglese, realizzato in questi mesi esplorando la quotidianità di tremila adulti e bambini britannici, dice che questa istituzione temporalmente trascorre unita – udite, udite – circa 45 minuti al giorno. Compresi i minuti passati a mangiare e a guardare insieme la tv. Un dato crudo, che contabilizza i minuti restanti, dopo aver sommato tutte le attività che i membri di una famiglia svolgono singolarmente, o con altre persone, amici, colleghi, conoscenti fuori dalla cerchia familiare. Oltre al tempo di lavoro di entrambi i genitori e le loro attività individuali (sport, amici, hobby, cultura, ecc.) che fanno la parte del leone, rosicchiano tempo alla famiglia unita: la scuola, i corsi di musica, ginnastica o qualche altro hobby di questo o quel bambino, i minuti regalati al computer/ o al proprio programma tv /o al telefonino, gli incontri/le festicciole/i compleanni con gli amici.

Restano da fare tutti assieme solitamente la cena, lo shopping in un centro commerciale, un po’ di sport e le vacanze: per – come scritto mediamente – 45 minuti al giorno. Poco, davvero poco. E, probabilmente, nessuna di queste famiglie, indaffarate come sono a portare a termine le molteplici attività o a seguire gli interessi secondo la fitta agenda settimanale, si accorge di questo. Volano così le settimane e la famiglia col turbo assomiglia più ad una pista di decollo dalla quale passano a gran velocità tutti i suoi membri per raggiungere questa o quella meta, rientrare quel tanto che basta nell’“hangar” e ripartire. Ma bastano 45 minuti al giorno per nutrire i propri sentimenti, interagire, comunicare in scala 1 a 1 e non virtualmente? Ce lo chiediamo. Alcuni mamme e papà che seguono (per volontà, o per inerzia) questi modelli ‚ ad alta velocità sono convinti che il tempo sia soprattutto qualità e non quantità. E che quindi quell’oretta basti e avanzi. “Sarà, sarà” diceva una vecchia canzone per bambini “Sarà ma non ci credo”.

Monica Piffaretti da “Il caffè”

Asteroide o 6…

Azzeccare il 6 al Superenalotto è un’impresa difficilissima, molto più difficile che essere colpiti da un asteroide, anche in periodo di stelle cadenti.
Infatti, facendo qualche calcolo statistico si scopre che le probabilità di azzeccare la sestina vincente sono quasi nulle: solo 1 su 622.614.630. Le probabilità di successo riferite alle altre combinazioni vincenti sono di 1 su 326 per il tre, 1 su 11.907 per il quattro, 1 su 1.235.346 per il cinque e di 1 su 103.769.105 per il cinque+uno.
Però se il numero delle combinazioni giocate continua ad aumentare…prima o poi…Good luck!… soprattutto a quell’esercito’ di oltre 7 milioni di pensionati, per l’esattezza 7 milioni 675 mila, che non arriva a 1.000 euro al mese. A scattare la fotografia datata 2007, rendendo note le tabelle dell’indagine dei mesi scorsi, è l’Istat.

In particolare, in 2 milioni 706 mila 918 percepiscono una pensione mensile tra i 500 ed i 750 euro; e in 2 milioni 123 mila 369 una pensione tra i 750 ed i 999 euro. A questi vanno aggiunti i 2 milioni 844 mila 989 pensionati che percepiscono pensioni che non superano i 500 euro al mese.

Andando avanti nella ‘classifica’, sono circa 3 milioni e 900 mila, invece i pensionati che percepiscono pensioni tra i 1000 ed i 1.500 euro mentre a percepire un assegno tra i 1500 ed i 1749 euro sono in 1 milione 278 mila.

Da qui in poi le classi si fanno meno numerose: in 918 mila prendono una cifra tra i 1750 ed i 1.999 euro al mese; in 662 mila una pensione mensile tra i 2 mila ed i 2250 euro; in 425 mila una pensione tra i 2.250 ed i 2.300 euro al mese ; in 447 mila una pensione tra i 2500 ed i 3mila euro. Sono infine 537 mila 447 a percepire un assegno da 3 mila euro in su ogni mese.

Meglio mettere le mani avanti…

Legge 11 agosto 1991, n. 266 Legge-quadro sul volontariato”
(Pubblicata in G.U. 22 agosto 1991, n. 196)

1. Finalità e oggetto della legge.
– 1. La Repubblica italiana riconosce il valore sociale e la funzione dell’attività di volontariato come espressione di partecipazione, solidarietà e pluralismo, ne promuove lo sviluppo salvaguardandone l’autonomia e ne favorisce l’apporto originale per il conseguimento delle finalità di carattere sociale, civile e culturale individuate dallo Stato, dalle regioni, dalle province autonome di Trento e di Bolzano e dagli enti locali.
– 2. La presente legge stabilisce i principi cui le regioni e le province autonome devono attenersi nel disciplinare i rapporti fra le istituzioni pubbliche e le organizzazioni di volontariato nonché i criteri cui debbono uniformarsi le amministrazioni statali e gli enti locali nei medesimi rapporti.

2. Attività di volontariato.
– 1. Ai fini della presente legge per attività di volontariato deve intendersi quella prestata in modo personale, spontaneo e gratuito, tramite l’organizzazione di cui il volontario fa parte, senza fini di lucro anche indiretto ed esclusivamente per fini di solidarietà.
– 2. L’attività del volontario non può essere retribuita in alcun modo nemmeno dal beneficiario. Al volontario possono essere soltanto rimborsate dall’organizzazione di appartenenza le spese effettivamente sostenute per l’attività prestata, entro limiti preventivamente stabiliti dalle organizzazioni stesse.
– 3. La qualità di volontario è incompatibile con qualsiasi forma di rapporto di lavoro subordinato o autonomo e con ogni altro rapporto di contenuto patrimoniale con l’organizzazione di cui fa parte…

17 LUGLIO 1969

Tra i documenti che mi è capitato di vedere in occasione della rievocazione del 40° anniversario della discesa dell’uomo sulla Luna, quello più toccante è certamente il necrologio ritrovato negli Archivi Nazionali di Washington, D.C. .

Il comunicato stampa, datato 18 luglio 1969, è redatto in modo che il presidente Nixon potesse leggerlo in diretta TV, nel caso in cui gli astronauti della missione Apollo 11 fossero deceduti durante la loro missione sulla Luna.

Leggere questo brano di storia ci riporta alla mente la grandezza della loro missione e quante incertezze e pericoli abbiano dovuto affrontare questi primi tre uomini nella loro storica impresa.

«Il destino ha voluto che gli uomini che sono andati sulla Luna per esplorarla in pace, rimarranno sulla Luna per riposare in pace. Questi uomini impavidi, Neil Armstrong ed Edwin Aldrin, sanno che non c’è speranza per il loro recupero. Ma sanno che c’è speranza per l’umanità nel loro sacrificio. Questi due uomini stanno donando le loro vite per l’obiettivo più nobile dell’umanità: la ricerca della verità e della conoscenza. Si addoloreranno le loro famiglie ed i loro amici; si addolorerà la loro nazione; si addolorerà tutta la gente del mondo; si addolorerà la Madre Terra per avere mandato due dei suoi figli verso l’ignoto. Nella loro esplorazione, hanno unito le popolazioni del mondo come se fosse una; nel loro sacrificio, hanno legato ancora più strettamente la fratellanza tra gli uomini. Nei giorni antichi, gli uomini hanno guardato le stelle ed hanno visto i loro eroi nelle costellazioni. Oggi, noi facciamo lo stesso, ma i nostri eroi sono uomini in carne e ossa. Altri seguiranno e certamente troveranno la loro via di casa. La ricerca dell’Uomo non verrà negata. Ma questi uomini erano i primi, e i primi resteranno nei nostri cuori. Ogni uomo che guarderà la Luna nella notte, saprà che c’è da qualche parte un piccolo angolo che sarà per sempre l’umanità.»

Nella banda del mio paese

Io fui trombone. Nella banda del mio paese. Lo fui per poco. Giusto il tempo necessario e sufficiente per capire che non avevo nessun orecchio musicale e che sarebbe stato meglio cedere strumento e divisa ad altri. Come in effetti accadde. Ma quel tempo che mi servì a comprendere come fossi inetto con lo strumento in mano fu altrettanto necessario e sufficiente a insegnarmi una cosa: la banda è un cosmo, o microcosmo se vogliamo, autarchico.
Avevo quattordici anni allora, età di belle speranze. Uscivo poco di casa, la sera, quasi niente. Iscrivermi al corso per aspiranti musicanti fu il viatico che mi permise di violare il buio della notte, due volte la settimana. Garantiti dal fatto che non me ne andavo a zonzo ma incontro a uno scopo ben preciso, i genitori non ebbero obiezioni. Fu il destino che in sorte mi assegnò il trombone, forse alludendo? Non so. Ma giuro che se mi toccasse di rinascere chiederei che mi venisse assegnato un cognome che inizi con la “a”. Poiché la distribuzione degli strumenti procedette per ordine alfabetico e i primi, fortunati, fecero incetta di clarini e cornette. A me, paria dell’alfabeto, toccò il trombone.
Fu un bene. Lo dico adesso, a ragion veduta, divinando in quel caso una precisa lezione di vita. Poiché, mi fosse capitata tra le mani una cornetta o altro strumento solista, la mia inettitudine, chiara sin dalle prime prove sul campo, mi avrebbe tolto la possibilità di vivere, almeno per un po’, il mondo della banda. E invece, col trombone in mano, compresi che si può campare anche alle spalle altrui. In altre parole, non volendo cedere di fronte all’evidenza quando, passata la stagione dei solfeggi e iniziata quella delle prove comuni, fu evidente che non mi riusciva di stare al passo insieme agli altri, cominciai a fingere. Gli altri strumenti di accompagnamento suonavano seguendo il ritmo, io mi adeguavo gonfiando gote, schiacciando tasti ma senza che dalla bocca del mio trombone uscisse una sola nota.
Perché ?, si chiederà. Mi si abbuoni, prima della risposta, il beneficio dell’età. Di quell’età lontana in cui ai miei occhi tutto il mondo era paese, era il paese. Un universo ancora da scoprire, un micro mondo complicato come il mondo grande e per entrare nel quale serviva una specie di invito. Ecco cosa fu la banda, l’invito a entrare nel tessuto del paese. Per cui, stando così le cose, mi si perdonerà il trucchetto di bassa furbizia cui ricorsi pur di non perdere l’esordio in pubblico con tanto di divisa tagliata su misura. Fu come sedere in prima fila al cinema l’esordio, che coincise con la processione del Corpus Domini. E che svelò ai miei occhi un altro corpo, più materiale, ma vivo, palpitante, fatto di contrade, portoni, antri, umidità, chiazze, profumi e puzze, nasi, orecchie a sventola, aliti vinosi, cieli stellati, parole dialettali, negozi, porfidi e silenzi. Andavo componendo, senza saperlo, il mio vocabolario. Fieno in cascina, insomma. Mettevo a punto il tiro del mio futuro, fingendo di suonare.
Non so se gli altri soci musicanti si siano mai accorti della mia finzione. Se no, ne andrebbe del prestigio del loro orecchio (alcuni sono ancora in attività). Se sì, invece, il fatto torna a loro onore e gloria, nessuna madre infatti disprezza i propri figli, per quanto brutti. Circa la mia carriera, finì di lì a breve. Per qualche mese ancora portai a spasso il mio trombone. Poi evidentemente la musa del pentagramma mi spinse alla confessione. Consegnai lo strumento, dopo averlo lucidato un’ultima volta col Sidol, e anche la divisa su misura. Che, con piccolissimi aggiustamenti, andò a vestire, absit iniuria verbis, un trombone vero.

Andrea Vitali da “Il caffè”