Mese: Aprile 2011

DIGITO ERGO SUM

Il vizio di controllare mail mentre si parla con qualcuno. E c’è chi non rinuncia neanche durante un appuntamento Il segnale, perfino a un appuntamento ricco di atmosfera e aspettative, si specchia nello sguardo. È quando gli occhi di lui o di lei (a piacere) sembrano prima perdersi nell’ombra per poi scivolare in basso verso mani che si muovono nervosamente. Un gesto pudico? La premessa d’una confessione scomoda? No, soltanto l’ennesimo messaggio della giornata, digitato da polpastrelli ormai roventi. Perché lo charme va bene, ma allo smartphone non si comanda.
Ormai non c’è orario, situazione, confine che, salvo poche eccezioni, possa considerarsi zona franca. In società non si sta più a mani vuote: a un certo punto anche nei momenti più privati compare quell’aggeggio metallico, sottile, luminoso e multifunzionale che ha cambiato il nostro stile di vita e semplificato la comunicazione. Ma che ha pure spersonalizzato i rapporti e soprattutto generato una nuova, inebriante maleducazione. Parliamo regolarmente con figli, fidanzate, amici, colleghi, cui mentre cerchiamo anacronisticamente di trasmettere a parole (e magari con qualche gesto) l’entusiasmo per una vacanza, un film, un gol da cineteca, al massimo annuiscono con illuminato distacco senza però smettere di ticchettare il loro telefonino computerizzato.
Il nostro sconforto comincia proprio dalla convinzione che se gli raccontassimo le stesse cose, ma attraverso l’invasiva tecnologia, ci riserverebbero un altro tipo di attenzione oltre a risposte esplicite in quanto scritte. Anche il New York Times ha osservato come questa tecno-maleducazione a portata di polpastrelli si sia ormai radicata diventando stile di vita consolidato e condiviso. A un recente convegno di varia sociologia, quindi con platea presumibilmente intellettuale, qualcuno ha puntato il dito (libero per l’occasione da smart-contatti) contro gli evidenti eccessi e il pericolo d’una disumanizzazione nei rapporti interpersonali. Risultato, le molte mani che hanno applaudito freneticamente, pochi secondi dopo stringevano in modo compulsivo varie tipologie di tablet e smartphone attraverso i quali inviare sms o email magari a colleghi seduti una fila avanti. Il fatto che non ci sia cena o qualsiasi tipo di appuntamento sociale o professionale dove le parole siano circondate da un dilagare di smanettamenti forsennati su Facebook, Twitter, Skype, eBay e varia antologia di applicazioni, conferma un fenomeno di suprema contemporaneità e di splendido glamour.
Ma c’entra pure la comodità. Avere qualcosa in mano su cui concentrarsi è una straordinaria chance non soltanto per vincere imbarazzi classici tipo in ascensore o in treno anche se ormai nessuno si sogna più d’attaccare discorso su ritardi, destinazioni, meteo o tantomeno raccontare barzellette. In qualsiasi situazione mortalmente noiosa e ansiogena un display può servire da prezioso tonico: chi anche a tavola lo azzarda per primo semina presto proselitismo.
C’è poi una ragione di fondo sulla continua espansione di questo popolo digitante, soprattutto fra i giovani: comunicare con qualche pensierino scritto evita faticosi confronti e conversazioni dal vivo, densi di trabocchetti per chi ama nascondere le proprie insicurezze. In ogni caso proprio a New York alcuni integralisti digitanti (forse sottoposti a parziale disintossicazione) trovano molto chic, nelle case dove sono invitati, spegnere platealmente il loro smartphone. Quasi come dire: “È stata dura, ma almeno un po’, ne stiamo uscendo.”

Gianluigi Paracchini

Ombrellone… Spiaggia… E… Computer

Che i telefoni cellulari abbiano un ruolo di protagonisti tra sdraio e ombrelloni è abbastanza noto a tutti, anche a chi per vari motivi non trascorre le vacanze al mare. La miriade di suonerie supera spesso il clamore delle voci e il rumore della risacca: anche questo è un segno del nostro tempo, o meglio delle nostre dipendenze.
Quest’anno però all’immancabile telefonino si è aggiunta una presenza in crescita: il computer portatile. Sempre più frequente tra le file di ombrelloni, trova il suo naturale posizionamento sulle gambe di persone che si presuppone indaffaratissime e che, a fine vacanza, avranno un’abbronzatura particolare: due larghe porzioni bianche sulle cosce, giusto delle dimensioni della base del computer.
Forse una nuova tipologia connessa alla professione, che si affianca alla ben nota “abbronzatura da muratore”, quella con il segno della canottiera tanto per capirci. Per i vicini d’ombrellone del vacanziere con portatile al seguito, la tentazione di allungare collo e vista è spesso irrefrenabile. C’è però la fregatura dello schermo che, per la sua conformazione, consente la lettura solo da un’angolazione precisa e quindi lascia insoddisfatti i vicini curiosi. Poi però, tra una parola e l’altra, si consolida un po’ di confidenza e allora si viene a sapere che il signore con il computer sulle gambe approfitta della vacanza in spiaggia per mettere un po’ d’ordine nella contabilità della sua “aziendina”, per scrivere delle lettere, per verificare movimenti di magazzino e mille altre cose.
Mentre i figli guadagnano la boa e invocano a gran voce la presenza del padre, lui fa cenno di aspettare perché deve finire ancora un paio di fogli del pdf. E che dire di quella signora che è riuscita a lavorare sdraiata con la schiena al sole per tre ore di seguito, mentre il portatile era protetto da un ombrello, quello da pioggia pieghevole? A sentire le motivazioni di chi armeggia sui microtasti e la pallina del mouse, lavorare in spiaggia durante i giorni di vacanza consente di “guadagnare tempo”, di svolgere attività per le quali “in genere manca il tempo”, oppure per sistemare varie faccende e “avere più tempo per lavorare quando si rientra dalle vacanze”.
Il computerino da spiaggia si trasforma così in una sorta di appendice che ci aiuta a non staccare con la realtà di tutti i giorni e in pratica ci fa sentire sempre attivi, sempre produttivi. Ma a quale prezzo?
Senza dubbio sul piano psicologico e fisico qualcosa costa: ognuno la paga in relazione alla sua fisiologia o alle sue nevrosi. Poi c’è il piano pratico. Per fare il bagno il proprietario del portatile deve essere certo che la moglie non si allontani dall’ombrellone; inoltre non va solo custodito con attenzione, ma va anche protetto dai bambini di corsa, dalle pallonate, dalla sabbia, dalla lattina che si ribalta, ecc. ecc. E poi c’è l’accumulatore che non tiene la carica quanto dovrebbe e i dati da scaricare su cd alla sera.
Insomma una fabbrica di stress. E dire che fino a una decina di anni fa ci si lamentava per la radiolina a tutto volume…

Massimo Centini