Mese: febbraio 2018

RITORNO A MONTE OLIMPINO

E’ in queste giornate di sole che dalla città, ogni volta che una casa o altro ostacolo non mi faccia schermo, il mio occhio si leva con una meccanicità che é diventata una dolce abitudine del sangue prima ancora che della memoria, verso Monte Olimpino e, più in alto ancora, verso il colle di Cardano, verso il pino solitario dove lo sguardo si sofferma, quasi affascinato di un tratto da quel piccolo segno nero che si staglia sulla tela azzurra del cielo, e la memoria allora si carica di figure di un tempo perduto e forse felice.
Per settimane io guardo lassù, di giorno in giorno rinnovando il desiderio di un ritorno, fino a quando non scocca l’ora irresistibile di una corsa, insieme affannosa ed esitante quasi che la nostalgia flebile di chi vagheggia da lontano una cosa o una persona amata si affiancasse trepidamente ai timore di affrontarla, di aderirvi in libertà d’abbandono per poi vedersela strusciare tra le dita come un fiore tolto disotto da una campana di vetro dove aveva mantenuto una sua intatta ma artificiosa bellezza. Ora, fatto più accorto da ogni ritorno, sono riuscito ad equilibrare sogno e realtà, fors’anche perchè porto in me più solido e più sicuramente affondato nell’anima il ricordo di quel tempo, ma la prima volta, anni fa, da poco ritornati alla città dopo la stagione della guerra, il timore era più grande della nostalgia; ero più indifeso le esperienze avevano soffocato in me la velleità dei ritorni che negli uomini si rinnova di stagione in stagione, ad onta di tutte le disillusioni patite ma finalmente, dopo rinvii e dilazioni offerti alla mia pigrizia dalle occasioni esterne, mi decisi e, per un ultimo mascheramento di fronte a me stesso, mi dissi che era soltanto per curiosità, non per la ricerca (quanto disperata?) di un clima passato, che facevo ritorno al paese felice della mia infanzia. E m’incamminai lungo i tornanti ampi e sinuosi della strada dei Giovi in una giornata di primo autunno in cui i prati e le case, lo stesso asfalto eguale della strada sembrava rivivere di una vita nuova, vibrante nella luminosità cristallina e pure soffice dell’aria.
Monte Olimpino è una sella ma a me bambino era sempre apparso un anfiteatro, rialzato a mo’ di coppa tra iI lago e la Svizzera; e in questo verde catino avevo vagabondato, giorno per giorno, sempre aperto allo stupore che provocavano in me via via tutte le cose, tutti gli aspetti e i particolari sconosciuti che andavo scoprendo.
Da Cardano e da San Ferma giù sino al Cimitero e alle gallerie che sovrastano la discesa di Ponte Chiasso e poi verso Roncate, Cardina, il laghetto, villa Aprica era tutto un mondo, fu per qualche anno il mio mondo dove giuochi e fantasticherie non avevano confini se non quello del sole al tramonto, se non quello della mamma che attendeva vigile ad una finestra.
Allora la città non era che una distesa immensa di case: una contrada ignota e quasi temuta da andarci soltanto con la scorta di un «grande», e già Ponte Chiasso era un paese lontano, raggiungibile soltanto in giorni eccezionali con il permesso formale di potere andare al cinema. E l’esserci andato un pomeriggio di nascosto con il fratellino accoccolato sulla canna della bicicletta – ricordo ancora l’intensità trepidante delle mani che stringevano il manubrio luccicante e il contatto leggero dei riccioli che mi sfioravano la guancia lungo la discesa ripida – fu una colpa di cui ci liberammo soltanto dopo più di un mese quando, oppressi dal peso, lo confessammo alla mamma. E lo stupore con cui un giorno accolsi l’affermazione di un compagno di giuochi, più grandicello di me, che là dietro Cardina, ci stava la Francia? Furono giornate di un rimuginare lento e diffidente con consultazioni empiriche e brancicanti di una vecchia carta geografica, ma non mi apersi all’azzardo di chiederle ai genitori, fino a quando mi decisi e una mattina m’incamminai con una disposizione di animo che mi riempiva di orgoglio e di inconfessato timore. Di ritorno, dopo aver visto di lassù il lago e il Bisbino, ero colmo di sarcasmo e pure di disillusione. Scemò di un poco la ammirazione per il mio paese ora che avevo le prove che la Francia non era come la Svizzera, alle porte.
Ora tutto m’appariva piccino. Non riuscivo a convincermi che, pur essendo mutate le proporzioni (quanta carica di fantasia nella miopia di un occhio di bimbo), in quella riva avevo giuocato per interminabili pomeriggi, in quel cortile angusto si disputavano appassionate partite con una palla biancocenere, in quel fienile ci si nascondeva in più di uno, sempre in posti nuovi e più arditi, durante le partite a «topoli», in quei pochi metri di prato scosceso avevo calzato, per tutto un inverno, il mio primo paio di sci. Incontrai qualche antico amico. E quella freddezza un po’ impacciata con, cui ci si salutava in città (io come un transfuga pentito, loro con la diffidenza istintiva della gente rimasta nel contado) negli sfuggenti incontri per le vie selciate, si scioglieva qui in cadenze usate, in parole che conservavano ancora un sapore antico. E di una cosa mi stupivo: che non mi chiedessero nulla degli anni passati; come se la guerra e i vagabondaggi per l’Europa non fossero mai esistiti, una stagione di sogno dalla quale si fosse tutti usciti dismernorati e intatti. Attraversavo lentamente il paese come si sfoglia un vecchio album di fotografie: il macellaio, il parrucchiere, il tabacchino, il ciclista con la pompa sporca all’angolo, la chiesa con la sua ghiaiosa e ripida salita, l’oratorio ancora fresco di calce come allora, la scuola dalle mura stinte con la malinconia del suo cancello chiuso e del cortile in silenzio come abbandonato ai dialoghi muti dei grossi alberi, nostre coordinate nel giuoco dei quattro cantoni, il cimitero tutto raccolto nella sua disadorna solitudine agreste. Se gli uomini erano cambiati — oh, non molto! — le cose erano quelle stesse con qualche colore mutato, con una patina nuova e il clima era quello, composto in un equilibrio aldilà del tempo di elementi immutati. Soltanto diverso il viso avevano le donne, più vecchio, e il sorriso più dolce di stanchezza; e le ascoltavo rievocare mia madre con quella semplicità fatta di terra che soltanto ritrovo tra la gente di campagna: e le stavo ad udire con un sorriso, di riconoscenza triste senza quella sorda e ingiustificata irritazione che provo ogni volta che mi sento raggiunto in una zona dell’anima dove una sensibilità gelosa, morbosamente gelosa, non vorrebbe estranei, come se parlassero di un’altra o come se ella stessa fosse ancora a casa ad aspettarmi. In quelle cucine nere di ombra e di fumo, vicino agli arnesi della terra, guardando cartoline illustrate e fotografie incastrate nei vetri opachi delle credenze, mi ritrovavo intero; le ascoltavo parlare, le mani vicino al fuoco, e rispondevo in un colloquio di rispondenze nascoste, senza difesa, mentre i bimbi più piccoli quelli che io non avevo visto nascere, mi guardavano in silenzio con occhi intimiditi. E chiedevo notizie degli altri figli, quelli che erano stati i miei compagni di giuoco, e come stupivo nell’apprendere che Cleofe, quella bimba irta e bruttina, s’era fatta suora, e che Mario dal testone biondo e riccioluto faceva a P. l’aiuto del farmacista e «guadagnava benino» tanto che si sarebbe sposato in primavera.
Improvvisa calò la sera. Nell’aria già fredda scorgevo di lontano il mio albero, quel pino solitario dove mi rifugiavo, già adolescente, nelle mie ore di disperazione e di gioia, nel miei impeti ombrosi di solitudine e di abbandono. Di lassù si scorge il lago sino a Torno, la piana verde calata nella nebbia leggera sino quasi a Varese e il Cantori Ticino con le Alpi rosa orlate di bianco all’orizzonte; di lassù sognavo i miei viaggi, il mio vagabondare per il mondo alla ricerca di passi felici, di spazi intatti cui fare aderire, in pacati abbandoni, la mia inquietudine di fanciullo.
Ora ritorno lassù ogni anno e una volta non sono ritornato solo; perché se in questa stagione era un punto di partenza, ora è diventato un limite, una riva di approdo, e appoggiare la mano sulla scorza rugosa del suo tronco è come attingere forza per continuare il cammino, rinnovare un patto segreto di fedeltà e di amore alla mia terra.

MORANDO MORANDINI (da LA PROVINCIA del 10 agosto 1950 scansione ed elaborazione a cura di Franco Romanò)