Nuove barriere architettoniche

Con la spocchia e l’arroganza che contraddistinguono quasi tutti i detentori di un potere, i detentori del nuovo e vero potere mondiale – i sacerdoti dell’informatica – ci hanno umiliato facendoci capire quanto siamo deficienti noi sudditi, e cioè noi semplici utenti, e non tecnici, del web.

Leggo infatti su un’agenzia battuta da Washington che la società Errata Security ci tira le orecchie per l’imperizia con cui scegliamo le password. «Per la posta elettronica, lo sanno tutti – è scritto nell’agenzia – non bisogna utilizzare mai parole chiave troppo elementari». E già: lo sanno tutti. «Eppure – proseguono i cervelloni – secondo uno studio americano c’è ancora chi sceglie sequenze come “1234” per la propria e-mail o per l’accesso via Internet al conto corrente». Il nostro modo di navigare su Internet, ci dicono ancora gli studiosi americani, «è disarmante nella sua ingenuità». Spiegazione: «Per il 16 per cento, le password esaminate sono nomi propri mentre il 14 per cento sono sequenze di numeri (1234) o di lettere (QWERT o ASDFG) corrispondenti a tasti contigui sulla tastiera del computer. Con uno sforzo di fantasia minimo, alcuni non sono andati oltre “yes” e “no”.

Roberth Graham, uno degli autori dello studio, ricorda che per garantirsi un minimo di sicurezza bisogna scegliere password alfa-numeriche di almeno otto caratteri, compresi maiuscole e minuscole e segni come la virgola o il punto». Non so che cos’abbia da fare tutto il giorno il professor Robert Graham, ma conosco bene la condizione in cui l’informatica ha ridotto qualsiasi poveraccio che per campare, tra una password e un nome-utente da inventare, deve anche trovare qualche ritaglio di tempo per lavorare.

La tecnologia ci ha indubbiamente sgomberato il cervello da un considerevole numero di file. I numeri di telefono, ad esempio. Li abbiamo memorizzati sul cellulare e nessuno di noi è più costretto a conoscere a memoria quello dell’amico, della zia, della trattoria fuori porta. Il vantaggio è evidente, anche se il rischio è quello di restare isolati dal mondo quando si perde il cellulare. Ma già lo stesso cellulare impone di conoscere a memoria almeno due codici: il Pin e il Puk. Quest’ultimo è fondamentale se si dimentica il Pin ma di fatto è una sorta di mistero come il Codice da Vinci, la datazione della Sindone e la Piramide di Cheope: pochi sanno che esiste, quasi nessuno lo ricorda. Anni fa ne feci un punto d’onore: me lo scrissi su un foglietto che tenevo sempre lontano dal cellulare. Mi capitò di perdere il telefonino e telefonai tranquillo al giornale per dare tutte le coordinate: «Ho il Pin e il Puk», dissi con un certo orgoglio. Mi sentii rispondere che non servivano a nulla senza il codice Imei, una carognata di quindici cifre a prova di Pico della Mirandola.

C’è naturalmente la possibilità di segnarsi tutto con la vecchia tecnica: a mano, su un foglietto. Ormai però il foglietto non basta più: occorre una piccola Treccani. Ieri ad esempio mi è arrivato dalla banca il codice segreto (Pin) della nuova carta di credito-bancomat: cinque cifre. Ho telefonato per sapere quando mi sarebbe arrivata anche la carta: «Prima le deve arrivare l’altro codice Pin, quello per l’utilizzo della carta di credito». E quello che mi è arrivato? «Serve alla funzione bancomat». Ma io veramente ho un altro bancomat: «Ma così, con due carte, sale il limite di spesa». Il nuovo codice che mi arriverà è di sole quattro cifre. Dalla banca mi rassicurano, sarà sufficiente tenere a mente: 1) il numero della carta di credito (sedici cifre); 2) quello del Pin per l’utilizzo come bancomat (cinque cifre); 3) il Pin per l’utilizzo come carta e all’estero (quattro cifre); 4) il numero dell’altra tessera solo bancomat (diciassette cifre); 5) il codice Pin di questa seconda tessera bancomat; 6) il numero verde a cui chiamare, dall’Italia, in caso di smarrimento o di furto della carta di credito-bancomat; 7) il numero verde a cui chiamare, dall’Italia, per bloccare la carta di credito-bancomat; 8) il numero verde a cui chiamare, dall’estero, in caso di smarrimento o di furto della carta di credito-bancomat; 9) il numero verde a cui chiamare, sempre dall’estero, per bloccare la carta di credito-bancomat; 10) il numero verde a cui chiamare, dall’Italia, in caso di smarrimento o di furto della sola tessera bancomat; 11) il numero verde a cui chiamare, dall’Italia, per bloccare la sola tessera bancomat; 12) il numero verde a cui chiamare, dall’estero, in caso di smarrimento o di furto della sola tessera bancomat; 13) il numero verde a cui chiamare, dall’estero, per bloccare la sola tessera bancomat; 14) il numero verde per l’assistenza sull’utilizzo della carta dall’Italia; 15) il numero verde per l’assistenza sull’utilizzo della carta dall’estero; 16) il numero verde «Sempre in linea» che qualche misericordioso tecnocrate sembra aver uniformato per l’Italia e per l’estero, giusto per facilitarci la vita.

Meno male che oggi c’è l’home banking. Puoi fare molte operazioni da casa. È sufficiente ricordarsi il codice cliente e il codice di sicurezza. Naturalmente oltre al proprio numero di conto corrente, all’Abi e al Cab. La banca però non manca mai di venirti incontro e quindi non è più necessario sapere Abi e Cab: avevi messo un lustro per impararli e ora è arrivato il codice Iban, in fondo sono solo ventisette caratteri. C’è anche un Bic, che nessuno ha ancora capito a che cosa serva ma sono solo undici caratteri. Fare un bonifico on line è semplicissimo: una volta ricordati i codici ccl e csi e composto l’Iban del beneficiario, bisogna inserire un nuovo codice segreto stampato su una tesserina che la banca raccomanda tuttavia di tenere sempre distante dal computer. La vita semplice dei giorni nostri non prevede molte altre seccature. È sufficiente ricordarsi, oltre al codice fiscale (che nessun italiano ha ancora imparato a memoria), il codice assistito della tessera sanitaria, la targa della macchina, la password per fare la spesa on line, la password per accendere il computer, quella per accedere alla posta elettronica. Perfino le vecchie tecnologie ci costringono a memorizzare una serie di numeri: non si trova più un maledetto lucchetto per la bicicletta che si possa chiudere con una chiave, ora li fanno con la combinazione.

E poi si lamentano se «non abbiamo fantasia» nell’inventare nuove password ogni volta che entriamo in un sito web che ce ne richiede una. C’è, ad esempio, un servizio on line per pagare le bollette. Quando ti iscrivi, ti chiedono di «generare» un nome-utente e una password. La «generazione» è facile come la soluzione del cubo di Rubik: ti dicono che devi mettere tot lettere e tot numeri, ma se un numero è riconducibile a te (ad esempio la tua data di nascita) ti chiedono di cambiare. Lo stesso se è un nome o una cifra già utilizzata da qualche utente. Altre complicazioni: non ci devono essere numeri facili tipo appunto 1234, non ci devono essere due lettere uguali una dietro l’altra, alcune volte ti impongono sei caratteri, altre volte otto. I siti più evoluti ti sbertucciano on line dando un voto al livello di sicurezza della soluzione che hai scelto: «password accettata, ma ti dò quattro».

Mi dicono che c’è ora una chiavetta Usb che con una sola password memorizza e fa accettare in automatico tutte le altre password che usi sul computer. L’unico inconveniente è che c’è da imparare un’altra password. Devastati come siamo da password, nomi, codici e cifre, mi domando come possiamo essere accusati di mancanza di fantasia nell’inventarne di nuovi. Per quanto mi riguarda credo di essermi impegnato: ho fatto cinque figli soprattutto per avere cinque nomi e cinque date di nascita da ricordare. I nomi e le date di nascita mia e di mia moglie le avevo già esaurite, tra banche e vari siti web. Anche la data del matrimonio era stata inghiottita, mi pare per la tessera-sconto del venditore di caldarroste. Per l’ultima figlia ho così scelto un nome breve e facile da ricordare: Lucia. L’ho digitato per pagare il bollo della macchina ma mi hanno riso in faccia: Lucia è inflazionato, mi hanno detto via video, provi con Renzo. Le nuove barriere architettoniche, ecco che cosa sono le password. E noi poveri utenti i nuovi disabili.

Michele Brambilla (Il Giornale)

PENSARE POSITIVO

Si dice che i Giapponesi abbiano un modo di tradurre il termine “crisi” molto interessante: si tratta di un ideogramma composto da due parti che significano l’una “pericolo”, l’altra “occasione, possibilità d’azione”.

Lo stato di crisi non indica allora una situazione di disordine o di penoso pessimismo, ma una condizione di particolare vitalità, di occasione per una evoluzione della realtà, per superare posizioni di pericolo, in cui tutti sono impegnati a dare il loro apporto in un clima di collaborazione serena.

Il miglior augurio che il padre cinese usa formulare per il proprio figlio che nasce è di vivere tempi difficili, perchè considerati i più interessanti: non se supinamente accettati ma attivamente vissuti.

Sia questo un piccolo aiuto a superare il rischio odierno di una inerte rassegnazione di fronte alla realtà e a pensare positivo, nonostante il meteo, direbbe il mitico Salvatore Furia.

COSA PUO’ DARE UNA BANDA

Una tristezza così
non la sentivo da mai
ma poi la banda arrivò
e allora tutto passò
volevo dire di no
quando la banda passò
ma il mio ragazzo era lì
e allora dissi di si
e una ragazza che era triste
sorrise all’amor
ed una rosa che era chiusa
di colpo sbocciò
ed una flotta di bambini festosi
si mise a suonare come fa la banda
e un uomo serio il suo cappello
per aria lanciò
fermò una donna che passava
e poi la baciò
dalle finestre quanta gente spuntò
quando la banda passò
cantando pace ed amor
Quando la banda passò
nel cielo il sole spuntò
e il mio ragazzo era lì
e io gli dissi di si
La banda suona per noi
E tanta gente dai portoni
cantando sbucò
e tanta gente in ogni vicolo
si riversò
e per la strada
quella povera gente marcia felice
dietro la sua banda
Se c’era uomo che piangeva
sorrise perché
sembrava proprio che la banda
suonasse per lui
in ogni cuore la speranza spuntò
quando la banda passò
cantando cose d’amor
La banda suona per noi

da “LA BANDA” di Mina

COLTIVARE SOLO il proprio orticello?

I quotidiani locali hanno dato ampio spazio a quanto sta accadendo sulla collina di Cardina, dove un intervento edilizio, ancorchè lecito, sta creando numerosi disagi dal punto di vista viabilistico, di sicurezza per gli abitanti e potrebbe pregiudicare gravemente l’equilibrio geologico del territorio.

Ora pare che tra la popolazione locale vi sia una sorta di disinteresse, nella convinzione che altri siano i problemi del quartiere e che gli abitanti della collina stiano facendo rumore solo per salvaguardare i propri interessi, per tutelare il privilegio di vivere in un ambiente esclusivo e cercando di tenere lontano eventuali scocciatori.

Non mi pare sia il caso; ma quand’anche così fosse, dobbiamo renderci conto che la frenetica attività edilizia che sta aggredendo il nostro territorio è esclusivamente speculativa, e per l’interesse di investimenti individuali viene sacrificato un patrimonio collettivo, magari con la scusa dello sviluppo dell’economia e del turismo, ma più concretamente perchè l’attività edilizia forma beni rifugio e le case sul lago valgono più delle azioni quotate in borsa, soprattutto alla luce degli attuali chiari di luna, con un continuo incremento di valore.

Tutti, quindi, dovremmo lavorare, senza preconcetti ed individualismi, perchè all’assalto del cemento che uccide il territorio, si oppongano programmi di valorizzazione dei tesori rappresentati da cultura e paesaggio, e mi pare che perchè la Collina di Cardina rimanga così come è, valga la pena di alzare la voce!

AMORE E REGALI

Il postino suonò due volte. Mancavano pochi giorni a Natale. Aveva fra le braccia un grosso pacco avvolto in carta preziosamente disegnata e legato con nastri dorati. «Avanti», disse una voce dall’interno. Il postino entrò. Era una casa malandata: si trovò in una stanza piena d’ombre e di polvere. Seduto in una poltrona c’era un vecchio. «Guardi che stupendo paccone di Natale!» disse allegramente il postino. «Grazie. Lo metta pure per terra», disse il vecchio con la voce più triste che mai.
Il postino rimase imbambolato con il grosso pacco in mano. Intuiva benissimo che il pacco era pieno di cose buone e quel vecchio non aveva certo l’aria di spassarsela bene. Allora, perché era così triste? «Ma, signore, non dovrebbe fare un po’ di festa a questo magnifico regalo?». «Non posso… Non posso proprio», disse il vecchio con le lacrime agli occhi. E raccontò al postino la storia della figlia che si era sposata nella città vicina ed era diventata ricca. Tutti gli anni gli mandava un pacco, per Natale, con un bigliettino: «Da tua figlia Luisa e marito». Mai un augurio personale, una visita, un invito: «Vieni a passare il Natale con noi».
«Venga a vedere», aggiunse il vecchio e si alzò stancamente. Il postino lo seguì fino ad uno sgabuzzino. Il vecchio aprì la porta. «Ma…» fece il postino. Lo sgabuzzino traboccava di regali natalizi. Erano tutti quelli dei Natali precedenti. Intatti, con la loro preziosa carta e i nastri luccicanti. «Ma non li ha neanche aperti!» esclamò il postino allibito. «No», disse mestamente il vecchio. «Non c’è amore dentro».

SENZA COMMENTO

Hey
in questo mondo di ladri
c’è ancora un gruppo di amici
che non si arrendono mai

Hey
in questo mondo di santi
il nostro cuore rapito
da mille profeti e da quattro cantanti

noi
noi stiamo bene tra noi
e ci fidiamo di noi
in questo mondo di ladri
in questo mondo di eroi
non siamo molto importanti
ma puoi venire con noi

Hey
in questo mondo di debiti
viviamo solo di scandali
e ci sposiamo le vergini

Hey
e disprezziamo i politici
e ci arrabbiamo preghiamo
ridiamo piangiamo
e poi leggiamo gli oroscopi

Voi
vi divertite con noi
e vi rubate fra voi
in questo mondo di ladri
in questo mondo di eroi
voi siete molto importanti
ma questa è festa per noi

Hey
in questo mondo di ladri
c’è ancora un gruppo di amici
che non si arrendono mai

noi
noi stiamo bene tra noi
e ci fidiamo di noi
in questo mondo di ladri
in questo mondo di eroi
non siamo molto importanti
ma puoi venire con noi
In questo mondo di
In questo mondo di

ANTONELLO VENDITTI 1988!!!!

CARDINA TRA ARTE E SETA: GUIDO RAVASI

La collina del cinema ricorda l’industriale tessile comasco in occasione della mostra “Guido Ravasi: il signore della seta”.

Cocktail di inaugurazione Venerdì 12 Dicembre 2009 ore 18.00
Ingresso libero

 autoritratto

L’Associazione Cardina propone nell’ambito degli eventi per Telethon una mostra fotografica per ricordare la figura di Guido Ravasi (1877-1946).

L’esposizione avrà luogo presso la sede della BNL, Piazza Cavour 32 a Como da Venerdì 12 dicembre 2008, in occasione dell’apertura delle manifestazioni pro – Telethon edizione 2008. I pannelli rimarranno installati presso la BNL, al primo piano intorno al giardinetto interno fino Venerdì 16 gennaio 2009 seguendo gli orari di apertura al pubblico: 8.30 – 13.30 e 14.30 – 16.00 La mostra, ad ingresso libero, vuole essere un ulteriore omaggio al noto industriale tessile che tra i primi ha portato il “Made in Como” nel mondo. Recentemente ricordato presso la “Fondazione Antonio Ratti”, l’esposizione è un ricordo che porta in evidenza l’aspetto umano e culturale di Ravasi. La sua villa di Cardina, oltre che essere luogo di lavoro, era un crocevia di incontri e scambi culturali. Innumerevoli i personaggi celebri che hanno soggiornato presso Ravasi: attori, intellettuali, politici, artisti… La figura di Ravasi è anche ricordata nelle prime pagine del libro “La Collina del Cinema” (Nodo Libri, 1992 – Como) dove Marcello Piccardo ricorda il mecenate che lo ospitava in una delle sue abitazioni. Fu poi lo stesso Marcello Piccardo che, negli anni successivi portò Bruno Munari a conoscere la Collina di Cardina dove s’installò la celebre “Cineteca di Monteolimpino” raccontata e descritta nei film sperimentali. Un percorso, anche con materiale inedito, volto a scoprire e celebrare le varie facce di un personaggio innovatore. L’esposizione è curata da Sonia ed Alberto Schenetti, Federico Faverio e Francesca Cola dell’Associazione Cardina in collaborazione con Must – Fondazione Antonio Ratti, Nodo Libri ed il Museo della Seta di Como.

Info: ASSOCIAZIONE CARDINA – via Conconi 12, 22100 Cardina – Como (I) Tel: 3397324013 – cardina@email.it – www.cardina.it – fax: 02700402158

COMO E IL LARIO SOTTO LA NEVE

Febbraio 1902: nei borghi e nelle frazioni che dominano la città, sulle alture che coronano la nostra convalle, da Lora a Camerlata, a Monteolimpino, l’altezza della neve raggiunge il mezzo metro. Nevica a “larghe falde” e la città, adagiata poco più in basso, si nasconde alla vista… Gli storici ci raccontano di antichi inverni, terribili e devastanti, durante i quali le viti si disseccano, il vino ghiaccia nelle botti o l’acqua gettata dalle finestre solidifica prima di toccar terra. Sono le “prodezze del tempo”. Spesso sono giunte in anticipo, altre volte si sono fatte attendere portando l’inverno…a primavera inoltrata, talvolta hanno mancato l’appuntamento regalando stagioni miti, tepori inaspettati, fioriture anticipate, od ancora, come nel lontano 1794, lasciando senza neve ghiacciaie e nevere…

dal libro di Gabriele Asnaghi appena uscito in libreria, ricco di foto del nostro territorio sotto la neve e di approfondimenti storici e meteo di Willi De Taddeo, Simone Rossetto e Roberto Meda

LINEA CADORNA

CONSEGNA DELLE OPERE DI RECUPERO DELLA LINEA AVANZATA FRONTIERA NORD (LINEA CADORNA)

COMO 22 NOVEMBRE 2008 – Collina del Pin Umbrela Fortino Monte Sasso

Ore 8 ritrovo a Monteolimpino zona via Cardano o a Cavallasca presso Villa Imbonati sede del Parco Spina Verde.

Ore 8,30 – 9 concentrazione per le vie d’accesso quindi partenza verso Monte Sasso seguendo percorso storico per raggiungere il fortino.

Ore 10 visita alle trincee – rappresentazione storica, letture e canti, a seguire consegna e interventi commemmorativi.

Ore 11 incontro di ristoro fra partecipanti e studenti.

Ore 12 termine e rientro alle zone di partenza.

ISTRUZIONI PER RAGGIUNGERE IL FORTINO DEL MONTE SASSO

Dal piazzale della chiesa parrocchiale di Cavallasca, imboccare, sulla destra via XX Settembre e percorrerla fino al bivio (mt. 100 ca) _ Al bivio, imboccare, sulla sinistra, via Carbonera e percorrerla fino al crocevia (mt 100 ca) _ In coincidenza del percorso sterrato, imboccare via Maiocca (a tratti sterrata e a tratti pavimentata) e percorrerla, senza deviare, fino al bivio in prossimità della cancellata metallica, sulla sinistra che segna il confine italo-svizzero (mt 600 ca) _ Al bivio imboccare la mulattiera, sulla destra, che tende a salire e percorrerla fino al Fortino del Monte Sasso (mt 300 ca) Date le condizioni del percorso, i divieti di transito, la mancanza di aree di sosta, è consigliabile raggiungere a piedi il luogo della cerimonia. Il tempo occorrente, partendo dalla Chiesa Parrocchiale di Cavallasca, è pari a 15 minuti. Coerentemente col percorso a piedi, sono disponibili aree di parcheggio nei pressi del Municipio di Cavallasca, in via Carbonera e all’inizio di via Monte Sasso.

NUOVA SEDE UNICEF

Il Comitato provinciale UNICEF di Como, presieduto da Giuseppe Veca, ha trasferito la propria Sede a Monte Olimpino in Via Bellinzona 149/c presso il Centro Civico.

Potete prendere contatto andando a trovare i volontari nelle ore di apertura dal lunedì al venerdì dalle 9.00 alle 12.00 e dalle 15.00 alle 18.30 (chiuso il sabato e la domenica), oppure

telefono: 031 57 11 74

fax: 031 57 11 74

e-mail: comitato.como@unicef.it

L’UNICEF (Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia) è la principale organizzazione mondiale per la tutela dei diritti e delle condizioni di vita dell’infanzia e dell’adolescenza. Fondato nel 1946 su decisione dell’Assemblea Generale dell’ONU, l’UNICEF opera attualmente in 156 Paesi in via di sviluppo attraverso 126 uffici permanenti sul campo (Country Offices) e in 36 Paesi economicamente avanzati tramite una rete di Comitati Nazionali. La missione dell’UNICEF è di mobilitare in tutto il mondo risorse, consenso e impegno al fine di contribuire al soddisfacimento dei bisogni di base e delle opportunità di vita di ogni bambino, ragazzo e adolescente.

INTOLLERANZA…a senso inverso

Il consiglio di amministrazione del Museion di Bolzano ha deciso che, nonostante le proteste di molti cattolici e una richiesta del Papa in persona, la «rana crocefissa» dell’artista tedesco Martin Kippenberger resterà dov’è, cioè esposta alla mostra che si chiuderà il 21 settembre.

Per singolare coincidenza, la decisione segue di poche ore il quasi-licenziamento (scampato solo all’ultimo momento) del custode di un altro museo, Ca’ Rezzonico di Venezia, colpevole di aver impedito l’ingresso a una donna musulmana resa irriconoscibile dal velo.

Quando il povero custode (povero perché è stato seppellito dalle critiche e s’è perfino preso dello stupido dal sindaco di Venezia, Cacciari) è finito in prima pagina su tutti i giornali per la sua irremovibilità nell’applicare il regolamento, qualcuno ha parlato di «spirito dei tempi». Lo spirito dei tempi sarebbe l’islamofobia, o più in generale la xenofobia e il razzismo imperanti in questa Italia di leghisti e di fascisti.

È possibilissimo che ci sia un diffuso sentimento di ostilità nei confronti degli stranieri e dei musulmani in particolare, ed è senz’altro vero che una società moderna e matura (ma più in generale ogni società di ogni tempo) deve sapere accogliere chi viene da oltre confine e capire che le diversità possono arricchire. E poi il mondo è proprietà di tutti (o di nessuno: è la stessa cosa).
Tuttavia, «spirito dei tempi» è anche – e forse soprattutto – quello che ben è stato rappresentato dalle due diverse reazioni dei musei di Venezia e di Bolzano.

Nel primo caso ha prevalso la difesa della libertà di espressione e di culto: se la donna si vuol vestire così per una scelta religiosa è liberissima di farlo, si è detto. Nel secondo caso ha prevalso la difesa della laicità: la religione non deve mettere becco nell’arte. Credo che la «rana crocefissa», sulla cui qualità artistica non mi esprimo anche se mi pare identica alle sorpresine dell’ovetto Kinder, debba restare dov’è: esposta al giudizio dei visitatori del museo. Lo credo soprattutto perché una sua rimozione non farebbe che il gioco dell’autore, un perfetto sconosciuto che ha ottenuto facile pubblicità seguendo una tattica stra-abusata, quella di creare il caso per passare poi da vittima dell’oscurantismo clericale. Non auspico alcuna censura, quindi, e anzi i cattolici farebbero meglio a non protestare per non prolungare lo spot. Ma credo anche che nessuna persona di buon senso, e di retta coscienza, possa fare a meno di notare l’evidente differenza tra i casi di Bolzano e di Venezia. A Bolzano s’è esposta un’opera che i cattolici hanno ritenuto offensiva, ma dei loro sentimenti non è fregato niente a nessuno. A Venezia il custode ha semplicemente applicato non solo il regolamento del museo, ma anche due leggi dello Stato (la seconda delle quali confermata da referendum popolare) che impedisce a chiunque di circolare completamente travisati. Si badi bene: nella decisione del custode di Venezia non c’era nulla di religioso; solo un’esigenza di ordine pubblico. Per lo stesso motivo, nessuno sarebbe potuto entrare nel museo con un passamontagna o un casco integrale.

In sintesi: i cattolici devono piegarsi alla laicità dello Stato; ma le leggi dello Stato laico devono piegarsi alla libertà di culto dei musulmani. Questo è lo spirito dei tempi, forse (anzi, sicuramente) non prevalente tra il popolo, ma dominante nei giornali, tra gli intellettuali, nel mondo dell’arte, nelle direzioni dei musei, insomma in quel milieu culturale che, alla fine, forma e plasma le coscienza di una nazione.
Questa è l’Italia, e più in generale l’Occidente di oggi. Un mondo in cui guai se nella mensa di una scuola c’è una fettina di prosciutto cotto, ma guai anche se c’è il pesce il venerdì. Un mondo in cui guai a far vignette sugli islamici, ma guai anche a eccepire sulle Madonne che piangono sperma, sulle Ultime Cene sadomaso, sui presepi con le pornodive al posto della madre di Gesù. È un mix di debolezza culturale, vergogna delle proprie radici, complessi di inferiorità e livori anticattolici. Uno «spirito» che non ha niente a che fare con il rispetto degli stranieri e il dovere di accoglienza, ma proprio niente.

MICHELE BRAMBILLA Vice Direttore de “Il Giornale”