Racconti

MUNDRUMPIN GHOST TOWN

Paese mio che stai sulla collina
disteso come un vecchio ‘n po’ acciaccato
la noia, l’abbandono, il niente
son la tua malattia
è meglio se ti lascio e vado via.

Che sarà che sarà che sarà
che sarà della tua vita chi lo sa
l’abbandono o forse il niente
da domani si vedrà
e sarà, sarà quel che sarà.

Motivi per gioire vengon meno
ed esser solidali…lassa stà
peccato, perchè resta
solo la malinconia
e tutto passa, tutto se ne va.

Che sarà che sarà che sarà
che sarà della tua vita chi lo sa
l’abbandono o forse il niente
da domani si vedrà
e sarà, sarà quel che sarà.

Non trovi più persone nel quartiere
ma solo visi tristi ed imbronciati
parlarsi, stare assieme,
non è più grand’allegria
è meglio se ti lascio e vado via.

Che sarà che sarà che sarà
che sarà della tua vita chi lo sa
l’abbandono o forse il niente
da domani si vedrà
e sarà, sarà quel che sarà.
Gli amici miei son quasi tutti via
e gli altri partiranno dopo me
peccato, perché stavo bene
in loro compagnia
e tutto passa, tutto se ne va.

Che sarà che sarà che sarà
che sarà della tua vita chi lo sa
l’abbandono o forse il niente
da domani si vedrà
e sarà, sarà quel che sarà.

MASTRO GEPPETTO E MR. GOOGLE

In un piccolo paese lontano lontano, oltre l’isola che non c’è, tra la Terra di Mezzo e Narnia, viveva un vecchio falegname, nessuno conosceva il suo nome, tutti lo chiamavano Geppetto, anzi Mastro Geppetto. Nessuno sa perché, ma non importava. Geppetto non era un artigiano, era un artista a metà tra scultore e poeta. La pialla scivolava sul legno come un archetto sul violoncello, lo scalpellino accarezzava i ciocchi d’abete come un pennello di un pittore fiammingo. Il legno era la sua materia, lo comprendeva, lo amava, gli sussurrava parole dolci, nascondendo la sega dietro la schiena, come se temesse di ferirlo. Conosceva tutti i trucchi per ammorbidirlo e plasmarlo. Sapeva quale vernice usare, sapeva quale colla avrebbe resistito al tempo ed alle stagioni inclementi.

Un giorno, in quel paese lontano lontano, venne un banditore del Re. Accompagnato da squilli di tromba annunciò grandi cambiamenti nel regno. Geppetto sentì il vociare dei bambini che accorrevano, ma si disse che nulla avrebbe potuto cambiare la sua giornata. Sarebbe andato a leggere l’editto il giorno dopo, con calma, dopo aver consumato la sua colazione fatta di torsoli di mela e gusci di noce. Quel mattino arrivò. Geppetto si sentiva osservato mentre si incamminava verso la piazza dove il banditore aveva affisso l’editto. Il bisbiglìo dei suoi compaesani diventava un vociare indistinto. Arrivato davanti alla pergamena affissa sul lampione ad olio in mezzo alla piazza capì perché. L’editto non era per lui, peggio, riguardava il suo amato legno. L’editto era breve, ma purtroppo preciso. Non potevano esserci errori. Il Re dichiarava ufficialmente che da quel giorno il legno sarebbe diventato più duro del ferro, più pesante del piombo, più fragile del vetro. I suoi vecchi arnesi non sarebbero più serviti a nulla. Non avrebbe potuto più usare lo scalpellino con la perizia di un chirurgo, né strusciare la pialla, avrebbe ottenuto solo scintille. La dura legge del progresso gli ha cambiato il materiale che tanto amava. Geppetto non si perse d’animo.

Da un cassetto chiuso da anni tirò fuori un iPad, soffiò delicatamente la polvere dallo schermo, lo accese ed ordinò su Amazon un libro: “Le nuove tecniche di lavorazione del legno”. Cercò sui forum altri falegnami come lui, erano tutti un po’ disperati, un po’ intrigati dal cambio. Si iscrisse ad una pagina di Facebook che si chiamava: “Tutti i trucchi per modellare il nuovo legno del Re!”. Geppetto ci mise poco ad adattarsi. Dopo un mese tirò fuori dalla sua bottega una sedia di legno che era un capolavoro; intarsiata come una guglia barocca, solida come un traliccio, leggera come una piuma. Era bellissima. La lasciò fuori. Era orgoglioso come una madre dopo la laurea di suo figlio. Il giorno dopo la ritrovò già coperta di ruggine. Si grattò la testa, aveva ancora qualcosa da imparare, ma non ci avrebbe messo molto. Era già tutto gasato per la novità, forse poteva riprovare a costruire un androide con il nuovo legno, ci aveva già provato una volta, ma qualcosa era andato storto e l’androide, novello mostro di Frankenstein, se n’era scappato con una bella signora coi vestiti color turchino.

La storiella è inventata, casomai vi fosse venuto il dubbio. Mi è venuta in mente leggendo la notizia è che Google ha (di nuovo) cambiato gli algoritmi per le sue ricerche. Dovremo di nuovo imparare, studiare, arrovellarci il cervello per trovare nuovi metodi e trucchetti per far salire i siti dei nostri clienti sulle loro pagine di ricerche. Di nuovo. Una volta, quando si imparava un mestiere, potevi camparci per tutta la vita. Al massimo cambiava qualche tecnica, uno strumento, un attrezzo diventava elettrico e poi elettronico. Ma il mestiere era sempre quello.
Nel web invece ogni giorno qualcosa cambia.
Tutti i giorni che il Signore manda in terra.
Chissà, forse è proprio per questo che ci piace tanto fare questo mestiere.

Edenio Rosati- tecnova.it

Buona vacanza

“Tutto è come un soffio di vento: vanità, vanità, tutto è vanità”, dice Qoelet.

L’uomo si affatica e tribola per tutta una vita. Ma che cosa ci guadagna?

Passa una generazione e ne viene un’altra; ma il mondo resta sempre lo stesso.

Il sole sorge, il sole tramonta; si alza e corre verso il luogo da dove rispunterà di nuovo.

Il vento soffia ora dal nord ora dal sud, gira e rigira, va e ritorna di nuovo.

Tutti i fiumi vanno nel mare, ma il mare non è mai pieno. E l’acqua continua a scorrere dalle sorgenti dove nascono i fiumi.

Tutte le cose sono in continuo movimento, non si finirebbe mai di elencarle. Eppure gli occhi non si stancano di vedere né gli orecchi di ascoltare.

Tutto ciò che è già avvenuto accadrà ancora; tutto ciò che è successo in passato succederà anche in futuro. Non c’è niente di nuovo sotto il sole.

Qualcuno forse dirà: “Guarda, questo è nuovo!”. Invece quella cosa esisteva già molto tempo prima che noi nascessimo.

Nessuno si ricorda delle cose passate. Anche quello che succede oggi sarà presto dimenticato da quelli che verranno. Inutile cercar di capire

Ul cumplean del CAO (dialogo tra mari’ e miee)

“Ma par de sentì Cao,Cao, và a vedè Giuan,
quand te sarà la porta te forsi ciavà de foo ul can?”

“L’è minga ul can che buja, ma la gent che vusa,
de cuntenteza, perché cumpis i ann una bela tusa.”

“Ah sì? E quanti ann la fà, e chi è che la saria?
Ti ta la cugnusat? Te fa ‘na quai purcheria?”

“De ann ga nà tanti, cenvinticinq per l’esateza,
ma te de vedela, ia porta che l’è ‘na beleza.”

“Cusè!? Ma chi l’è sta stria che la ta incanta?
Ta disat che sun vegia mì che ga nù apena setanta!”

“Ma tas Maria, e sara quela boca,
certi volt ta ragionat propri cumè un’oca.
Adess ta spieghi: ul Cao l’è una bela società,
cugnusuda e benvuluda in tuta la cità.
Pensa ti che quand che l’han creada,
l’Italia l’era poch che l’era stata unificada.
Ghè stà un pù de guerr, un pù de ann gram,
mumenti bej e altar che s’è patì la fam.
Ma ul Cao l’ha sempar tirà drizz, al sé mai fermaa,
l’ha sugutà a purtà gent sui munt a caminaa.
La fa cugnus la muntagna, afruntala cun pasiun,
l’ha insegnaà a sciaa, a rempegà a inter generaziun.
Incoo ul Cao a l’è furmaa de tanti amis,
che voran dumà andà in muntagna a divertis.
E se vun al sa presenta, in prunt ad acetal,
a cundiziun che ga piasa la muntagna e ‘l rumpa minga i ball.
Pensa Maria, cent e pasa ann in propri tanti,
ma ul Cao de fastidi ga na minga e ‘l guarda sempar avanti.
L’è bel savè che a Com, una cità che la và indree,
ghè ammò gent che de impegnas ga n’ha mai asee.”

“Sì, sì Giuan, sun minga scema, ù capì tutcoss,
perché ti, cui donn, te se sempar stà un baloss.
Te sugutà a menziunà una tua murusa vegia,
e mò ta vegnat scià de mi, perché lee la sarà ormai fregia.”

“Maria mucala de vusà e de fa casott,
anca stavolta, cume al solit, te capì nagott.”

Te me propri stufì! Al sé cusè che fù? Ta disi ciao,
tiri su ul mè zaino e vù in muntagna con ul Cao!

Un socio

FILASTROCCA DI CAPODANNO

Filastrocca di Capodanno
Fammi gli auguri per tutto l’anno:

voglio un gennaio col sole d’aprile,
un luglio fresco, un marzo gentile,

voglio un giorno senza sera,
voglio un mare senza bufera,

voglio un pane sempre fresco,
sul cipresso il fiore del pesco,

che siano amici il gatto e il cane,
che diano latte le fontane.

Se voglio troppo non darmi niente,
dammi una faccia allegra solamente

Gianni Rodari

-Sono l’islamico Mohamed – La maestra mi nega il presepe-

Salve, sono Mohamed Venez-Janiì, bambino musulmano di anni dieci. Stamattina ero contento di andare a scuola perché dovevamo andare a vedere il presepe e a festeggiare con i canti di Natale. Invece stamattina la maestra ha detto che per rispetto nei miei confronti si resta in classe e non si festeggia Natale. Gesù Bambino è troppo offensivo per noi islamici, ha detto, la Madonna vergine, devota e madre, è un insulto ai diritti delle donne, i Re Magi sono tre offese alla Costituzione repubblicana, gli Angeli sono una presa in giro dei trans, il bue e l’asinello sono un’offesa ai diritti degli animali ridotti a termosifoni della grotta, e il panettone è un insulto consumista alla fame nel mondo. Ma il Natale tutto, ha detto, mortifica quelli come me, che non sono cristiani, ci offende e ci prende pure in giro perché ci riduce nel presepe a beduini, pastori e cammellieri.

Ma la maestra non sa che per noi islamici beduini non è un’offesa, e nemmeno pastori e cammellieri. Mio zio è cammelliere e ha pure le capre e io da grande volevo fare il beduino. Comunque Natale non si festeggia per rispetto mio.
La maestra della classe accanto, più furba, ha trasformato il Natale in festa della luce: io non lo so, perché vengo da lontano, ma forse a Natale si festeggia la santa natività dell’Enel. La maestra del piano di sotto, invece, non ha fatto festeggiare e ha spogliato l’albero di tutte le palle luminose perché quattro ladri hanno rubato l’insegna ad Auschwitz; ma non ho capito che c’entra con Gesù Bambino.
Non vi dico la rabbia che mi ha preso quando ci ha detto che non si andava più a cantare «Tu scendi dalle stelle» e non si mangiava più il panettone per rispetto di noi islamici. E non solo mi sono arrabbiato perché ci hanno tolto una bella mattinata di festeggiamenti, ma questa cosa che non si festeggia perché ci sono io musulmano mi ha fatto odiare per la prima volta da tutti i miei compagni di classe perché hanno capito che a causa mia e della mia famiglia non si festeggia Natale e non si canta ma si interroga e si fanno i compiti. Mi hanno preso per uno che piange e si arrabbia se gli altri festeggiano, non ama il Bambinello e detesta la Madonna come il Panettone.

Dicono che vengo dalla Rabbia saudita. Non mi invitano più alle feste perché pensano che io sono contrario e gliela tiro. Vedono me, mia madre Fatima e mio padre Alì, come guastafeste e anche un poco terroristi. E invece non è vero: a me piace Natale e a casa mia di solito a Natale si mangia l’Agnellone perché pure per noi è una mezza festa, mi è simpatico il Bambinello, la gente intorno al presepe è tutta delle parti mie, non c’è nemmeno un personaggio padano o inglese. Tutti mediorientali come me. Salvo gli angeli che sono come le hostess degli aerei, vivono in cielo e non hanno una terra loro.

Questa storia che si deve rispettare me che sono islamico mi ha stufato. Il giorno prima della festa di tutti i santi, la mia maestra ha detto che non dobbiamo festeggiare perché si offendono non solo gli islamici, gli ebrei e i non credenti ma pure i protestanti. Poi, d’accordo con il capo d’istituto, ci ha riuniti tutti intorno alla cattedra e ha tolto dal muro il crocifisso. Ha detto che quel segno lì, sperduto sul muro a fianco alla lavagna, che non avevo mai notato, offendeva me e tutti quelli che come me non credono e non pregano per Cristo. A me è dispiaciuto vedere quel poveretto magro magro e già sofferente, pieno di sangue e con quei chiodi conficcati nelle mani e nei piedi, finire in una busta di plastica e andare chissà dove; raccolta differenziata, almeno spero. I miei amici dicevano: ma che ti ha fatto Gesù Cristo, che ha fatto alla tua famiglia? E io non sapevo cosa dire perché non mi aveva fatto niente, non mi offendeva affatto, mi faceva pena. Mio padre ne aveva parlato pure bene, diceva che era un profeta, comunque una brava persona. E non ce l’aveva con noi musulmani né tifava per gli americani anche perché quando c’era lui, non c’erano ancora né l’Islam né l’America.

Ma ora che la maestra ha tolto il crocifisso, l’albero, il presepe, la festa di Natale, i canti e le preghiere perché offendevano me, una mia amichetta ha detto: ma perché sei così incazzuso e ti offendi per ogni cosa che abbiamo e festeggiamo noi? Ma io non mi offendo affatto, è lei, la maestra, che dice così. Ho paura che ci toglieranno pure Pasqua perché offende noi musulmani. Ho paura che si inventeranno qualcosa per toglierci pure le vacanze dell’estate e diranno che non si fanno perché noi musulmani odiamo il mare e preferiamo il deserto. Bugia, a me piace il mare. Io non so perché voi italiani vi vergognate di fare le cose che avete sempre fatto, di far vedere agli altri le cose che vi piacciono da sempre; non volete farci capire che pure voi avete un dio, solo che lo chiamate e lo vedete in altro modo. Ho l’impressione che questa maestra trova la scusa che c’è in classe l’islamico ma è lei che non sopporta il Natale.
Forse perché s’annoia, forse perché da bambina perdeva a tombola, forse perché il marito la trova racchia, o non so, perché detesta la Croce, il Papa e tutti i suoi dipendenti. A me il presepe piace; mi piace meno quel panzone vestito di rosso, Babbo Natale, che mi sembra un pagliaccio carico di vizi, pensa solo a ingrassare e a farci ingrassare e mi fa pure paura perché è travestito. Anzi una volta ho chiesto alla maestra come si dice di uno che ama i bambini? E lei mi ha detto «pedofilo».
Babbo Natale allora è pedofilo. Perché non lo mettete in galera? Ma poi non dite che lo fate per rispetto del bambino islamico. Smettetela perché se andiamo avanti così, nessuno mi invita più a giocare insieme. Non avete capito che a forza di rispettarmi, mi state escludendo da ogni vostra festa. Comunque ora che non ci sente la maestra dico la parolaccia: Buon Natale.

Marcello Veneziani

L’E’ UL DI’ DI MORT: PIANGEMM ?

Biroeul e sant-carlitt…
L’è anmò bonora e semm già chì, nun viv,
pront per nà al Cimiteri: i mocolot,
i vas, i fior, i zoffranèj…Stanott,

mort vecc e mort pinitt
-quij ch’eran bon e quij ch’eran cativ-
se dessèdan e disen: -Quanti fior!
Hin tucc per nun…vardee, che bèj color!…

E Coronn, e ciaritt!
Che belèe, quij roeus lì! E i semper-viv?
Pàren fint, tant ch’hin bej! Che brava gent,
sti omen e sti donn, sti nost parent!:

vecc, giovin e fiolitt
-quij bon, quij gramm e qui minga cativ-
hin vegnuu scià, denanz ai nost ritratt,
ai crus, ai tomb… Sgobbàven comè i matt,

giràven, mai quiett,
intorna ai monument: strasc e scovin,
per netà sta cà nostra…Oh, car Signor!
Chì gh’è vegnuu nissun: gh’è nanca un fior!

Chi podarìssom mett
una roeusa (là in tropp); e anca on ciarin
dèvom pizzà (là ghe n’è trii): content?…
E mò pòdom fà festa, gh’è anca ol vent,

sentii se ‘l boffa!!… E intant’
el scorliss tucc i foeuj e tucc i fior:
el ghe insegna a dì sù on’orazion
propi per nun…Scoltee!! Ol Crusunon,

drizz, in mezz a stì piant,
in del primm Camp, el vosa:”Per amor,
fee citto, ch’el ven ciar, tornee a dormì
(Mont Olimpin l’è ‘rosa’)…ormai l’è dì”-…

Gisella Azzi (1912 -2002)

NEW ORLEANS FUNCTION – Louis Amstrong

AMORE E REGALI

Il postino suonò due volte. Mancavano pochi giorni a Natale. Aveva fra le braccia un grosso pacco avvolto in carta preziosamente disegnata e legato con nastri dorati. «Avanti», disse una voce dall’interno. Il postino entrò. Era una casa malandata: si trovò in una stanza piena d’ombre e di polvere. Seduto in una poltrona c’era un vecchio. «Guardi che stupendo paccone di Natale!» disse allegramente il postino. «Grazie. Lo metta pure per terra», disse il vecchio con la voce più triste che mai.
Il postino rimase imbambolato con il grosso pacco in mano. Intuiva benissimo che il pacco era pieno di cose buone e quel vecchio non aveva certo l’aria di spassarsela bene. Allora, perché era così triste? «Ma, signore, non dovrebbe fare un po’ di festa a questo magnifico regalo?». «Non posso… Non posso proprio», disse il vecchio con le lacrime agli occhi. E raccontò al postino la storia della figlia che si era sposata nella città vicina ed era diventata ricca. Tutti gli anni gli mandava un pacco, per Natale, con un bigliettino: «Da tua figlia Luisa e marito». Mai un augurio personale, una visita, un invito: «Vieni a passare il Natale con noi».
«Venga a vedere», aggiunse il vecchio e si alzò stancamente. Il postino lo seguì fino ad uno sgabuzzino. Il vecchio aprì la porta. «Ma…» fece il postino. Lo sgabuzzino traboccava di regali natalizi. Erano tutti quelli dei Natali precedenti. Intatti, con la loro preziosa carta e i nastri luccicanti. «Ma non li ha neanche aperti!» esclamò il postino allibito. «No», disse mestamente il vecchio. «Non c’è amore dentro».

SENZA COMMENTO

Hey
in questo mondo di ladri
c’è ancora un gruppo di amici
che non si arrendono mai

Hey
in questo mondo di santi
il nostro cuore rapito
da mille profeti e da quattro cantanti

noi
noi stiamo bene tra noi
e ci fidiamo di noi
in questo mondo di ladri
in questo mondo di eroi
non siamo molto importanti
ma puoi venire con noi

Hey
in questo mondo di debiti
viviamo solo di scandali
e ci sposiamo le vergini

Hey
e disprezziamo i politici
e ci arrabbiamo preghiamo
ridiamo piangiamo
e poi leggiamo gli oroscopi

Voi
vi divertite con noi
e vi rubate fra voi
in questo mondo di ladri
in questo mondo di eroi
voi siete molto importanti
ma questa è festa per noi

Hey
in questo mondo di ladri
c’è ancora un gruppo di amici
che non si arrendono mai

noi
noi stiamo bene tra noi
e ci fidiamo di noi
in questo mondo di ladri
in questo mondo di eroi
non siamo molto importanti
ma puoi venire con noi
In questo mondo di
In questo mondo di

ANTONELLO VENDITTI 1988!!!!

Dobbiamo proprio arrivare a tanto…

Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute e al buon governo. Quando i gas velenosi della monnezza non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attalmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più mentalmente sano, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della nostra Patria per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e l’Italia, ritornata alla forma di nebulosa, errerà nei cieli priva di parassiti, approffittatori, faccendieri vari e di malattie.

Libero adattamento da “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo