Mese: maggio 2013

Troppe ricorrenze nei calendari!

Aiuto, mi si è ristretto il calendario!
A colpi di giornate nazionali, internazionali, mondiali o comunque speciali i Santi hanno dovuto sloggiare per lasciare posto a date e ricorrenze di ogni tipo. Forse, però, ci si è lasciati prendere un po’ troppo la mano, visto che il 21% dei giorni disponibili in un anno se li è già accaparrati l’Onu e – aggiungendo le ricorrenze istituite e promosse dall’Unesco – si arriva ad un totale monstre di 187! Come dire che metà degli appuntamenti quotidiani è già occupato per la sensibilizzazione nei confronti di “qualcosa” di interesse internazionale.
Se poi si aggiungono le giornate nazionale, quelle comunque speciali perchè indette da Ong, associazioni e fondazioni varie il totale supera le 400 ricorrenze. Più dei giorni a disposizione, al punto che sullo stesso foglietto del calendario capita che due giornate speciali siano costrette alla coabitazione. E a volte con effetti controproducenti, se non esilaranti.
Il 15 aprile, ad esempio, è il “giorno del silenzio”, ma anche quello del “dialogo”. Peccato che non sia anche quello dei sordi (28 settembre), così il circolo era chiuso. Insomma, l’inflazione di appuntamenti è tale che ora la stessa Unesco ha intenzione di chiedere una “moratoria”, contingentarne il numero. Anche perchè, se tutte le giornate dell’anno sono “speciali”, finisce che nessuna alla fine lo è.
Non solo. Gli appuntamenti con la sensibilizzazione, la commemorazione o il ricordo cominciano ad essere sovraffollati non solo per i giorni, ma anche per gli anni. Anni “speciali” naturalmente. Così è già capitato, come nel 2008, che la stessa annata fosse dedicata contemporanemante a tre diversi eventi internazionali: l’anno della patata, quello dell’igiene e delle lingue. E anche questo 2013 è già sold out, visto che oltre ad essere anno internazionale della cooperazione nel settore idrico, l’Onu ha visto bene di dedicarlo anche alla pianta “quinoa”, un cereale originario delle Ande. Ci sarà sicuramente una nobile intenzione, ma non ci si chiede neanche più quale possa essere.
E l’effetto è moltiplicatore, perché non c’è organizzazione internazionale o Sato sovrano che rinunci, ogni anno, a varare qualche giornata speciale ad hoc. E persino il Vaticano si dimostra prolifico in materia, sponsorizzando per esempio la giornata mondiale delle vocazioni, ma anche quella dei cresimandi e cresimati, la giornata mondiale delle Confraternite e della Pietà popolare, quella mondiale della gioventù – che Papa Francesco estenderà in Brasile dal 22 al 28 luglio.
Il guaio, però, come dicevamo, è che a furia di segnare qualcosa tutti i giorni sul calendario, alla fine non lo noti neanche più. Diventano giornate mitridatizzato: il “veleno” non gli fa più nessuno effetto. Soprattutto se certe ricorrenze sfiorano il ridicolo. Passi, ad esempio, che la categoria professionale degli ingegneri si sia ritagliata la sua giornata con l’Engineer’s Day del 15 settembre, ed è forse giusto che l’arte figlia di un dio minore, la poesia, abbia la sua ricorrenza mondiale il 21 marzo, ma perchè deve dividersela con la giornata mondiale della sindrome Down? E soprattutto, giornate così, “valgono” come il 4 maggio dedicato alla saga di Guerre Stellari o il primo novembre (tra l’altro già ad appannaggio di Ognissanti) votato ai vegani di tutto il mondo? E le bizzarrie sembrano internimabili, visto che c’è la giornata degli Ufo, del gatto, dell’aquilone, il Malala day e il giorno dell’amicizia del 5 agosto.
E in un crescendo di “giornate speciali” passano completamente inosservate delle date che richiederebbero sì la sensibilizzazione generale. Il 6 febbraio, ad esempio, è la giornata internazionale contro l’infibulazione, la mutilazione genitale femminile. Ma se lo son scordata tutti.

EZIO ROCCHI BALBI

IL SOGNO AMERICANO

Chi indossa jeans e t-shirt, ascolta R & B, chi fissa un puntello e poi ordina una pizza XXL, non è ancora per questo un Americano.
Ma ai nostri giorni non si può fare astrazione dello stile di vita Usa e dell’inglese.
Questa non è una novità né una cosa grave: nell’antichità i Greci e i Romani dettavano la moda in tutto il bacino mediterraneo. Il latino è stato a lungo la lingua della Chiesa e della scienza. Il fasto di Versaille del re sole era il modello della società di corte del XVIII secolo e raggiunse addirittura San Pietroburgo.
Con internet e con la globalizzazione dell’economia, l’influsso angloamericano si è rafforzato sulla nostra lingua e sul nostro stile di vita. Nel linguaggio pubblicitario, le competenze e le conoscenze si sono così presto trasformate in skills. Hamburger e altre forme di fast food hanno fatto concorrenza ai classici panini e alle salsicce. Da parte mia ho sempre ammirato la caparbietà francese di imporre la lingua ai propri concittadini. In Francia, ad esempio, non puoi aprire un negozio ed esporre un’insegna solo in lingua straniera, cosa che in Italia è prassi (pensiamo alle insegne in lingua anglofona). Ma anche nel linguaggio comune. Se esiste un termine italiano per esprimere un concetto, perché utilizzare il corrispondente termine anglosassone? Lo vediamo in molte locuzioni, perlopiù derivate dal linguaggio del marketing: “target” invece di “obiettivo”, “Restaurant” invece di “Ristorante”…
L’inglese è lingua universale. “Fa figo” utilizzarla, come un tempo lo era il latino.
Forse è per questo che amo tanto esprimermi in “cumasch”?