Festività nel magico bilancio di fine anno

Se quello che vado a scrivere è un bilancio lo deciderà il lettore alla fine di queste righe. Di un paio di cose però mi pare assolutamente corretto dare avvertenza: bilanci, in senso lato e anche figurato, in vita mia ne ho fatti ben pochi e avendone persa la memoria non ne ricordo il risultato. Se mai altri li hanno fatti, in vece mia e senza il mio permesso. Confesso che sarei curioso di conoscerne il risultato, sarebbe come guardarsi con occhi altrui, fare i conti nelle tasche d’altri e vedere in fondo, come cantava Enzo Jannacci, l’effetto che fa, o faccio. La secondo cosa è che questa specie di bilancio è fatto sotto le stelle, lo sguardo rivolto alla cupola limpida del firmamento tirata a lucido dal vento, permettendo così all’osservatore un raro incanto, compreso quello di immaginare, tra i corridoi stellari, quale sarà quello che anche quest’anno Babbo Natale imboccherà per portare i suoi regali. A meno che, e mi auguro che non sia così, il babbo abbia deciso di tagliar fuori, a mò di monito e solo per questa volta, questo mio paese tribolato che sembra impegnato a far sorridere di sé ovunque, perfino nell’alto dei cieli. Paese che corteggia l’operetta, il vaudeville, l’avanspettacolo. E che, per chi lo ama come me, reca dolore poiché non è pensabile che in sé non abbia più le forze, le capacità di ritornare pari fra i pari.

Bando alle tristezze però, sono, questi, pensieri vagabondi che nascono così, sotto le stelle, sotto quel firmamento che mi incantò già da bambino e che continua nonostante tutto. Certo, ora sembra che mi stia avviando verso un ragionamento di bilancio ma lascio subito la strada. Se sono uscito nonostante il freddo per rimirare il cielo stellato non è certo per rimasticare notizie di telegiornale sin troppo udite. Voglio piuttosto rinnovare la mia personale favoletta, sciogliere l’annuale dubbio. No, sia ben chiaro, circa l’esistenza di Babbo Natale. Piuttosto quello sulla strada che imboccherà quest’anno per evitare impatti con le stelle o rallentamenti piombando nelle polveri celesti che, lassù, sono altrettanto fastidiose delle nostrane nebbie. A un certo punto, scorgendo la scia intermittente di un aereo, mi sembra di intuire un tracciato sicuro, via senza impedimenti lungo la quale il Babbo potrà venire anche quest’anno a visitare la mia casa. Si pensi pure che la mia ingenuità abbia una qualche parentela con la follia ma l’entusiasmo della scoperta mi porta a darne comunicazione in famiglia, specie a mio figlio che, per lunghi anni, approfittando della sua innocenza, ho illuso con la favoletta. C’era sere in cui, sotto Natale,lo chiamavo ad alta voce per dirgli di aver appena scorto una luce, rapida e intensa, passare sopra la nostra casa: erano le avanguardie del Babbo mandate in avanscoperta per esplorare il territorio e definire le varie tappe del viaggio della notte magica. Avvicinandosi la data invece compilavo messaggi con inchiostro rosso e verde che appiccicavo alla porta di casa suonando nel contempo il campanello: va detto che tutto ciò mi riusciva, senza che venissi scoperto, grazie a un gran gesto d’atleta col quale uscivo e poi rientravo dalla finestra del mio studio di allora. Oggi non ne sarei capace nemmeno se avessi in corpo la ridicola agilità dei Babbi Finti che un po’ dappertutto si arrampicano su muri e balconcini. Descrivo come ulteriore incanto, ancora fresco nella memoria, l’occhio sgranato del giovanotto alle prese con le prime parole scritte della sua vita. E per finire cito il frusto, ma sempre valido, espediente delle impronte lasciate sul pavimento di casa dalla visita notturna del Babbo.

Non mi fu facile rinunciare a questi rituali. Dovetti farlo però. Ma solo nella pratica. Nella teoria li frequento ancora, sennò non mi troverei qui, sotto la volta celeste a individuare il sentiero di Babbo Natale, a cercare di capire cosa significa fare un bilancio e nel contempo a chiamare mio figlio per mostrargli la mia scoperta. Il quale, nel frattempo, si è fatto grandicello, è uscito dal bozzolo della credulità, suona la musica della sua generazione e sbaglia di tanto in tanto gli accenti sulle parole greche. Babbo Natale è diventato solo un’icona natalizia, ma per intanto, solo per adesso. Mio figlio è ancora nell’età dell’onnipotenza. Confessiamolo, l’abbiamo vissuta tutti. Per quanto mi riguarda era l’età del tempo che non passava mai, non c’era altro obiettivo da raggiungere se non diventare grandi, conquistare i pantaloni lunghi oppure fumare liberamente senza ruffiani senza tempo ne andassero a riferire a casa. Un esecrabile, allora, stagione di lentezza alla quale adesso torniamo sempre più spesso. Mi piace che mio figlio, al mio richiamo per vedere la strada che percorrerà Babbo Natale fra una settimana, mi lanci uno sguardo stupito, indeciso tra il pensare se lo stia prendendo in giro oppure se creda veramente a ciò che dico. Mi piace perché così facendo so di sentirmi vivo. Non solo, intuisco anche che viviamo, o vivo, dentro un girotondo. Io che mi avvio a ritornare bambino, mio figlio che si avvia a diventare grande. Toccherà a lui poi, con tutto comodo e a tempo debito, scrutare i sentieri del cielo e raccontare le favole che si ripetono uguali. Bilancio in pari, direi, osando. Quindi, stando così, vuol dire che nell’anno che mi sta alle spalle ho fatto abbastanza il bravo e non dovrei aver problemi a ricevere il regali che, con apposita letterina, ho chiesto a Babbo Natale.

Andrea Vitali  da “Il caffè”

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