Mese: luglio 2009

17 LUGLIO 1969

Tra i documenti che mi è capitato di vedere in occasione della rievocazione del 40° anniversario della discesa dell’uomo sulla Luna, quello più toccante è certamente il necrologio ritrovato negli Archivi Nazionali di Washington, D.C. .

Il comunicato stampa, datato 18 luglio 1969, è redatto in modo che il presidente Nixon potesse leggerlo in diretta TV, nel caso in cui gli astronauti della missione Apollo 11 fossero deceduti durante la loro missione sulla Luna.

Leggere questo brano di storia ci riporta alla mente la grandezza della loro missione e quante incertezze e pericoli abbiano dovuto affrontare questi primi tre uomini nella loro storica impresa.

«Il destino ha voluto che gli uomini che sono andati sulla Luna per esplorarla in pace, rimarranno sulla Luna per riposare in pace. Questi uomini impavidi, Neil Armstrong ed Edwin Aldrin, sanno che non c’è speranza per il loro recupero. Ma sanno che c’è speranza per l’umanità nel loro sacrificio. Questi due uomini stanno donando le loro vite per l’obiettivo più nobile dell’umanità: la ricerca della verità e della conoscenza. Si addoloreranno le loro famiglie ed i loro amici; si addolorerà la loro nazione; si addolorerà tutta la gente del mondo; si addolorerà la Madre Terra per avere mandato due dei suoi figli verso l’ignoto. Nella loro esplorazione, hanno unito le popolazioni del mondo come se fosse una; nel loro sacrificio, hanno legato ancora più strettamente la fratellanza tra gli uomini. Nei giorni antichi, gli uomini hanno guardato le stelle ed hanno visto i loro eroi nelle costellazioni. Oggi, noi facciamo lo stesso, ma i nostri eroi sono uomini in carne e ossa. Altri seguiranno e certamente troveranno la loro via di casa. La ricerca dell’Uomo non verrà negata. Ma questi uomini erano i primi, e i primi resteranno nei nostri cuori. Ogni uomo che guarderà la Luna nella notte, saprà che c’è da qualche parte un piccolo angolo che sarà per sempre l’umanità.»

Nella banda del mio paese

Io fui trombone. Nella banda del mio paese. Lo fui per poco. Giusto il tempo necessario e sufficiente per capire che non avevo nessun orecchio musicale e che sarebbe stato meglio cedere strumento e divisa ad altri. Come in effetti accadde. Ma quel tempo che mi servì a comprendere come fossi inetto con lo strumento in mano fu altrettanto necessario e sufficiente a insegnarmi una cosa: la banda è un cosmo, o microcosmo se vogliamo, autarchico.
Avevo quattordici anni allora, età di belle speranze. Uscivo poco di casa, la sera, quasi niente. Iscrivermi al corso per aspiranti musicanti fu il viatico che mi permise di violare il buio della notte, due volte la settimana. Garantiti dal fatto che non me ne andavo a zonzo ma incontro a uno scopo ben preciso, i genitori non ebbero obiezioni. Fu il destino che in sorte mi assegnò il trombone, forse alludendo? Non so. Ma giuro che se mi toccasse di rinascere chiederei che mi venisse assegnato un cognome che inizi con la “a”. Poiché la distribuzione degli strumenti procedette per ordine alfabetico e i primi, fortunati, fecero incetta di clarini e cornette. A me, paria dell’alfabeto, toccò il trombone.
Fu un bene. Lo dico adesso, a ragion veduta, divinando in quel caso una precisa lezione di vita. Poiché, mi fosse capitata tra le mani una cornetta o altro strumento solista, la mia inettitudine, chiara sin dalle prime prove sul campo, mi avrebbe tolto la possibilità di vivere, almeno per un po’, il mondo della banda. E invece, col trombone in mano, compresi che si può campare anche alle spalle altrui. In altre parole, non volendo cedere di fronte all’evidenza quando, passata la stagione dei solfeggi e iniziata quella delle prove comuni, fu evidente che non mi riusciva di stare al passo insieme agli altri, cominciai a fingere. Gli altri strumenti di accompagnamento suonavano seguendo il ritmo, io mi adeguavo gonfiando gote, schiacciando tasti ma senza che dalla bocca del mio trombone uscisse una sola nota.
Perché ?, si chiederà. Mi si abbuoni, prima della risposta, il beneficio dell’età. Di quell’età lontana in cui ai miei occhi tutto il mondo era paese, era il paese. Un universo ancora da scoprire, un micro mondo complicato come il mondo grande e per entrare nel quale serviva una specie di invito. Ecco cosa fu la banda, l’invito a entrare nel tessuto del paese. Per cui, stando così le cose, mi si perdonerà il trucchetto di bassa furbizia cui ricorsi pur di non perdere l’esordio in pubblico con tanto di divisa tagliata su misura. Fu come sedere in prima fila al cinema l’esordio, che coincise con la processione del Corpus Domini. E che svelò ai miei occhi un altro corpo, più materiale, ma vivo, palpitante, fatto di contrade, portoni, antri, umidità, chiazze, profumi e puzze, nasi, orecchie a sventola, aliti vinosi, cieli stellati, parole dialettali, negozi, porfidi e silenzi. Andavo componendo, senza saperlo, il mio vocabolario. Fieno in cascina, insomma. Mettevo a punto il tiro del mio futuro, fingendo di suonare.
Non so se gli altri soci musicanti si siano mai accorti della mia finzione. Se no, ne andrebbe del prestigio del loro orecchio (alcuni sono ancora in attività). Se sì, invece, il fatto torna a loro onore e gloria, nessuna madre infatti disprezza i propri figli, per quanto brutti. Circa la mia carriera, finì di lì a breve. Per qualche mese ancora portai a spasso il mio trombone. Poi evidentemente la musa del pentagramma mi spinse alla confessione. Consegnai lo strumento, dopo averlo lucidato un’ultima volta col Sidol, e anche la divisa su misura. Che, con piccolissimi aggiustamenti, andò a vestire, absit iniuria verbis, un trombone vero.

Andrea Vitali da “Il caffè”