Mese: agosto 2018

MONTE OLIMPINO VINCE IL PALIO DEI BORGHI!

Il 20 settembre 1980 il rione di Monte Olimpino si aggiudica per la quarta volta il «Palio dei borghi», la corsa a staffetta che si disputa ormai da nove anni lungo le vie del centro cittadino, organizzata dall’Ardisci e Spera.

Secondo la tradizione, partenza e arrivo sono fissati in piazza del Duomo, dove è presente un folto pubblico ad incitare i cinque rappresentanti di ogni borgo che si cimentano su un percorso di 2.200 metri. Prima del «Palio» si svolgono analoghe competizioni riservate ai ragazzi e alle donne. Tra i ragazzi si afferma il borgo di San Giuliano, mentre in campo femminile si impone la squadra A di Albate.

Netto il successo dei Monteolimpinesi nell’edizione 1980 del «Palio dei borghi»: la squadra schierata da Romano “Tigre” Antonelli  e composta da Lafisca, Zendri, Ricci, Scutti Nicola e Scutti Antonio, fa una corsa  in testa dall’inizio alla fine, contenendo l’ottimo recupero di San Bartolomeo.

Questo l’ordine d’arrivo del «Palio dei borghi» 1980:
1. Monte Olimpino
2. San Bartolomeo
3. Borgovico
4. Lora
5. Prestino
6. Camnago Volta
7. Crocifisso
8. Como Centro
9. Breccia
10. San Giuliano
11. Albate
12. Sagnino
13. Garzola
(tempo del vincitore 31’54″6.)

Sul «Palio» sono iscritti i nomi dei quattro borghi risultati vincitori nelle nove edizioni disputate: 1972 Monte Olimpino; 1973 Monte Olimpino; 1974 Ponte Chiasso; 1975 San Bartolomeo; 1976 Crocifisso; 1977 Monte Olimpino; 1978 San Bartolomeo; 1979 San Bartolomeo; 1980 Monte Olimpino.

Dal 1981 ha inizio la storia del Palio del Baradello. In occasione delle prime edizioni della manifestazione furono quattro i borghi ad organizzare e competere nel palio: quelli di Breccia, di Camerlata, di Rebbio e di Prestino. Nonostante diverse sollecitazioni da parte degli organizzatori, Monte Olimpino non ha mai voluto partecipare. Il loro “Palio delle contrade”, reinventato da Giuliano Marelli al tempo presidente della Polisportiva Lario, i Vintun lo hanno disputato negli effervescenti, per Monte Olimpino, anni tra il 1978 e il 1981.

PERSONAGGI IN DIALETTO I…L…M…N…

INSACANEBIA

Insaccatori di nebbia. Appellativo dialettale degli abitanti di Loppia, frazione di Bellagio dove, evidentemete, la nebbia è di casa. Condiviso anche con gli abitanti del comune di Nibbiola, in provincia di Novara.

LAPAZUCCH

È un vocabolo che i dizionari sbrigano laconicamente con la definizione “scemo”, senza dire nient’altro. Il nomignolo è stato usato sia dall’Ungarelli che dal Testoni, italianizzato in “slapazucchi” e sarebbe uno dei tanti soprannomi dati agli Austriaci dai bolognesi, come scriveva Fulvio Cantoni nel 1923 prendendo spunto dall’opera “I moti del 1820 e del 1821 nelle carte bolognesi”. Slapazócch è diffuso in tutta l’Italia Settentrionale ed è comunemente impiegato come sinonimo di “individuo rozzo e balordo”. Si pensa che il significato non abbia nulla a che fare con le “zucche” ma con i “ciocchi” (nei nostri dialetti sciuch) e perciò “spacca-ciocchi”!

MARGNACCH

Non conosco abitanti di Margno, in Valsassina, ma il significato del nome è buzzurri…Le prime attestazioni di questa parola si hanno nella Firenze dell’Ottocento: qui i buzzurri erano coloro che, d’inverno, giungevano dal Canton Ticino e dal Nord Italia a vendere castagne lesse o bruciate, polenta, mele cotte. Gente povera ma tosta, che veniva da molto lontano a commerciare povera merce, e che quindi non solo non aveva un’alta cultura, ma era anche fuori dalla cultura popolare del luogo in cui, per forza, si ritrovava a vivere durante la stagione fredda.

NAVASCIONA

Si dice di donna sporca, trasandata: deriva da navascia, un contenitore quadrangolare usato nelle campagne per svuotare i pozzi neri e concimare i campi.

La dogana di Ponte Chiasso e il mistero del girello scomparso

di Renzo Romano

Finita la guerra, sopiti i sentimenti di rivalsa, gli abitanti di Ponte Chiasso tornano a vivere senza incubi e paure. Chiasso, al di là della frontiera, appare un vero e proprio “bengodi”.
La benzina costa la metà che a Ponte Chiasso e per questo si vedono in giro motociclisti in sella a moto con serbatoi enormi che vanno e vengono da Chiasso per fare il pieno di carburante da rivendere in Italia.

La nuova pensilina della dogana sta per essere finita. Anche gli svizzeri, per non essere da meno, hanno iniziato a costruirne una nuova. Chiasso pullula di negozi di “coloniali”, dove si vendono sigarette di tutte le marche, caffè, zucchero, cioccolato, dadi di pollo e di manzo. I padroni dei negozi sono tutti ticinesi, i commessi invece tutti italiani. La concorrenza per accaparrarsi i clienti è serrata. A Natale e a Pasqua, per tutti una scatola di cioccolatini e un uovo con sorpresa. Si sviluppa pacificamente un “contrabbando” spicciolo che coinvolge quasi tutte le famiglie di Ponte Chiasso.

È un contrabbando di piccolo cabotaggio che nulla ha in comune con il grande contrabbando lungo la rete di confine dove spalloni e finanzieri si affrontano in una sfida all’ultima bricolla tra avventurose fughe nei boschi, inseguimenti, tentativi di corruzione.

Per entrare in Svizzera e portare in Italia il pacchetto con il consentito gli abitanti di Ponte Chiasso hanno la “tessera” e il “cartellino”. La prima è un documento di identità, il secondo un cartoncino sul quale sono stampati trentuno numeri ognuno dei quali corrisponde a un giorno del mese. Si possono portare da Chiasso solo tre cose in quantità ben definite: un pacchetto di sigarette con un etto di caffè e due tavolette di cioccolato, o, se si preferisce lo zucchero, si deve eliminare le sigarette o il caffè. Arrivando da Chiasso si attraversa indisturbati la dogana svizzera, si entra in quella italiana e qui ci si accoda davanti a un lungo bancone dietro il quale ci sono i commessi e le visitatrici. I commessi hanno il compito di verificare che nessuno porti in Italia più di tre generi nelle quantità ammesse. Con una specie di pinza simile a quella dei bigliettai delle filovie, “forano” il cartellino sul numero del giorno corrispondente.

Passato il controllo del commesso ecco davanti alla porta d’uscita della dogana l’ispettore. Scruta i passanti, sceglie la vittima tra coloro che hanno un atteggiamento sospetto. «Ha altro da dichiarare?» è la domanda di rito alla quale quasi sempre segue l’invito perentorio ad andare in “visita”. Se donna con una visitatrice, se uomo con un commesso. Il malcapitato segue il commesso in uno stanzino dietro il bancone, e qui viene “palpato” alla ricerca di merce nascosta nelle calze, nelle scarpe, perfino nelle mutande.
Ci sono commessi “carogna” a cui non scappa neppure un dado e ci sono commessi “buoni” come un napoletano, sempre gentile, che qualche volta non buca neppure il cartellino.

Un giorno, uscendo da Chiasso con la solita bottiglia di birra scura per mio padre acquistata dal “Mascetti” , vedo che tutti i pedoni sono costretti a passare, uno per volta, attraverso un “girello” come quello che c’è alla stazione di Milano. Ad ogni passaggio si accende una luce. Se è “verde” il fortunato può andarsene indenne, se “rossa” il poveretto viene mandato in visita. Il motivo della improvvisa comparsa del “girello” con le luci colorate, mi ha spiegato il mio amico Gerardo, il cui padre è un importante dirigente della dogana, era dovuto a una disposizione giunta da Roma in cui si invitavano gli ispettori a scegliere chi mandare in vista non in base a sospetti, ma in modo del tutto casuale, democratico.

Il girello era ritenuto il mezzo ideale per soddisfare il nobile anelito di democrazia. Ma, così come improvvisamente era comparso, dopo pochi giorni il girello scompare… Ancora una volta è Gerardo a spiegarmi il motivo. Era avvenuto che la luce rossa del girello si fosse accesa in occasione del passaggio della consorte di un altissimo funzionario ministeriale della dogana in missione a Como con conseguenti vibranti proteste quali: «Lei non sa di chi sono moglie io!» rivolte a un inebetito e incolpevole ispettore. Il fatto è che il girello è sparito dalla dogana con grande sollievo degli ispettori che adesso possono mandare in visita tutti quelli il cui comportamento appaia sospetto.