Redazionale

Gu minga idea su chi vutà!

Domani, qui nella nostra città, si vota per eleggere il nuovo sindaco e proprio “gu minga idea su chi vutà” ! E ci sono ben 7 candidati sindaco!
Il mio amico Aurelio, giovane imprenditore che lotta con le unghie e con i denti per non affogare, ha partecipato all’incontro-fiume dei 7 candidati con i cittadini… Io non vi ho partecipato… ma ciò che mi ha scritto Aurelio rispecchia in pieno il mio pensiero…

…visti i 7 candidati, alla memoria mi è ritornato un testo, di Pirandello e parafrasando e modificando la sua opera: i 7 candidati in cerca di voti, mi è sembrato un buon titolo per la grande recita di questa sera, ma non c’è stata nessuna scissione tra loro e noi, che stavamo a guardarli, nessuno è venuto tra il pubblico a parlare con la gente, naturalmente, tempo non ce ne era e non era neanche l’occasione per una cosa del genere; difficile scegliere tra di loro, tutti hanno a cuore il bene di tutti e a ogni domanda, se pur con qualche variante, davano più o meno tutti la stessa risposta, il bene del cittadino.
Poco prima delle votazioni, si sa, è la prima cosa, e sono anche dei messia nel risolvere i problemi più urgenti nella nostra comunità; si potevano però giudicare dal modo con cui rispondevano alle questioni e nel minor tempo possibile. Una cosa però l’ho vista: la maggior parte di loro, se non tutti, hanno creato gruppi, con i loro candidati, dividendo tutto e tutti dal resto; in questi incontri pubblici, hanno i loro sostenitori e non c’è spazio per chicchessia, non ci sono saluti, non ci sono parole, sicuramente il clima che c’era è stato di una gran rabbia latente, sotto pelle, cercando più di schernire e farsi gioco del candidato rivale, che far valere le proprie idee; come possono parlare di unire le forze per uscire da questi tempi bui, se poi sono i loro stessi partiti, la loro stessa campagna elettorale e loro stessi, a dividere la gente?
Forse siamo noi i colpevoli a stargli dietro?
Risposte non ne ho, di certo è in ognuno di noi e ciascuna è preziosa; consigli nemmeno, posso solo dire, magari di informarsi su ognuno di loro e vedere chi, realmente, ha le conoscenze e le capacità tecniche per fronteggiare i problemi della città, stando sempre attento a non andare contro il fabbisogno dei cittadini; tutto sommato sono tutti belli e quasi mi dispiace, non vederli più insieme, perchè da quello che so, hanno lavorato così tanto, per la loro campagna elettorale, che se univano le forze, per la campagna della nostra vita quotidiana, saremmo stati tutti in una botte di ferro…

Vedremo lunedì, quando il vincitore guarderà dall’alto in basso i suoi avversari sconfitti, sarà un nuovo inizio o tutto come prima, e come prima, quando tutto questo sarà finito, quando il Re siederà sul trono, io personalmente tra me e me penserò alla frase di una poesia, di Reno Bromuro “…e noi come stronzi rimanemmo a guardare…”

VIRUS VIRUS VIRUS

C’è un virus che si annida anche nei sottotitoli di film e serie tv.
I file dannosi sono finti sottotitoli, che gli utenti scaricano tranquillamente, perché considerati fonti affidabili: così colpisce il nuovo exploit che espone al rischio milioni di utenti in tutto il mondo.

Colpire dove gli utenti meno se lo aspettano, mentre pensano di rilassarsi davanti a un bel film o l’ultima puntata della propria serie tv preferita. Lì hanno deciso di attaccare gli hacker, con un nuovo exploit che gli permette di controllare i desktop dei computer colpiti: nel mirino, gli utenti di player video come Popcorn Time, ma anche Kodi, Strem.io, VLC.

A scoprire la novità è stato CheckPoint, che in un post — dall’azzeccato titolo “Hacked in Translation” — spiega come funziona l’attacco: chi lo promuove crea file di sottotitoli dannosi, che poi vengono scaricati dagli utenti che pensano siano innocui, come d’abitudine. Sfruttando le vulnerabilità delle piattaforme riescono a prendere il controllo dei dispositivi, qualsiasi essi siano: computer, smart tv, dispositivi mobili.

La stima dei ricercatori di CheckPoint prevede che ci siano circa 200 milioni tra utenti di video player e streaming che attualmente stanno eseguendo il software vulnerabile, rendendo questa una delle vulnerabilità più diffuse, facilmente accessibili e senza alcuna forma di resistenza, tra quelle riportate negli ultimi anni.

L’assenza di sospetto è quella sulla quale infatti gli hacker hanno giocato il loro attacco: in pratica, le repository dei sottotitoli sono trattate come fonti attendibili sia da parte dell’utente che del lettore multimediale.

I ricercatori hanno informato gli sviluppatori, che sono all’opera e pubblicano aggiornamenti sui rispettivi siti (Popcorn Time, Vlc, Stremio e Kodi), ma hanno spiegato che non rilasceranno dettagli ancora più tecnici da qui in poi, per non agevolare nuove soluzioni che gli hacker potrebbero trovare.

Seconda guerra mondiale

Nell’immaginario collettivo la Seconda guerra mondiale è un evento in bianco e nero, ravvivato più che altro dai manifesti di propaganda. Ciò nonostante, fra il 1942 e il 1945, sotto il patrocinio del ministero britannico dell’Informazione, vennero scattate circa 3.000 foto a colori per le testate che erano in grado di pubblicarle. E dopo la vittoria le immagini vennero consegnate all’Imperial War Museum di Londra, dalla cui preziosa collezione  è stato tratto un libro:
The Second World War in Colour – £14.99
Agosto 1943: in Sicilia un gruppo di ragazzini italiani familiarizza con soldati britannici su un carro armato Sherman di fabbricazione americana.

GHE’ SCIA NATAL!

Il presepe, il vischio, l’albero illuminato, la calza delle Befana, il suono delle zampogne: sono questi i classici simboli della festa della Cristianità con cui, ovunque in Italia, si celebra il Natale, dall’Avvento all’Epifania.
Eppure, in ogni regione, vallata o borgo si conservano riti unici e insoliti che si intrecciano con la storia e le tradizioni locali.
Le celebrazioni del Natale risalgono ai riti propiziatori legati all’inizio dell’inverno: i celti e le tribù germaniche festeggiavano con cortei in maschera il 22 dicembre, giorno del solstizio invernale, mentre i romani commemoravano i Saturnalia con grandi falò in omaggio al sole il 17 dicembre, che per i cristiani divenne poi il giorno della nascita di Gesù.
In seguito, sotto il papato di Giulio I, nel IV secolo, venne scelto il 25 dicembre come data in cui festeggiare il Salvatore.
Gli antichi simboli pagani del fuoco e dei cortei in maschera sono comunque sopravvissuti in molti luoghi d’Italia, unendosi alle singole tradizioni religiose.
Nel mondo c’è persino una regione dove si celebrano due Natali.
La Nuova Zelanda.
Ciò è dovuto al fatto che gli emigrati dall’emisfero occidentale preferiscono festeggiare a luglio, quando nel paese l’inverno è ormai inoltrato, e l’atmosfera volge al ricordo del proprio paese. Hotel, ristoranti, locali sono addobbati come a dicembre e naturalmente non mancano gli alberi di Natale.

L’albero natalizio, qui, ha un nome brillante, Pohutokawa, come i suoi fiori, che colorano le feste. In Nuova Zelanda il Natale, per questioni di latitudine, arriva in piene estate, quindi tetti imbiancati e sciate non rientrano nei programmi degli abitanti, ma per nulla al mondo Santa Klaus rinuncerebbe alla sua tradizionale divisa, rossa e bianca, anche a costo di sudare un po’, ed è esattamente quello che avviene.
Ogni piccola città, o quartiere delle metropoli, ha la propria parata dedicata a Babbo Natale, nella quale ogni comunità presente nel territorio sfila orgogliosamente con brillanti e colorate decorazioni in carattere con i temi della festa. E i bambini hanno un motivo in più per festeggiare perché dai carri viene lanciato ogni tipo di dolciume.
I Maori, gli indigeni della Nuova Zelanda, celebrano il mese di Hakihea, che secondo la tradizione inizia intorno al 15 di dicembre. Questo era il periodo in cui i Maori, dopo il duro lavoro dei campi e la pesca abbondante si abbandonavano al meritato riposo. Anche se non è certo riconducibile al Natale cristiano, il popolo Maori ha il suo bravo dispensatore di doni, che si chiama Papatuanuku, Madre Terra.

IL COMPAGNO DI VIAGGIO

Durante il Forum Ambrosetti svoltosi a Cernobbio, l’AD di Ferrovie dello Stato, Renato Mazzoncini ha annunciato che il nuovo Piano Industriale del Gruppo FS sarà presentato a fine settembre. Avrà durata decennale e uno dei  pilastri fondamentali sarà l’impegno per una mobilità integrata  attraverso il nuovo progetto “Traveling Companion”.
Nel prossimo futuro avremo un vero e proprio compagno di viaggio, per pianificare al meglio la nostra mobilità: lo metteranno a nostra disposizione le Ferrovie dello Stato Italiane, grazie a un progetto tecnologico ambizioso che sarà una delle chiavi per tradurre la visione di una mobilità integrata, vicina all’utenza in maniera innovativa e che guarda a una proposta door to door.
Le FS vogliono realizzare, infatti, una piattaforma digitale, in grado di fornire ai clienti aiuto nella pianificazione degli spostamenti, accompagnandoli in tutte le fasi del viaggio e integrando le diverse modalità di trasporto, anche quelle che non interessano direttamente le sue infrastrutture.
La futura piattaforma dovrà, quindi, interfacciarsi, per integrare i servizi, con altri attori, da quelli del trasporto pubblico locale ai servizi sharing che il pubblico già conosce e utilizza. A guidare l’operazione è la consapevolezza che ognuno, viaggiando, ha necessità di utilizzare più vettori, che possano variare e talvolta essere sostituiti nel corso della giornata.
La piattaforma digitale, e la app che ne deriverà, vuole quindi consentire al cliente di scegliere le opzioni di viaggio nelle varie fasi, guardando anche ai tempi e ai costi, con l’opportunità di riprogrammare gli itinerari in caso di cambiamenti e problemi, preoccupandosi della tariffazione solo alla fine degli spostamenti. Il tutto con un solo, unico, biglietto. Per attuare un simile progetto servirà disponibilità da parte degli altri operatori che si interessano di tipologie complementari di trasporto collettivo, per creare uno scambio virtuoso che rafforzi le nuove prassi o puntelli quelle più deboli.
Nel 2017 la proposta di FS Italiane si tradurrà in un progetto completo, sulla scia dell’intuizione che ha già portato a un accordo con Google, per informazioni sulla programmazione ferroviaria via Google Maps; il progetto Traveling Companion si aprirà quindi a chi vorrà cogliere la sfida di una mobilità senza steccati e che parla ad un unico grande target.

NON SOLO ORO…INCENSO…E LUSTRINI!

Dopo questi giorni in cui si sono tessute lodi sperticate nei confronti del grande traforo, desidero parlare un po’di quella che fu la prima realizzazione del traforo ferroviario del san Gottardo.
Nel 1869, anno dell’apertura del Canale di Suez, la Svizzera, l’Italia e la Germania sottoscrissero un accordo per finanziare l’impresa: l’Italia avrebbe contribuito con 45 milioni di franchi svizzeri, la Germania e la Svizzera con 20 milioni ciascuna. Fu fondata la “Compagnia del Gottardo”, alla quale parteciparono vari gruppi tedeschi con 102 milioni. Nel 1872 l’opera fu appaltata all’impresa di Louis Favre, ingegnere ginevrino, con un’offerta di 48 milioni e la promessa di terminare i lavori entro otto anni.
Tuttavia già nel 1875 la Compagnia del Gottardo, che aveva già superato del 50 per cento le spese, si trovò in una grave crisi finanziaria. Ci furono ulteriori interventi governativi e Alfred Escher fu estromesso dal gruppo. Favre morì poco dopo, prima che l’opera fosse finita. I lavori terminarono con oltre un anno di ritardo e un superamento dei costi di parecchi milioni, che furono fatti rimborsare alla ditta appaltatrice.
Nel traforo si sperimentarono nuove tecniche per velocizzare i lavori e la fretta si ripercosse duramente sulla condizione degli operai impiegati nella costruzione.  Le condizioni degli operai impiegati nella costruzione del traforo erano pessime. Si facevano turni di 8 ore in un ambiente in cui la temperatura superava i 30 gradi, in cui l’aria era resa irrespirabile dalla scarsa ventilazione e dalle esalazioni delle macchine.
Furono quasi duecento i lavoratori deceduti a causa degli incidenti sul cantiere. Gli infortuni arrivarono alle quattrocento unità. Inoltre l’igiene era pessima: non erano stati installati sufficienti servizi igienici e l’approvvigionamento dell’acqua era scarso. L’accumularsi di sporcizia ed escrementi favorì la diffusione dell’ancyilostoma duodenale, un verme parassita. La malattia, conosciuta in principio come “anemia del Gottardo”, o “anemia del minatore”, fu attribuita inizialmente all’inalazione dei gas nocivi all’interno della galleria, ma la sua vera natura fu identificata solo nel 1880 in un ospedale a Torino, nei corpi dei minatori rientrati a causa della malattia e in seguito deceduti.
Anche le condizioni di vita fuori dal cantiere erano gravose. La popolazione residente ad Airolo nel periodo di costruzione del traforo raddoppiò; a Göschenen quintuplicò. Gli operai, di cui quasi cinquemila erano di origini italiane, trovarono posto nelle poche baracche costruite dalla ditta di Favre o in luoghi non idonei come stalle e soffitte, messi a disposizione dai residenti. Gli alloggi erano caratterizzati da sporcizia e promiscuità. Il salario medio di un operaio specializzato era di circa quattro franchi al giorno; quello di un manovale poco più di tre franchi. Per dormire a turni di otto ore in uno stesso letto si pagavano 50 centesimi, mentre una sistemazione in stanzoni con dieci letti era di venti franchi al mese. Un chilogrammo di pane costava 40 centesimi e uno di formaggio poco meno di un franco. Gli operai dovevano inoltre provvedere all’olio per le lampade utilizzato nello scavo. Il pagamento dei salari era effettuato in buona parte in buoni d’acquisto utilizzabili presso gli spacci della ditta di Favre, la quale offriva prodotti a prezzi esorbitanti e in valuta italiana per guadagnare con il cambio.
La situazione di disagio degli operai determinò le prime proteste. Il 27 luglio del 1875 a Göschenen un gruppo di operai lasciò la galleria senza permesso. Favre, dopo aver tentato inutilmente di trattare con gli scioperanti, chiese aiuto alla milizia di Göschenen, che per reprimere la rivolta sparò sui manifestanti, provocando quattro morti (Costantino Doselli, di Parma, anni venti; Giovanni Merlo, di Torino, anni ventisei; Salvatore Villa e Giovanni Gotta, di Torino, anni venticinque) e diversi feriti. I giornali elvetici raccontarono gli avvenimenti rilevando soprattutto le paure degli abitanti nei confronti degli italiani e prendendo posizione a favore di Favre, dipinto come un benefattore, di fronte all’ingratitudine dei lavoratori, avidi di denaro. L’uso della forza da parte delle forze dell’ordine fu ritenuto giustificato. Il Consiglio Federale tuttavia fece stilare un rapporto in cui si confermarono i disagi denunciati dagli scioperanti. Nello stesso anno si ebbe uno sciopero anche sul versante opposto, ad opera di 400 tagliapietre che protestarono per aver ricevuto un salario inferiore alla somma pattuita. Fu sicuramente il primo sciopero tenuto in Canton Ticino.
In memoria delle duecento vittime del traforo, sul piazzale antistante la stazione ferroviaria di Airolo sorge il monumento dello scultore ticinese Vincenzo Vela. Si tratta di un bassorilievo in bronzo posato nel 1932 dalla direzione delle FFS. L’epigrafe recita: Nel 50º anniversario della grande umana vittoria che dischiuse fra genti e genti la via del San Gottardo, questa pietra ove l’arte segna e consacra l’oscura eroica fatica del lavoratore ignoto.

da Wikipedia

NON STATE CONDIVIDENDO TROPPE COSE?

Avete una nuova ragazza o un nuovo ragazzo? Condividete.
Avete trascorso una splendida vacanza? Condividete.
Avete cucinato una cena deliziosa? Condividete.
Avete un nuovo passaporto? Condividete.
Condividete. Condividete. Vi suona familiare? In questo caso fate attenzione: probabilmente state condividendo troppo.  Questo tipo di comportamento è tipico dei ragazzi che crescono insieme ai computer, vivono la tecnologia e utilizzano i social network. A causa della loro voglia di condividere ogni dettaglio delle loro vite, sono stati soprannominati la generazione “Selfie” o “Me, Me, Me”. Comunque, molti di loro non realizzano che stanno immettendo troppe informazioni online e ignorano le conseguenze di questo comportamento.
In accordo con un sondaggio Microsoft del 2013, i danni economici mondiali causati da quelli alla reputazione ammontano a oltre 1.4 miliardi di dollari. Considerando la reputazione in ambito professionale, i numeri aumentano considerevolmente arrivando a 4.6 miliardi di dollari.
È importante notare che una buona parte di queste perdite sono causate dal comportamento degli utenti che, consapevolmente o meno, condividono online informazioni riservate come la loro data di nascita, il numero di telefono, il loro indirizzo fisico o il nome del proprio cane, e questi dati spesso coincidono con le password di metà dei loro account.
La perdita di questi dati può portare diversi problemi, che vanno dall’invio di email di phishing personalizzate passando per l’impossibilità di accedere ai propri account dei social network, fino al furto di identità e alle estorsioni da parte dei criminali informatici.
Gli specialisti di ESET vi riportano alcuni suggerimenti per limitare l’eccessiva condivisione delle vostre informazioni:
Iniziate ricontrollando le vostre impostazioni sulla privacy nei vostri account social network. Assicuratevi che ciò che condividete raggiunga solamente chi desiderate. Se non siete sicuri, create gruppi separati per gli amici stretti, gli amici, i colleghi e i conoscenti. Siate il più selettivi e rigorosi possibili.
Non condividete la vostra posizione con tutto il mondo. I social network spesso localizzano geograficamente gli utenti, ma non avete necessità che tutti sappiano dove siete o che siete appena partiti per le vacanze o che starete fuori per le prossime due settimane? E’ preferibile disattivare questa funzionalità ed eliminare la cronologia delle informazioni sulla vostra posizione.
Verificate tutti i gruppi a cui vi siete iscritti in passato. Alcuni di questi potrebbero (nel senso dei social network) essere antiquati, così come le loro impostazioni. Se sono ancora pubblici e aperti a chiunque, fate molta attenzione a quello che pubblicate; i contenuti potrebbero infatti essere letti o visti praticamente da chiunque. Potreste anche uscire dal gruppo o contattarne il coordinatore e chiedergli di modificarne le impostazioni.
Aumentate il livello di auto censura. Prima di pubblicare qualsiasi commento, o di caricare una foto o un video sul vostro profilo, immaginate di mostrarlo a vostra nonna o a uno sconosciuto per strada. Non avreste problemi a farlo? In caso contrario, probabilmente è meglio che lo teniate per voi.
Trattate ogni foto e ogni video come farebbe un detective della polizia. Verificate tutti i dettagli che potrebbero contenere e assicuratevi che non rivelino alcun dato riservato. Un buon esempio sono le foto fatte davanti a una nuova auto (che mostrano la targa del veicolo), oppure accanto al nascondiglio “segreto” delle seconde chiavi di casa o, addirittura, quelle che mostrano un nuovo passaporto. Tutti questi luoghi o cose possono svelare informazioni che potrebbero risultare pericolose nelle mani sbagliate.
Vi state iscrivendo a un nuovo servizio online o a un sito web? Prima leggete attentamente le condizioni sulla privacy del fornitore, così da comprendere meglio come l’azienda tratterà le vostre informazioni riservate. Se non siete soddisfatti, non vi iscrivete. Inoltre, siate onesti con voi stessi – avete davvero bisogno di un altro account online?
Non inviate mai dati riservati, come i dettagli della carta di credito, le password, i numeri di telefono o altri numeri identificativi, attraverso app di messaggistica o via email. Se dovete per forza inviare queste informazioni, che siano almeno crittografate. Anche se può sembrare ovvio, non pubblicatele e non mostratele pubblicamente online.
Per proteggere i vostri dati, create password complesse e cambiatele spesso. A meno che non usiate un sistema di autenticazione a due fattori, le password sono l’unica cosa che separa i vostri dati dagli sguardi indiscreti e dalle mani dei criminali. Se vi risulta difficile ricordare tutti questi codici, utilizzate un sistema affidabile per la gestione delle password.

da “Gravità zero” …tanto per non condividere… ?

CINQUE FOLLI REGALI PER NATALE!

Un grande regalo di Natale può portare una lacrima all’occhio di chi lo riceve. E così anche il peggiore.
Qui ci sono 5 regali che, se non una lacrima, un sorriso lo strapperanno sicuramente

1-  Macchina da scrivere  USB  ($ 899.00)

Ripensa, ti ricordi l’ultima volta che hai usato una macchina da scrivere? Ti ricordi la risonanza click clack dei tasti ad ogni lettera, che alla fine formavano parole, frasi, paragrafi, persino interi manoscritti? Che dire della gioia di sentir scorrere il carrello in posizione ogni volta che era il momento di iniziare una nuova linea di testo? Anche un fanatico della tecnologia può ammettere che ci fosse un qualcosa di unico e di eccitante con una macchina da scrivere, che non si può replicare digitando su uno smartphone, un iPad o di un computer.

2-  Guanti Bluetooth Unisex ($ 69.99)

Questo inverno potrete prendere una telefonata senza togliere i guanti! I Guanti ricaricabili Bluetooth Unisex  celano un altoparlante nel pollice sinistro e un microfono nel mignolo sinistro. Basta fare il gesto della mano “Call me” e siete tutti insieme a chiacchierare fino a 12 ore con una carica completa. La tecnologia capacitiva permette di controllare touchscreen del dispositivo attraverso i pollici e gli indici. Compatibile con tutti i telefoni abilitati Bluetooth, tra cui tutti gli iPhone, Samsung galaxy e altri Androids. Disponibile in nero, taglie S / M e L / XL .

3-  Massaggiatore Occhi wireless ($ 149.99)

Il massaggiatore Wireless Eye utilizza una combinazione di pressione intelligente dell’aria, massaggio di vibrazione, punto di massaggio e il calore infrarosso delicato per lenire stress, affaticamento e dolori. Basta infilarselo dopo una dura giornata …  strofina, pressa, riscalda e massaggia l’intera regione oculare, per ringiovanire gli occhi stanchi. Dotato persino di altoparlanti, con i suoni della natura preregistrati  vi aiuterà a rilassarvi. Il design a 180 gradi pieghevole lo rende facile da riporre.

4-  Specchio a 360 gradi ($ 79.99)

Otterrete una magnifica vista frontale, laterale e posteriore della testa. Le donne potranno apprezzare una vista a mani libere per sistemare i capelli e controllare il posizionamento di bigodini, clip, mollette o controllo trucco. Gli uomini potranno radere la loro scollatura e le basette con accuratezza, e tagliare intorno allle orecchie. Facilmente ripiegabile in uno specchio a lente per curare con facilità le sopracciglia.

5-  Bilancia ad …Animali ($ 25.99)

A volte dobbiamo affrontare la verità. E’ comunque molto facile e meno doloroso se ignoriamo la verità del tutto. Ecco perché questa bilancia pesa ad animali e non vi dice esattamente quanto, invece fa un confronto approssimativo. Non devi più perdere un paio di chili, ora è un paio di anatre, perdere un coniglio ti farà particolarmente bene, un cavallo sarebbe impressionante. Basta salire sulla bilancia e vi verrà detto il vostro peso per mezzo di un animale normale. Il vostro programma di perdita di peso sarà ora misurato ad animali e non a chili. Sei un bambino coniglio, anatra o orso? Piccolo divertimento per tutta la famiglia e gli amici.

Tutti questi prodotti sono in vendita on line, li trovate su:

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NOI PRIMA DI LORO!

«Volevamo braccia, sono arrivati uomini», sospirò più di trent’anni fa lo scrittore svizzero Max Frisch, spiegando perché troppi suoi connazionali fossero così ostili agli immigrati italiani contro cui avevano scatenato tre referendum. Ostilità antica.
Anche i nostri nonni furono portati in salvo come i neri di Rosarno. Le autorità furono costrette a organizzare dei treni speciali per sottrarli nel 1896 al pogrom razzista scatenato dai bravi cittadini di Zurigo. E altri gendarmi e altri treni avevano sottratto i nostri nonni, tre anni prima, ad Aigues Mortes, alla furia assassina dei francesi che accusavano i nostri, a stragrande maggioranza «padani», di rubare loro il lavoro.
L’abbiamo già vissuta questa storia, dall’altra parte.
Basti ricordare che secondo il Ministero del Lavoro francese «alla fine del 1948 dei 15.000 italiani presenti nel dipartimento agricolo del Gers, ben il 95% era irregolare o clandestino». Come «irregolari» sono stati almeno quattro milioni di nostri emigrati.
C’è chi dirà: erano altri tempi e andavano dove c’erano posto e lavoro per tutti!
Falso. Perfino l’immenso Canada era pieno di disoccupati e a migliaia i nostri «s’aggiravano in pieno inverno per Montréal stendendo le mani ai passanti». Tutto dimenticato, tutto rimosso. Basti leggere certi commenti, così ferocemente asettici, di questi giorni. «Chi non lavora, sciò!» Anche quelli che erano a Rosarno dopo aver perso per primi il lavoro nelle fabbriche del Nord consentendo un’elasticità altrimenti più complicata e cercano di sopravvivere in attesa della ripresa? Sciò! Anche quelli che fanno lavori che i nostri ragazzi si rifiutano di fare? Sciò! Anche quelli che lavorano in nero per un euro l’ora? Sciò!
Mai come stavolta è chiaro come l’abbinamento clandestino = spacciatore è spesso un’indecente forzatura.  Dice il rapporto Onu 2009 che chi lascia l’Africa per tentare la sorte in Occidente vede in media «un incremento pari a 15 volte nel reddito » e «una diminuzione pari a 16 volte nella mortalità infantile» dei figli. Questo è il punto. Certo, non possiamo accogliere tutti. Ma proprio per questo, davanti al dolore di tanti uomini, ci vuole misura nell’usare le parole. Anche la parola «legalità».