Mese: marzo 2015

LA FILOVIA

C’è stato un tempo nel quale una semplice panchina era il capolinea di un viaggio. Andavo con la mia mamma a Ponte Chiasso, nel negozio di alimentari di papà! Mentre aspettavamo la filovia, se era estate, la panchina ne era la sua manifesta rappresentazione. Su quelle gambette da merlo che spuntavano dai pantaloncini corti, il sole accumulato durante il giorno, sembrava rilasciare la potenza di un fuoco inimmaginabile, se era inverno, invece, il suo gelido sedile era una tortura, poco mitigata dai primi pantaloni lunghi di lana. La panchina come luogo di attesa per assaporare la partenza.
Il viaggio verso Ponte Chiasso che, negli occhi di un bambino, era terra di confine, di avventura, di scoperta. E come era piacevolmente ruvido il suo granito che “grattuggiavi” sotto le dita mentre aspettavi! La filovia la vedevi arrivare quando passava il tabacchino, e tutti si alzavano in piedi, poi si saliva su, prima le donne ed i bambini quindi gli altri. E per le donne c’era sempre un posto a sedere. L’avventura era iniziata, già lì avevo modo di incontrare nuove persone, il bigliettaio che conosceva tutti, perché tutti prendevano la filovia, e poi quanti, di Monte Olimpino, andavano a Chiasso per prendere il “pacchetto”, ricordate? (½ kg. di zucchero e di caffè, i dadi, 2 pacchetti di sigarette e il cioccolato svizzero; ambito premio per i bambini buoni, presente in ogni casa). L’Italia di confine e dei piccoli traffici illeciti viaggiava sulla filovia. Vedevo alcuni, nel retro del negozio di papà, che toglievano da sotto la camicia quegli extra pacchetti di sigarette, contrabbandati con la “complicità” di qualche “paspina” e poi fuggivano verso casa con la refurtiva, prendendo la filovia.
Qualcuno osava di più in quel commercio, e aspettava una mamma complice che trasportava una più grande refurtiva nei pannolini dei neonati, che allora si fasciavano con bende e non erano uso e getta. Un breve scambio in silenzio, un’occhiata di intesa che significava “a domani” e via…, mai visto soldi in quegli scambi, chissà come venivano regolate le pendenze pattuite sulla parola? Ma il traffico esisteva anche in senso opposto, vino nelle borracce, prosciutto infilato nelle fodere delle giacche e polli che passavano da balcone a balcone, sui fili per stendere la biancheria, di case di confine troppo vicine per richiedere un passaporto. E poi le grandi auto americane che contrabbandavano la benzina, grazie ai loro serbatoi giganti, a chi, non avendo l’assicurazione, non poteva trarre il vantaggio del risparmio sul pieno oltreconfine. E allora travasi in piccoli garage e, qualche volta, qualche scoppio causato da incauti.
Certo anche contrabbandieri di valuta e di chissà quali altre cosa, ma questo non mi affascinava. Mio padre non ha mai fatto contrabbando e in casa nostra l’aggio del confine lo abbiamo solo vissuto di riflesso. Grazie papà! Questa era la mia Casablanca! Arrivavo in negozio, facevo merenda, poi scappavo nel vecchio piazzale della dogana, allora aperto a tutti, dove con altri bambini rovistavamo tra i carrelli in cerca di qualche esotica traccia o inventandoci viaggi, coi nostri camion fatti di cartoni abbandonati. Nel 1968 infine, il mio papà ha trasferito il suo negozio a Monte Olimpino, io non ho più preso la filovia, che qualche lungimirante burocrate ha poi dismesso, e Ponte Chiasso è rimasto nel mio immaginario come la porta di un un’Europa che da lì a breve avrei cominciato a visitare. La panchina non c’è più, neppure la fermata c’è più.  L’autobus ha sostituito la filovia, il biglietto si fa a terra e non c’è più il bigliettaio, con la sua borsa nera e la scatola dove divideva le monetine e che nessuno si sarebbe sognato di rubare.

MARCO COLZANI da nelquartiere.it

ACCUMULATORI CRONICI…BASTA!


Avete mai provato a contare gli oggetti presenti in casa vostra? Quanti pensate siano? Un migliaio, duemila, di più? Bè, ecco qualche cifra: in un appartamento medio, tre locali e mezzo – è stato calcolato in un recente studio pubblicato in Inghilterra -, si possono contare sino a 2260 oggetti, solo standosene in piedi e guardandosi intorno. Non approfondiamo quanti di questi siano utilizzati davvero o neanche toccati, passiamo oltre.
E ora spalancate armadi e cassetti. Apriti cielo! Una valanga di cose ci investe. Abiti, libri, penne, chincaglieria, cd, cianfrusaglie, accessori, gioielli ormai out. Per non parlare della cucina: quanto è che non utilizzate più quella pentola? E quei piatti strani, comperati apposta per quando cucinate la tal pietanza e avete i tali ospiti? Certo, c’è chi vive benissimo nel caos, in una casa zeppa di cose da neanche starci dentro. Ma diamo un’occhiata tra le cose distribuite tra cantina, soffitta, garage o in quell’armadio da sempre chiuso a chiave: nove volte su dieci ci sono scatoloni su scatoloni, casse, attrezzi e un’infinità di altre carabattole buttate alla rinfusa.
Se poi sei uno di quelli che non buttano via niente che “tutto può sempre venir buono, non si sa mai”, la situazione si complica. Niente e nessuno riuscirà mai a convincere un accumulatore cronico che tutta quella roba è inutile, che lo è sempre stata, che tanto vale portarla alla discarica o regalarla, che quando si hanno troppe cose in giro è come non avere nulla…
Parole al vento. Continuerà a conservare e ammucchiare… finchè un brutto giorno qualcuno deciderà di buttare tutto in cortile di fronte alla finestra di casa mia!

COMPERARE GIOCATTOLI?

Dopo lo stupendo dono di essere diventato nuovamente nonno, mi sono messo a curiosare qua e là fra le numerose proposte di giochi all’aperto che il tempo primaverile favorisce; mi sono imbattuto in tante scatolette di plastica a tinte verdi, per trasformare i ragazzini in provetti giardinieri che si lanciano nella coltivazioni di questo o quel fiore, o in esperti entomologhi che con pinze, lenti e vasi catturano questo o quell’insetto.
Ben vengano, sempre meglio che un  giochino elettronico appena uscito sul mercato che si gioca soli soletti e tappati in casa quando fuori splende il sole. Ma, mi chiedo se in realtà, con un po’ di fantasia, non si possa benissimo sostituire e l’effetto che fa (sul bambino) è esattamente il medesimo. Anzi, fare da sè conferisce all’attività scelta un tocco di artigianalità che contribuisce a far passare il messaggio: ingegnati, trova tu la strada per immedesimarti in questo o quel ruolo. Guardati attorno e poi crea, costruisci, ricicla, ritaglia, incolla, martella…
Ne sono certo: madre natura dispone del miglior negozio di giocattoli. Basta prendere per mano la nipotina, uscire di casa, farsi magari una bella e ossigenante passeggiata, osservare quello che si vede lungo i sentieri, portandosi un comodo e capiente zainetto per infilarci dentro tutto quanto suggerisce qualcosa da trasformare una volta rientrati a casa. Un ramo, una radice, un sasso, una conchiglia, una pigna, fiori da seccare… Tanti spunti per fare, per usare mani e anche testa.
Certo, aprire un bel pacco dal fantastico ed evocativo design è più semplice e veloce. Dentro si trovano anche tutte le ineccepibili istruzioni del caso. Ma vuoi mettere due passi in un bosco? O lungo la spiaggia? Non è forse il miglior shopping? Attivi e liberi. Liberi di creare.