BUON NATALE!

Canta, canta, rosa e fiur,

l’è nassuu noster Signur,

l’è nassuu in Bethleèmm

senza fassa nè patell

de fassà ‘sto bambinell,

senza fassa nè lenzoo

de fassà ‘sto por fioo,

senza fassa nè cussin

de fassà ‘sto por bambin.

Non ti auguro un dono qualsiasi, ti auguro soltanto quello che i più non hanno. Ti auguro tempo, per divertirti e per ridere, se lo impiegherai bene, potrai ricavarne qualcosa. Ti auguro tempo, per il tuo fare e il tuo pensare, non solo per te stesso,  ma anche per gli altri. Ti auguro tempo , non per affrettarti e correre, ma tempo per essere contento. Ti auguro tempo, perchè te ne resti: tempo per stupirti e per fidarti. Ti auguro tempo, per toccare le stelle e tempo per crescere, per maturare. Ti auguro tempo, per sperare nuovamente e per amare, non ha più senso rimandare. Ti auguro tempo, per trovare te stesso, per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora, come dono. Ti auguro tempo, anche per perdonare. Ti auguro di aver tempo, tempo per la vita.

IL PIN UMBRELA

 IL PIN UMBRELA NEL PARCO DELLA SPINA VERDE

 

Da Monte Olimpino a Cavallasca lungo gli antichi sentieri dei contrabbandieri

Molti comaschi anziani e di mezza età già lo conoscono o perché avvezzi a scorribande nel verde cittadino, magari effettuate con la mitica lambretta, o perché trascinati lì dai volontari degli oratori, delle colonie e dei centri estivi. I giovani di oggi forse non ne hanno nemmeno sentito parlare, a parte qualche appassionato di mountain bike. Eppure è un piccolo emblema della cultura comasca: il Pin Umbrela. Il vecchio pino, che faceva ombra, è stato recentemente sostituito con uno nuovo, giovane ma promettente, e la finestra panoramica su Como e il suo lago è stata onorata da una bella struttura in legno comprendente balcone e due panchine. In una giornata limpida l’animo si può rinfrescare “d’immenso” tra le acque profonde del lago che risplende in tutta la sua bellezza fino a quando si piega a sinistra dietro il promontorio di Torriggia. A destra lo stadio e la mappa tridimensionale della città di Como sfumano via via all’orizzonte verso i territori dell’erbese e a sinistra Monte Olimpino, Sagnino, Tavernola e le frazioni alte di Cernobbio e della val di Muggio. Siamo proprio sopra la “panoramica” che da via Nino Bixio porta a San Fermo. Come sappiamo Spina Verde non significa solamente i reperti archeologici della Cà Morta e di “Golasecca” e gli insediamenti indigeni di Pianvalle e del monte Croce. Non significa neppure solamente “castel Baradello” che ne è un autorevole richiamo. Il parco di cintura metropolitana Spina Verde, costituito nel 1993, si estende per 1200 ettari di boschi, pascoli e colline congiungendo il mendrisiotto con i territori rurali di cinque comuni lariani: Como, San Fermo, Cavallasca, Parè e Drezzo. Il confine frontaliero vi scorre attraverso. Al suo interno millenni di storia con insediamenti preistorici, piante secolari, erbe, affioramenti rocciosi e fenomeni carsici oltre a cappelle religiose ed epiche strutture medievali. Non mancano camminamenti e trincee della prima guerra mondiale. Un tempo la località era anche rinomata per le numerose sorgenti di acqua fresca ora quasi totalmente prosciugate o soggette alla stagionalità dei flussi torrentizi. Il tratto che si snoda lungo la linea di confine con la Svizzera è stato, e forse lo è tuttora, un ottimo punto di passaggio “des fross” ben protetto dalla folta flora boschiva e avvantaggiato da una posizione strategica eccezionale. Nugoli di piste e sentieri infatti si intersecano misteriosamente con poca segnaletica turistica che solo dei compaesani esperti possono affrontare tranquillamente senza il rischio di ritrovarsi chissàdove. Carrarecce antiche d’epoca romana si sovrappongono a camminamenti medievali, tracciati bellici e sentieri turistici. Lungo la via monte Sasso o la via Bronno, parallele che poi si ricongiungono, ci si avvicina al bosco fino al cartello di divieto di transito dove inizia la zona protetta “Parco Spina Verde” segnalata da un pannello verde triangolare. C’è poco spazio per parcheggiare quindi è consigliabile lasciare l’auto in via Cardano. Si entra nel parco semplicemente proseguendo dritto, la strada diventa subito selciata e poi soffice sentiero tappezzato di foglie multicolore e gusci di castagne. Dopo un po’ le foglie lasciano posto alla pietra bianca e la vegetazione boschiva costituita da castani, robinie e tigli lascia spazio a bassi cespugli, qualche betulla e pini silvestri assumendo una connotazione tipicamente mediterranea. Tanta è la suggestione che pare di trovarsi sulla “via dell’amore” alle Cinque Terre. Scorci tra i pini permettono di posare lo sguardo su una sconfinata distesa “metropolitana” che si perde sfumando fino a Milano. Si arriva ad un bivio. La strada principale piega a sinistra verso Cavallasca e “la chiesetta dei pittori” (1 ora). Noi invece proseguiamo dritto per “Il Sasso Cavallasca e il Pin Umbrela” (0,05 min). Percorriamo una profonda gola e giungiamo ad un secondo bivio: una freccia manda a sinistra verso una radura con la bandiera europea; girando a destra invece e risalendo un piccolo “canalone” si arriva al Pin Umbrela. In tutto avremo camminato circa venti minuti. Siamo sul punto di elevazione massima del Parco, 614m. Come già detto, qui la vista è magnifica e oltre alle infrastrutture d’osservazione abbiamo anche delle capanne in legno e frasche, del tipo tepee, costruite probabilmente da qualche gruppo scout. Sono degli ottimi diversivi per i bambini i quali, come per un innato codice comportamentale, hanno cura di giocarci senza manometterle e permettono così ad altri coetanei di goderne. Il Sasso Cavallasca, tutta la zona tra la radura e il Pin Umbrela, è anche un luogo di sosta ideale per un picnic, una pausa di lettura o di riflessione e soprattutto un’area adatta al gioco dei bambini. Ignorando la freccia che da qui punta verso nord per la “chiesetta dei pittori”. ritorniamo quindi sui nostri passi fino al primo bivio e invece di tornare a casa, sinistra, prendiamo sulla destra seguendo l’indicazione, appunto, “chiesetta dei pittori”. Scartando qualche casuale asino di passaggio percorriamo nuovamente un tratto di “macchia mediterranea” con cespugli e pini nani tra le rocce. Il blu intenso che ci abbaglia dal ciglio della mulattiera ci fa presagire il mare ma un vasto oceano collinare e di pianura ci appare in tutta la sua vastità. Dalle montagne del triangolo lariano a tutti i villaggi della Brianza e del varesotto giù fino all’orizzonte ove si stagliano diafani grattacieli. A est il sipario della bianca catena alpina con il picco maestoso del monte Rosa chiude le scene. Da qui in poi occorre fare attenzione perché la segnaletica scarseggia o peggio, può essere fuorviante. Si prosegue sulla strada che, asfaltata, scende a valle verso l’abitato di Cavallasca. Si ignorano tutte le frecce per l’agriturismo “Il Quadrifoglio”, si passa accanto ad una grotta e si continua a scendere fin quasi in paese. Appena si notano le prime villette si compie ancora un tornante e poi a destra, sulla curva, si rientra nel parco. Due cartelli invitano dritto verso il “sentiero n.9 – confinale” (che imboccheremo al ritorno) invece noi gireremo a sinistra ove ritroveremo l’indicazione per la chiesetta dei pittori. Sempre avanti per i campi. Incontriamo un bivio senza segnaletica e teniamo la sinistra, continuiamo così avendo cura di lasciare sulla nostra destra il recinto con le mucche al pascolo. Si prosegue dritto anche al secondo bivio evitando il “percorso naturalistico” e in pochi minuti si giunge alla chiesa. Inutile aspettarsi qualche tesoro architettonico, l’impatto può essere un po’ deludente. La chiesa di San Rocco infatti presenta una facciata rosa di stile neoclassico e pareti in cemento grezzo. Risale al 1857 ed è diventata “famosa” perché alcuni pittori hanno dipinto a turno scene della via crucis al suo interno. Purtroppo è quasi sempre chiusa per motivi di sicurezza. È trascorsa circa un ora. Anche se non si potranno ammirare i quadri ne sarà valsa la pena perché sarà stata, insieme al ritorno, una piacevole e interessante passeggiata. Mai monotona e ricca di impressioni ambientali e “umane”. Ci rimettiamo sui nostri passi ritornando, sempre dritto, fino all’entrata del parco. Qui, invece di ricalcare la strada asfaltata ci inoltriamo nella selva seguendo la freccia per il “confinale”. Il tracciato diventa quasi subito rudemente asfaltato e prosegue nel folto. Si segue l’indicazione “Monte Olimpino”… Si sorpassano alcune fattorie e si giunge ad un altro bivio per “Villa Eros”. Qui si sceglie a destra per “Sasso Cavallasca” costeggiando le mura di una villa. Si penetra nell’”antro delle fate”, un sottobosco verde intenso di muschio e felci, e si prosegue dritto per “il confinale”. La vegetazione ora è silvana, costituita da castani, faggi e robinie e presenta una suggestiva panoramica del mendrisiotto, Ponte Chiasso, Chiasso, Sagnino e Monte Olimpino. Ad un certo punto la segnaletica per il “sasso Cavallasca” suggerisce di svoltare bruscamente a destra. Si risale per un ripido e stretto sentiero un po’ impervio come quello delle capre. A tratti debolmente rintracciabile anche a colpa del manto foglivo che lo ricopre, ma per fortuna opportunamente marcato da banderuole a strisce bianche e rosse. Sbuchiamo infine, un’ora dopo, al Pin Umbrela ove possiamo ristorarci prima di intraprendere la via del ritorno. Questo tratto del “confinale” fa anche parte dell’ultima tappa (la settima) del Sentiero Italia che inizia sul lago Maggiore e attraversa le colline comasche, Bizzarrone, Drezzo e il Sasso Cavallasca, per terminare a Monte Olimpino. Calcoliamo che, soste a parte, dal parcheggio in via Bronno al ritorno nello stesso punto avremo impiegato circa tre ore. Niente male per una gita fuori casa.

da “broletto” n.74 aut.2003

 

NULLA DI NUOVO

Perchè Monte Olimpino alla ribalta 1978“? La risposta si può compendiare in poche parole: -Perchè sia assicurata la continuità di un sodalizio fondato nel lontano 1890!-

Per questo un gruppo di amici della banda ha deciso di dare vita a questa iniziativa nell’intento di venire in aiuto alla Filarmonica che si avvicina al suo 90° anno di vita.

La nostra Banda è stata partecipe di tanti fatti piacevoli e meno, come testimone della vita sociale e della evoluzione della nostra contrada, è una parte viva nei ricordi di molti concittadini.

Perfino negli anni cinquanta, quando sembrava che i giovani avessero voltato le spalle alla musica bandistica, il consiglio direttivo non si perse di coraggio, ma proseguì il cammino intrapreso dai predecessori, sicuro che i giovani sarebbero tornati: questa speranza si è realizzata, dandoci la certezza che la continuità della Banda sarà assicurata.

L’attività richiede tuttavia un non trascurabile sforzo finanziario. E’ per questo che gli Amici della Banda hanno voluto allargare la loro iniziativa anche ai concittadini, sicuri di favore, simpatia ed appoggio per il mantenimento e il potenziamento di una attività educativa che vuole inserire la propria presenza nel contesto di un discorso di rilancio della iniziativa locale, per valorizzare le tradizioni musicali e culturali della nostra contrada.

                                        Il Presidente PRIMO PORTA

FILO con SOFIA

Goditi potere e bellezza della tua gioventù. Non ci pensare. Il potere di bellezza e gioventù lo capirai solo una volta appassite. Ma credimi tra vent’anni guarderai quelle tue vecchie foto. E in un modo che non puoi immaginare adesso. Quante possibilità avevi di fronte e che aspetto magnifico avevi! Non eri per niente grasso come ti sembrava.

Non preoccuparti del futuro. Oppure preoccupati , ma sapendo che questo ti aiuta quanto masticare un chewing-gum per risolvere un’equazione algebrica. I veri problemi della vita saranno sicuramente cose che non t’erano mai passate per la mente. Di quelle che ti pigliano di sorpresa alle quattro di un pigro martedì pomeriggio.
Fa’ una cosa, ogni giorno che sei spaventato. Canta. Non esser crudele col cuore degli altri. Non tollerare la gente che è crudele col tuo.
Lavati i denti. Non perder tempo con l’invidia. A volte sei in testa. A volte resti indietro. La corsa è lunga e alla fine è solo con te stesso.
Ricorda i complimenti che ricevi, scordati gli insulti. Se ci riesci veramente dimmi come si fa.
Conserva tutte le vecchie lettere d’amore, butta i vecchi estratti conto. Rilassati.
Non sentirti in colpa se non sai cosa vuoi fare della tua vita. Le persone più interessanti che conosco, a ventidue anni non sapevano che fare della loro vita. I quarantenni più interessanti che conosco ancora non lo sanno.
Prendi molto calcio. Sii gentile con le tue ginocchia, quando saranno partite ti mancheranno.
Forse ti sposerai o forse no. Forse avrai figli o forse no. Forse divorzierai a quarant’anni. Forse ballerai con lei al settantacinquesimo anniversario di matrimonio. Comunque vada, non congratularti troppo con te stesso, ma non rimproverarti neanche. Le tue scelte sono scommesse. Come quelle di chiunque altro.
Balla. Anche se il solo posto che hai per farlo è il tuo soggiorno.
Leggi le istruzioni, anche se poi non le seguirai. Non leggere le riviste di bellezza. Ti faranno solo sentire orrendo.
Cerca di conoscere i tuoi genitori. Non puoi sapere quando se ne andranno per sempre. Tratta bene i tuoi fratelli. Sono il migliore legame con il passato e quelli che più probabilmente avranno cura di te in futuro.
Renditi conto che gli amici vanno e vengono. Ma alcuni, i più preziosi, rimarranno. Datti da fare per colmare le distanze geografiche e di stili di vita, perche più diventi vecchio, più hai bisogno delle persone che conoscevi da giovane.
Vivi a New York per un po’, ma lasciala prima che ti indurisca. Vivi anche in California per un po’, ma lasciala prima che ti rammollisca.
Non fare pasticci coi capelli, altrimenti quando avrai quarant’anni sembreranno quelli di un ottantacinquenne.
Sii cauto nell’accettare consigli, ma sii paziente con chi li dispensa. I consigli sono una forma di nostalgia. Dispensarli è un modo di ripescare il passato dal dimenticatoio, ripulirlo, passare la vernice sulle parti più brutte e riciclarlo per più di quel che valga. Ma accetta il consiglio… per questa volta.

Tratto da “”The Big Kahuna””, 2000, regia J. Swanbeck