Racconti

Viaggi in Italia di una Neozelandese

“Perché noleggiare un’auto in Italia quando si può viaggiare come i locali?” si chiede Venetia Sherson. 
“Potremmo sempre fare l’autostop” dico. Il mio compagno di viaggio mi guarda. Sono passati più di 45 anni da quando uno di noi ha tenuto fuori un pollice sul lato della strada. Abbiamo perso il nostro autobus per pochi secondi e il prossimo è fra due ore. La città più vicina è a 8 km lungo una strada ripida e tortuosa, senza sentiero. Pacentro, il piccolo paese di montagna dove abbiamo posto la nostra base, è popolato principalmente da ottuagenari che non hanno bisogno di un taxi. Ma un uomo robusto con una maglietta della Juventus comprende la nostra situazione. “Ho una macchina”, dice. Il veicolo ha più ammaccature di una tavola da surf Raglan e Vittorio sembra che abbia fatto diversi round sul ring con un avversario più forte. “Sei sposata?” chiede, indicando la sua fede nuziale. Una foto di sua moglie oscilla avanti e indietro sopra il cruscotto, le sopracciglia unite in uno sguardo feroce per avvertire coloro che potessero avere la tentazione di sedurre il suo uomo. Vittorio sorride un sorriso a due denti e rifiuta i soldi della benzina.

In tram a Milano
La scelta di viaggiare con i mezzi pubblici in Italia non è priva di sfide.
Gli autobus sono a volte in ritardo o semplicemente non partono; scioperi interrompono i viaggi dei treni; e variazioni di binario – sempre annunciati all’ultimo minuto possibile  – possono spingere la pressione sanguigna a livelli pericolosi.
C’è anche la possibilità che si finisca in una destinazione del tutto diverso da quella in cui si intendeva scendere. Sulla strada per il grazioso comune di Pescocostanzo, il nostro autobus ha fatto una breve sosta in una piazza dove era parcheggiato un altro autobus. Uno o due passeggeri sono scesi e molti sono saliti. Un’ora più tardi, l’autobus si ferma in una città industriale triste, varie miglia dalla mia destinazione prevista. “Avresti dovuto cambiare autobus prima sulla piazza”, ha detto l’autista. Chi lo sapeva?
Ma vi sono vantaggi.
Gli autobus sono sempre pieni di donne cariche di cesti e pettegolezzi, uomini con i fiori per visitare le tombe delle loro mamme, e, inevitabilmente, una donna in minigonna che sta chiacchierando con l’autista sotto il cartello che dice, “Non parlare al conducente, MENTRE l’autobus e in movimento “.
Quando si sale a bordo di un treno o di autobus italiano, si firma automaticamente un accordo per parlare. Nuovi passeggeri inevitabilmente siedono accanto a te, anche su un bus vuoto. Essi vi chiedono di dove siete e perché siete in Italia. Poi parlano di se stessi. Su un autobus per L’Aquila, mi sono seduta accanto a una donna che lavorava in un call center SkySport. Nel corso del viaggio di 90 minuti mi ha raccontato la storia della sua vita. Ha viaggiato più di 100 km ogni giorno per andare al lavoro. In una buona giornata ha guadagnato € 50 ($ 76), ma i suoi spostamenti potrebbero essere modificati senza preavviso. Qualche settimana lei non ha guadagnato abbastanza per pagare il conto della spesa. La società aveva fatto dei tagli, ma sperava che sarebbe sopravvissuta. “Amo il mio lavoro.”
Su un altro viaggio, una giovane donna ha detto che stava andando dal parrucchiere. Mi ha svelato il colore di capelli che stava scegliendo,  e che colore avrebbe potuto scegliere la settimana successiva. Mi ha invitato a casa sua per un caffè.
In treno lungo il Lago di Como

Perché un turista dovrebbe rinunciare a tali incontri per la compagnia di un navigatore satellitare?
Autobus e treni sono anche a buon mercato in Italia.
Dal 1950, la ferrovia ha lottato per competere con la strada, ma i numeri di merci e passeggeri sono diminuiti. Il debito di Trenitalia è ora di € 6.000.000.000 ($ 9.100.000.000). I prezzi dei biglietti sono stati ridotti per cercare di arginare la marea – più di 100.000 posti di lavoro dipendono da questo – ma con scarso effetto. Gli Italiani ancora preferiscono mettere in valigia se stessi in una Fiat piccola o grande, pagare i pedaggi stradali e rischiare la vita sulle strade.
Eppure i piccoli treni che collegano i villaggi in tutta Italia offrono panorami mai avvistati dai viaggiatori stradali: cortili dove le famiglie cenano sotto tettoie di foglie, frutta e verdura che coprono ogni palmo di terreno e anche un asino legato al portico curato nei minimi dettagli. Meno bucolico, ma altrettanto avvincente è il graffito che da solo vale il prezzo di un biglietto ferroviario. In un viaggio, si può imparare che i politici sono corrotti (la maggior parte), chi è il giocatore di calcio che fa la bella vita (Balotelli) e chi ama Chiara (tutti, è un nome popolare). “I turisti sono peggio di un esercito di occupazione”, è scarabocchiato sul marciapiede di una rinomata località balneare dell’Adriatico.
C’è uno svantaggio ad utilizzare i mezzi pubblici in Italia: il famigerato sistema di convalida.
Sugli autobus, è in gran parte semplice: si imprime il biglietto si sale a bordo. Ma sui treni il sistema di stampaggio è più complicato. Macchinette di convalida – piccole scatole gialle – sono spesso difficili da individuare. Questo potrebbe essere un astuto piano degli italiani per aumentare le entrate, perché il biglietto non convalidato comporta una multa immediata pari a 50 €.
Una volta ho visto un ispettore esigere da una madre e tre figlie adolescenti € 50 ciascuno sul Leonardo da Vinci Express per l’aeroporto di Roma Fiumicino – un sistema molto più redditizio di una tassa d’imbarco-. I capotreni sono spietati e inflessibili. Gli impieghi ferroviari sono visti come posti di lavoro per la vita e sono ben pagati. Gli ispettori prendono sul serio i loro doveri. Se non è possibile pagare la multa, è necessario scendere alla stazione successiva. Difficile se c’è un volo internazionale alla fine del tuo viaggio.
Ho avuto un incontro ravvicinato con un capotreno al mio ritorno da Roma a Firenze qualche anno fa. Avevo completato un volo di 30 ore da Auckland ed ero esaurita. Inoltre avevo una macchia di pomodoro sulla mia maglietta per essermi addormentata con la mia pasta sul volo. Quando il capotreno ha chiesto il mio biglietto… cielo… non era convalidato! Ha scrutato la mia faccia da pensionata. Ho detto “mi dispiace” più volte. Forse gli ho ricordato sua nonna. Si è accigliato, ha preso il biglietto lo ha forato due volte per buona misura. Poi è andato avanti.

NZ Herald

LA SAGRA DE QUARZIN

Den-den, Den-den, Den-den,

Campanela benedeta
set mai stufa da sunà?
La tua gent in la geseta
l’è già denter a pregà.

L’altarin ben infiuraa
de mughitt e margheritt
tutt in gir l’è illuminaa
d’i fiamell de cent lumitt.Se deseda ul campanin
per la sagra de Quarzin
el se sfoga tutt i ann
per fagh festa ai pajsan.

I regiüü dopu la Messa
se la cüntan sul sagraa;
la massera la g’ha pressa
de na a cà e mett sù ‘l stuvaa.

Sota i tecc di pajsan,
che fan part del vecc Castell,
gh’è la pas insema al pan
e ‘n buccaa de bun vinell.

La campagna sota i ragg
del prim soo del mes de magg,
col so verd e i so bei fiur
l’è una festa de culur.

Dopu ‘l Vespru, un furmighee:
gent che vegn a good ul bell
den pei praa e pei sentee,
gent che canta in del Crutell.

Riva lì i Musicant,
taccan subit a sonaa…
sota i frasch dela cassina
i bagai in dree a balaa.

La giurnada la va in finn,
vegn la sira in sul Castell
e la sagra de Quarzin
la finiss al ciar di stell.

PINO MARZORATI da Maslianico “Marzopino”

Luca 24, 1-8 secondo Orazio Sala

Dumeniga matina, de bunura,
i donn vann al sepolcro cuj ünguent
c’ànn preparaa par la sepultura
ma quand che rivan là, trovan pü nient:

un sassun gross che gh’era lì a l’ingress,
chissà cumè, a l’era staa spustaa
e ‘l corp del nost Signuur, anca Lüü stess
al gh’era pü, cumè ‘l füdess scapaa.

E intant che luur in lì e ‘l sann nò se fà
ga sa presenta du figüür splendent
che tacan ditu e fatu a ciciarà
e i donn sbassan ul cò. Ma stann atent.

“Nel sitt di moort a vègnuf chì a cercà
vun che l’è viiv? A l’è giamò pü chi!
Ul Fioo de l’Omm al resuscitarà-
questa l’ha dii Luu- e subit, al terz dì!!!

Quand l’era in Galilea, va l’à dii!!”
Sti donn a toan sü e cùran via
e intant ga vegn in ment da ‘vè sentii
quand Lüü l’aveva faa ‘sta prufezia.

LA FILOVIA

C’è stato un tempo nel quale una semplice panchina era il capolinea di un viaggio. Andavo con la mia mamma a Ponte Chiasso, nel negozio di alimentari di papà! Mentre aspettavamo la filovia, se era estate, la panchina ne era la sua manifesta rappresentazione. Su quelle gambette da merlo che spuntavano dai pantaloncini corti, il sole accumulato durante il giorno, sembrava rilasciare la potenza di un fuoco inimmaginabile, se era inverno, invece, il suo gelido sedile era una tortura, poco mitigata dai primi pantaloni lunghi di lana. La panchina come luogo di attesa per assaporare la partenza.
Il viaggio verso Ponte Chiasso che, negli occhi di un bambino, era terra di confine, di avventura, di scoperta. E come era piacevolmente ruvido il suo granito che “grattuggiavi” sotto le dita mentre aspettavi! La filovia la vedevi arrivare quando passava il tabacchino, e tutti si alzavano in piedi, poi si saliva su, prima le donne ed i bambini quindi gli altri. E per le donne c’era sempre un posto a sedere. L’avventura era iniziata, già lì avevo modo di incontrare nuove persone, il bigliettaio che conosceva tutti, perché tutti prendevano la filovia, e poi quanti, di Monte Olimpino, andavano a Chiasso per prendere il “pacchetto”, ricordate? (½ kg. di zucchero e di caffè, i dadi, 2 pacchetti di sigarette e il cioccolato svizzero; ambito premio per i bambini buoni, presente in ogni casa). L’Italia di confine e dei piccoli traffici illeciti viaggiava sulla filovia. Vedevo alcuni, nel retro del negozio di papà, che toglievano da sotto la camicia quegli extra pacchetti di sigarette, contrabbandati con la “complicità” di qualche “paspina” e poi fuggivano verso casa con la refurtiva, prendendo la filovia.
Qualcuno osava di più in quel commercio, e aspettava una mamma complice che trasportava una più grande refurtiva nei pannolini dei neonati, che allora si fasciavano con bende e non erano uso e getta. Un breve scambio in silenzio, un’occhiata di intesa che significava “a domani” e via…, mai visto soldi in quegli scambi, chissà come venivano regolate le pendenze pattuite sulla parola? Ma il traffico esisteva anche in senso opposto, vino nelle borracce, prosciutto infilato nelle fodere delle giacche e polli che passavano da balcone a balcone, sui fili per stendere la biancheria, di case di confine troppo vicine per richiedere un passaporto. E poi le grandi auto americane che contrabbandavano la benzina, grazie ai loro serbatoi giganti, a chi, non avendo l’assicurazione, non poteva trarre il vantaggio del risparmio sul pieno oltreconfine. E allora travasi in piccoli garage e, qualche volta, qualche scoppio causato da incauti.
Certo anche contrabbandieri di valuta e di chissà quali altre cosa, ma questo non mi affascinava. Mio padre non ha mai fatto contrabbando e in casa nostra l’aggio del confine lo abbiamo solo vissuto di riflesso. Grazie papà! Questa era la mia Casablanca! Arrivavo in negozio, facevo merenda, poi scappavo nel vecchio piazzale della dogana, allora aperto a tutti, dove con altri bambini rovistavamo tra i carrelli in cerca di qualche esotica traccia o inventandoci viaggi, coi nostri camion fatti di cartoni abbandonati. Nel 1968 infine, il mio papà ha trasferito il suo negozio a Monte Olimpino, io non ho più preso la filovia, che qualche lungimirante burocrate ha poi dismesso, e Ponte Chiasso è rimasto nel mio immaginario come la porta di un un’Europa che da lì a breve avrei cominciato a visitare. La panchina non c’è più, neppure la fermata c’è più.  L’autobus ha sostituito la filovia, il biglietto si fa a terra e non c’è più il bigliettaio, con la sua borsa nera e la scatola dove divideva le monetine e che nessuno si sarebbe sognato di rubare.

MARCO COLZANI da nelquartiere.it

L’ANNO NUOVO

Indovinami, indovino,
tu che leggi nel destino:
l’anno nuovo come sarà?
Bello, brutto o metà e metà?

Trovo stampato nei miei libroni
che avrà di certo quattro stagioni,
dodici mesi, ciascuno al suo posto,
un carnevale e un ferragosto,
e il giorno dopo il lunedì
sarà sempre un martedì.

Di più per ora scritto non trovo
nel destino dell’anno nuovo:
per il resto anche quest’anno
sarà come gli uomini lo faranno.

(Gianni Rodari)

PASSWORD BYE BYE!!!

La prima password della mia vita, di un account Hotmail, fu spiata e scoperta d’estate, da un fidanzato che sentiva l’urgenza di leggere la mia posta. Il fidanzamento finì nelle ore successive, ma prima telefonai in lacrime a mia sorella, a casa per preparare la maturità, e la pregai di cambiare quella maledetta password (non esisteva internet sui telefoni cellulari). Lo fece subito, mettendoci la parolaccia che uso tuttora, quindici anni dopo.
E’ l’unica password che non scorderò mai, per tutte le altre devo continuamente cliccare su “password dimenticata”, aspettare una mail, inventare una nuova password con numeri e maiuscole che dimenticherò nel giro di quattro minuti, oppure devo rispondere a domande di sicurezza come: il nome della tua bisnonna da nubile, che probabilmente avevo scelto io come domanda di cui conoscevo sicuramente la risposta, ma adesso mi manda in totale confusione. Telefono a mia madre: come si chiamava la mia bisnonna da nubile? Lei non se lo ricorda, la accuso di non tenere alla famiglia, litighiamo. Il nome del mio primo gatto? Ma proprio il mio o il primo gatto in assoluto che ho conosciuto? Il mio colore preferito? Non lo so, che domanda idiota.
Ho scoperto da poco il trucco: rispondere a tutte le domande di sicurezza allo stesso modo. Il nome del tuo gatto? Cravatta. Il tuo film preferito? Cravatta. Il tuo primo fidanzato? Cravatta. Ma non basta ricordarsi la parola cravatta, perché le password si moltiplicano a ogni acquisto online, a ogni desiderio, a ogni doverosa registrazione, e bisogna aggiungere numeri, maiuscole, e ogni volta lampeggia un severo avviso sull’insufficiente sicurezza della combinazione scelta.
Ma chi potrà mai scoprire che la mia password di Amazon è annal8enA7, se nemmeno io lo so perché è impossibile ricordarla? Una volta ho creato un file dove mettere tutte le password di qualunque cosa, sentendomi furbissima, ma l’ho messo in una cartella invisibile che richiedeva la password, e per ritrovare questa cartella dovrei ricordare la password, ho provato: cravatta, ma non succede niente.
Adesso c’è una buona notizia, scrive il Wall Street Journal: le password stanno per diventare obsolete, irrilevanti, superate. Moriranno. Google sta lavorando a un nuovo protocollo ancora senza nome che annulla la necessità di ricordarsi la data di nascita del gatto con in maiuscolo la marca dei suoi croccantini preferiti.
Entreremo in tutti i siti, useremo tutti gli abbonamenti, pagheremo i contributi, compreremo libri, vestiti e mutandine di chiffon, nasconderemo i messaggi segreti solo con l’aiuto del nostro telefono (smartphone). Il fatto di possederlo, di avere un numero di telefono assegnato soltanto a noi è già la prova che non siamo impostori, che possiamo leggere la nostra posta elettronica. Invece di una cosa che conserviamo nella testa (la password iniziale, pura, quella che ingenuamente credevamo avremmo usato sempre per tutto, e i suoi diabolici e complicatissimi derivati) useremo una cosa che teniamo sempre in tasca, o in mano, o a cui dormiamo abbracciati: il telefono. Ci arriverà un codice via sms, o su una app., useremo quello, saremo liberi di dimenticare il soprannome del cane dello zio, che è pure insopportabile.
E se ci rubano il telefono, se lo perdiamo, se ci viene sottratto mentre facciamo la doccia? Sarà la fine, e l’unico in grado di salvarci sarà il fratello sopravvissuto della password, il pin.

di Annalena Benini da IL FOGLIO quotidiano

Giovanni 20,1-9 secondo Orazio Sala

La Maria de Magdala la và,
l’era ‘l primm dì de tütt la setimana,
‘nduè gh’è la tumba, e ‘mè la riva là
la veed na roba che ga paar istrana:

quell sassùn gross che gh’era in sü l’entrada
a l’è pü lì; quei vun l’à tira via;
la torna indree e, tüta strabafada,
la và ‘n del Pedar, par fass di ‘me ‘l sia

che ‘n quejghidün l’à purtaa via ‘l Signuur.
Ul Pedar l’era lì cunt un discèpul
e tütt e düü partissan anca luur
cumè saett par na a vedè se diàvul

gh’è capitaa. E quand rivan luur düü
vedan i bind par tera e ‘l lenzurèll
ghe ga quatava ‘l cò, piegà ‘nca lüü
pulitu e metüü lì ‘n d’un cantunscèll.

E alura credan che ‘l Signuu ‘l ghè no
che l’è pü lì, e dunca vann a cà
ma s’inn nammò metüü dent in del cò
che Lüü l’avria duvüü rissüscità,

cumè la Bibia l’eva sèmpar dii,
ma luur l’ann minga nanca mò capii.

Luca 2,1-14 secondo Orazio Sala

L’Augusto Imperaduur l’eva pensaa
de fà pulitu ul cüünt, par nà a vedè
quant’eran i sò sudditi,e l’à faa
un censiment; e i gent navan, a pè,

(quej vun anca a cavall, ma eran puchitt)
a segnass dent induè ch’eran nassüü
oman e donn, vecc e fiöö pinitt
e, se eran ispusaa, al paèes de lüü.

Ul Pepp e la Maria eran de cà
a Nazarètt, che ‘l resta in Galilea,
ma gh’è tucaa partì per fass segnà
sü là a Betlèmm, paees de la Giüdea;

e quest perchè Lüü l’era discendent
a la luntana del re David, ma
sicume che uramai l’era ul mument,
hann quasi gnà faa in temp a rivà là,

che senza pudè dì nè düü nè trii,
in una stala, lì tra un böö e ‘n asnin,
sta pora tusa, Lee l’à parturii:
e inscì a gh’è nassüü ‘l Gesu Bambin.

E la Maria l’à fassaa sü puliit
e pö l’à pugiaa sù su ‘n zicch de fegn
sura la mangiatoia, e cumè siit
a l’era propri miser; ma l’impegn

che meteva ‘l böö e anca l’asnin
in del bufacch adòss par riscaldà
stù rubatèll ammò tant piscinin,
a l’è staa assèe par minga fal gelà.

E luur l’evan cercaa un pustesell
un puu migliur par pudè nà a durmì
ma, cara grazia s’evan truvà quell
perchè l’era tütt pien, ma pien inscì…

Ben, ‘dess che ‘stu Fiöö l’eva nasüü
a sa tratava de fal davè ‘n giir;
ma ‘l Padreternu al ga pensa Lüü:
al ciapa ‘angiarin che ‘l gà lì a tiir

el ga diss: “T’ai vedat quii pastuur
giù lalinsci che ‘l paar che còcan via?
Và giù e dicch che ‘l Cristu Salvatuur
a l’è nassüü; e facch vedè la via

par andà là a truvall!” Queschì l’è naa
‘mè ‘na saèta, e ‘l sa presenta giù
in mezz a questi chì, imbambulaa
davanti a ‘sta gran lüüs, cumè i cucù,

e ‘l diss quell che ‘l deev dì: “Che ‘l fiöö l’è là
sura ‘na rastrelera, dent ni fass…”
el ga fà veed induè che devan nà
intant che altar angiar rivan bass,

e al Padreternu, in cieel, cantavan gloria
e tanta paas in tèra, in tütt i cà
di gent unest, pacifich senza boria
armaa sultant de buna vuluntà.

MUNDRUMPIN GHOST TOWN

Paese mio che stai sulla collina
disteso come un vecchio ‘n po’ acciaccato
la noia, l’abbandono, il niente
son la tua malattia
è meglio se ti lascio e vado via.

Che sarà che sarà che sarà
che sarà della tua vita chi lo sa
l’abbandono o forse il niente
da domani si vedrà
e sarà, sarà quel che sarà.

Motivi per gioire vengon meno
ed esser solidali…lassa stà
peccato, perchè resta
solo la malinconia
e tutto passa, tutto se ne va.

Che sarà che sarà che sarà
che sarà della tua vita chi lo sa
l’abbandono o forse il niente
da domani si vedrà
e sarà, sarà quel che sarà.

Non trovi più persone nel quartiere
ma solo visi tristi ed imbronciati
parlarsi, stare assieme,
non è più grand’allegria
è meglio se ti lascio e vado via.

Che sarà che sarà che sarà
che sarà della tua vita chi lo sa
l’abbandono o forse il niente
da domani si vedrà
e sarà, sarà quel che sarà.
Gli amici miei son quasi tutti via
e gli altri partiranno dopo me
peccato, perché stavo bene
in loro compagnia
e tutto passa, tutto se ne va.

Che sarà che sarà che sarà
che sarà della tua vita chi lo sa
l’abbandono o forse il niente
da domani si vedrà
e sarà, sarà quel che sarà.