BASTANO 45 MINUTI???

La famiglia esiste ancora? Non stiamo chiedendoci che ne è della famiglia classica, con un padre, una madre, due figli, e nessun divorzio di mezzo e neppure qualche altro dimezzamento. A questa domanda chi radiografa la moderna società in cammino già sta dando riposte, tenendo conto di tante novità e tante sfumature socioeconomiche: dalla famiglia tradizionale, a quella monoparentale, a quelle allargate, ecc. No, la nostra domanda sulla famiglia di oggi verte concretamente sul numero di ore al giorno nelle quali la famiglia esiste: esiste nel senso che si ritrova, sta assieme e passa momenti in comune.

Uno studio inglese, realizzato in questi mesi esplorando la quotidianità di tremila adulti e bambini britannici, dice che questa istituzione temporalmente trascorre unita – udite, udite – circa 45 minuti al giorno. Compresi i minuti passati a mangiare e a guardare insieme la tv. Un dato crudo, che contabilizza i minuti restanti, dopo aver sommato tutte le attività che i membri di una famiglia svolgono singolarmente, o con altre persone, amici, colleghi, conoscenti fuori dalla cerchia familiare. Oltre al tempo di lavoro di entrambi i genitori e le loro attività individuali (sport, amici, hobby, cultura, ecc.) che fanno la parte del leone, rosicchiano tempo alla famiglia unita: la scuola, i corsi di musica, ginnastica o qualche altro hobby di questo o quel bambino, i minuti regalati al computer/ o al proprio programma tv /o al telefonino, gli incontri/le festicciole/i compleanni con gli amici.

Restano da fare tutti assieme solitamente la cena, lo shopping in un centro commerciale, un po’ di sport e le vacanze: per – come scritto mediamente – 45 minuti al giorno. Poco, davvero poco. E, probabilmente, nessuna di queste famiglie, indaffarate come sono a portare a termine le molteplici attività o a seguire gli interessi secondo la fitta agenda settimanale, si accorge di questo. Volano così le settimane e la famiglia col turbo assomiglia più ad una pista di decollo dalla quale passano a gran velocità tutti i suoi membri per raggiungere questa o quella meta, rientrare quel tanto che basta nell’“hangar” e ripartire. Ma bastano 45 minuti al giorno per nutrire i propri sentimenti, interagire, comunicare in scala 1 a 1 e non virtualmente? Ce lo chiediamo. Alcuni mamme e papà che seguono (per volontà, o per inerzia) questi modelli ‚ ad alta velocità sono convinti che il tempo sia soprattutto qualità e non quantità. E che quindi quell’oretta basti e avanzi. “Sarà, sarà” diceva una vecchia canzone per bambini “Sarà ma non ci credo”.

Monica Piffaretti da “Il caffè”

Asteroide o 6…

Azzeccare il 6 al Superenalotto è un’impresa difficilissima, molto più difficile che essere colpiti da un asteroide, anche in periodo di stelle cadenti.
Infatti, facendo qualche calcolo statistico si scopre che le probabilità di azzeccare la sestina vincente sono quasi nulle: solo 1 su 622.614.630. Le probabilità di successo riferite alle altre combinazioni vincenti sono di 1 su 326 per il tre, 1 su 11.907 per il quattro, 1 su 1.235.346 per il cinque e di 1 su 103.769.105 per il cinque+uno.
Però se il numero delle combinazioni giocate continua ad aumentare…prima o poi…Good luck!… soprattutto a quell’esercito’ di oltre 7 milioni di pensionati, per l’esattezza 7 milioni 675 mila, che non arriva a 1.000 euro al mese. A scattare la fotografia datata 2007, rendendo note le tabelle dell’indagine dei mesi scorsi, è l’Istat.

In particolare, in 2 milioni 706 mila 918 percepiscono una pensione mensile tra i 500 ed i 750 euro; e in 2 milioni 123 mila 369 una pensione tra i 750 ed i 999 euro. A questi vanno aggiunti i 2 milioni 844 mila 989 pensionati che percepiscono pensioni che non superano i 500 euro al mese.

Andando avanti nella ‘classifica’, sono circa 3 milioni e 900 mila, invece i pensionati che percepiscono pensioni tra i 1000 ed i 1.500 euro mentre a percepire un assegno tra i 1500 ed i 1749 euro sono in 1 milione 278 mila.

Da qui in poi le classi si fanno meno numerose: in 918 mila prendono una cifra tra i 1750 ed i 1.999 euro al mese; in 662 mila una pensione mensile tra i 2 mila ed i 2250 euro; in 425 mila una pensione tra i 2.250 ed i 2.300 euro al mese ; in 447 mila una pensione tra i 2500 ed i 3mila euro. Sono infine 537 mila 447 a percepire un assegno da 3 mila euro in su ogni mese.

Meglio mettere le mani avanti…

Legge 11 agosto 1991, n. 266 Legge-quadro sul volontariato”
(Pubblicata in G.U. 22 agosto 1991, n. 196)

1. Finalità e oggetto della legge.
– 1. La Repubblica italiana riconosce il valore sociale e la funzione dell’attività di volontariato come espressione di partecipazione, solidarietà e pluralismo, ne promuove lo sviluppo salvaguardandone l’autonomia e ne favorisce l’apporto originale per il conseguimento delle finalità di carattere sociale, civile e culturale individuate dallo Stato, dalle regioni, dalle province autonome di Trento e di Bolzano e dagli enti locali.
– 2. La presente legge stabilisce i principi cui le regioni e le province autonome devono attenersi nel disciplinare i rapporti fra le istituzioni pubbliche e le organizzazioni di volontariato nonché i criteri cui debbono uniformarsi le amministrazioni statali e gli enti locali nei medesimi rapporti.

2. Attività di volontariato.
– 1. Ai fini della presente legge per attività di volontariato deve intendersi quella prestata in modo personale, spontaneo e gratuito, tramite l’organizzazione di cui il volontario fa parte, senza fini di lucro anche indiretto ed esclusivamente per fini di solidarietà.
– 2. L’attività del volontario non può essere retribuita in alcun modo nemmeno dal beneficiario. Al volontario possono essere soltanto rimborsate dall’organizzazione di appartenenza le spese effettivamente sostenute per l’attività prestata, entro limiti preventivamente stabiliti dalle organizzazioni stesse.
– 3. La qualità di volontario è incompatibile con qualsiasi forma di rapporto di lavoro subordinato o autonomo e con ogni altro rapporto di contenuto patrimoniale con l’organizzazione di cui fa parte…

17 LUGLIO 1969

Tra i documenti che mi è capitato di vedere in occasione della rievocazione del 40° anniversario della discesa dell’uomo sulla Luna, quello più toccante è certamente il necrologio ritrovato negli Archivi Nazionali di Washington, D.C. .

Il comunicato stampa, datato 18 luglio 1969, è redatto in modo che il presidente Nixon potesse leggerlo in diretta TV, nel caso in cui gli astronauti della missione Apollo 11 fossero deceduti durante la loro missione sulla Luna.

Leggere questo brano di storia ci riporta alla mente la grandezza della loro missione e quante incertezze e pericoli abbiano dovuto affrontare questi primi tre uomini nella loro storica impresa.

«Il destino ha voluto che gli uomini che sono andati sulla Luna per esplorarla in pace, rimarranno sulla Luna per riposare in pace. Questi uomini impavidi, Neil Armstrong ed Edwin Aldrin, sanno che non c’è speranza per il loro recupero. Ma sanno che c’è speranza per l’umanità nel loro sacrificio. Questi due uomini stanno donando le loro vite per l’obiettivo più nobile dell’umanità: la ricerca della verità e della conoscenza. Si addoloreranno le loro famiglie ed i loro amici; si addolorerà la loro nazione; si addolorerà tutta la gente del mondo; si addolorerà la Madre Terra per avere mandato due dei suoi figli verso l’ignoto. Nella loro esplorazione, hanno unito le popolazioni del mondo come se fosse una; nel loro sacrificio, hanno legato ancora più strettamente la fratellanza tra gli uomini. Nei giorni antichi, gli uomini hanno guardato le stelle ed hanno visto i loro eroi nelle costellazioni. Oggi, noi facciamo lo stesso, ma i nostri eroi sono uomini in carne e ossa. Altri seguiranno e certamente troveranno la loro via di casa. La ricerca dell’Uomo non verrà negata. Ma questi uomini erano i primi, e i primi resteranno nei nostri cuori. Ogni uomo che guarderà la Luna nella notte, saprà che c’è da qualche parte un piccolo angolo che sarà per sempre l’umanità.»

Nella banda del mio paese

Io fui trombone. Nella banda del mio paese. Lo fui per poco. Giusto il tempo necessario e sufficiente per capire che non avevo nessun orecchio musicale e che sarebbe stato meglio cedere strumento e divisa ad altri. Come in effetti accadde. Ma quel tempo che mi servì a comprendere come fossi inetto con lo strumento in mano fu altrettanto necessario e sufficiente a insegnarmi una cosa: la banda è un cosmo, o microcosmo se vogliamo, autarchico.
Avevo quattordici anni allora, età di belle speranze. Uscivo poco di casa, la sera, quasi niente. Iscrivermi al corso per aspiranti musicanti fu il viatico che mi permise di violare il buio della notte, due volte la settimana. Garantiti dal fatto che non me ne andavo a zonzo ma incontro a uno scopo ben preciso, i genitori non ebbero obiezioni. Fu il destino che in sorte mi assegnò il trombone, forse alludendo? Non so. Ma giuro che se mi toccasse di rinascere chiederei che mi venisse assegnato un cognome che inizi con la “a”. Poiché la distribuzione degli strumenti procedette per ordine alfabetico e i primi, fortunati, fecero incetta di clarini e cornette. A me, paria dell’alfabeto, toccò il trombone.
Fu un bene. Lo dico adesso, a ragion veduta, divinando in quel caso una precisa lezione di vita. Poiché, mi fosse capitata tra le mani una cornetta o altro strumento solista, la mia inettitudine, chiara sin dalle prime prove sul campo, mi avrebbe tolto la possibilità di vivere, almeno per un po’, il mondo della banda. E invece, col trombone in mano, compresi che si può campare anche alle spalle altrui. In altre parole, non volendo cedere di fronte all’evidenza quando, passata la stagione dei solfeggi e iniziata quella delle prove comuni, fu evidente che non mi riusciva di stare al passo insieme agli altri, cominciai a fingere. Gli altri strumenti di accompagnamento suonavano seguendo il ritmo, io mi adeguavo gonfiando gote, schiacciando tasti ma senza che dalla bocca del mio trombone uscisse una sola nota.
Perché ?, si chiederà. Mi si abbuoni, prima della risposta, il beneficio dell’età. Di quell’età lontana in cui ai miei occhi tutto il mondo era paese, era il paese. Un universo ancora da scoprire, un micro mondo complicato come il mondo grande e per entrare nel quale serviva una specie di invito. Ecco cosa fu la banda, l’invito a entrare nel tessuto del paese. Per cui, stando così le cose, mi si perdonerà il trucchetto di bassa furbizia cui ricorsi pur di non perdere l’esordio in pubblico con tanto di divisa tagliata su misura. Fu come sedere in prima fila al cinema l’esordio, che coincise con la processione del Corpus Domini. E che svelò ai miei occhi un altro corpo, più materiale, ma vivo, palpitante, fatto di contrade, portoni, antri, umidità, chiazze, profumi e puzze, nasi, orecchie a sventola, aliti vinosi, cieli stellati, parole dialettali, negozi, porfidi e silenzi. Andavo componendo, senza saperlo, il mio vocabolario. Fieno in cascina, insomma. Mettevo a punto il tiro del mio futuro, fingendo di suonare.
Non so se gli altri soci musicanti si siano mai accorti della mia finzione. Se no, ne andrebbe del prestigio del loro orecchio (alcuni sono ancora in attività). Se sì, invece, il fatto torna a loro onore e gloria, nessuna madre infatti disprezza i propri figli, per quanto brutti. Circa la mia carriera, finì di lì a breve. Per qualche mese ancora portai a spasso il mio trombone. Poi evidentemente la musa del pentagramma mi spinse alla confessione. Consegnai lo strumento, dopo averlo lucidato un’ultima volta col Sidol, e anche la divisa su misura. Che, con piccolissimi aggiustamenti, andò a vestire, absit iniuria verbis, un trombone vero.

Andrea Vitali da “Il caffè”

Decalogo per genitori che intendono rovinare il proprio figlio

• Fin dall’infanzia dategli tutto quello che vuole, non deve essere privato di nulla, è importante che apprenda fin da piccolo che la famiglia, la società lo debba mantenere.

• Se dice una parolaccia, se vi risponde arrogantemente, se disobbedisce e si ribella ai vostri ordini, non reagite, abbiate pazienza e fategli un sorrisetto. Lui deve sempre sentirsi importante, divertente, al centro.

• Non dategli nessuna educazione umana e spirituale, aspettate che sia lui a decidere i suoi comportamenti; anzi ditegli che non intendete frustrarlo con norme ed insegnamenti, ma lasciarlo a se stesso nella selva dei suoi desideri. Così proverà tutte le emozioni.

• Mettete in ordine tutto ciò che lascia in giro: libri, scarpe, vestiti; fate tutto quello che dovrebbe fare lui in modo che si abitui a scaricare sugli altri le sue responsabilità e si faccia servire dagli altri.

• Litigate sui metodi di rapportarsi a lui in sua presenza, elogiatelo, proteggetelo ora uno ora l’altro ritenendo i suoi errori comprensibili inezie, ragazzate. Allora apprenderà ben presto che la sua famiglia è tollerante ed è disponibile ad accettare qualsiasi sua devianza.

• Date a vostro figlio tutto il denaro che vi chiede, non lasciate mai che lo guadagni, c’è sempre tempo per fare sacrifici e poi ditegli che non volete che faccia fatica a vivere, come avete fatto voi. Tutti i giorni saranno per lui festa, divertimento,euforia, e sentitevi orgogliosi di un figlio vitellone.

• La casa sia ricca, abbondante di cibo, di vestiti, di musica, di televisione. La mamma gli prepari saporosi pranzi, vestiti firmati, il bagno, il letto per far riposare e rilassare il cocco affaticato, estenuato dal divertimento.

• Prendete le sue difese contro i vicini di casa, gli insegnanti, gli agenti dell’ordine, il partner che l’ha lasciato o il principale che l’ha licenziato, perché tutti prevenuti contro di lui, vostro figlio. Il suo narcisismo, in questo modo , diverrà lo stile per presentarsi agli altri.

• Se si mette nei guai con qualcuno o con la giustizia, giustificatelo dicendo che sono stati gli amici, l’ambiente che frequenta a trascinarlo nell’errore, nella mancanza, nella devianza e dichiarate davanti a lui di essere consapevoli e comprensivi delle difficoltà che incontra. Non avrà mai nessun senso di colpa.

Se poi vostro figlio in seguito vi disprezzerà, umilierà e non avrà nessuna stima e riconoscimento verso i suoi genitori, ripetete la solita esclamazione : “Abbiamo sbagliato tutto”

Don Chino Pezzoli

Nuove barriere architettoniche

Con la spocchia e l’arroganza che contraddistinguono quasi tutti i detentori di un potere, i detentori del nuovo e vero potere mondiale – i sacerdoti dell’informatica – ci hanno umiliato facendoci capire quanto siamo deficienti noi sudditi, e cioè noi semplici utenti, e non tecnici, del web.

Leggo infatti su un’agenzia battuta da Washington che la società Errata Security ci tira le orecchie per l’imperizia con cui scegliamo le password. «Per la posta elettronica, lo sanno tutti – è scritto nell’agenzia – non bisogna utilizzare mai parole chiave troppo elementari». E già: lo sanno tutti. «Eppure – proseguono i cervelloni – secondo uno studio americano c’è ancora chi sceglie sequenze come “1234” per la propria e-mail o per l’accesso via Internet al conto corrente». Il nostro modo di navigare su Internet, ci dicono ancora gli studiosi americani, «è disarmante nella sua ingenuità». Spiegazione: «Per il 16 per cento, le password esaminate sono nomi propri mentre il 14 per cento sono sequenze di numeri (1234) o di lettere (QWERT o ASDFG) corrispondenti a tasti contigui sulla tastiera del computer. Con uno sforzo di fantasia minimo, alcuni non sono andati oltre “yes” e “no”.

Roberth Graham, uno degli autori dello studio, ricorda che per garantirsi un minimo di sicurezza bisogna scegliere password alfa-numeriche di almeno otto caratteri, compresi maiuscole e minuscole e segni come la virgola o il punto». Non so che cos’abbia da fare tutto il giorno il professor Robert Graham, ma conosco bene la condizione in cui l’informatica ha ridotto qualsiasi poveraccio che per campare, tra una password e un nome-utente da inventare, deve anche trovare qualche ritaglio di tempo per lavorare.

La tecnologia ci ha indubbiamente sgomberato il cervello da un considerevole numero di file. I numeri di telefono, ad esempio. Li abbiamo memorizzati sul cellulare e nessuno di noi è più costretto a conoscere a memoria quello dell’amico, della zia, della trattoria fuori porta. Il vantaggio è evidente, anche se il rischio è quello di restare isolati dal mondo quando si perde il cellulare. Ma già lo stesso cellulare impone di conoscere a memoria almeno due codici: il Pin e il Puk. Quest’ultimo è fondamentale se si dimentica il Pin ma di fatto è una sorta di mistero come il Codice da Vinci, la datazione della Sindone e la Piramide di Cheope: pochi sanno che esiste, quasi nessuno lo ricorda. Anni fa ne feci un punto d’onore: me lo scrissi su un foglietto che tenevo sempre lontano dal cellulare. Mi capitò di perdere il telefonino e telefonai tranquillo al giornale per dare tutte le coordinate: «Ho il Pin e il Puk», dissi con un certo orgoglio. Mi sentii rispondere che non servivano a nulla senza il codice Imei, una carognata di quindici cifre a prova di Pico della Mirandola.

C’è naturalmente la possibilità di segnarsi tutto con la vecchia tecnica: a mano, su un foglietto. Ormai però il foglietto non basta più: occorre una piccola Treccani. Ieri ad esempio mi è arrivato dalla banca il codice segreto (Pin) della nuova carta di credito-bancomat: cinque cifre. Ho telefonato per sapere quando mi sarebbe arrivata anche la carta: «Prima le deve arrivare l’altro codice Pin, quello per l’utilizzo della carta di credito». E quello che mi è arrivato? «Serve alla funzione bancomat». Ma io veramente ho un altro bancomat: «Ma così, con due carte, sale il limite di spesa». Il nuovo codice che mi arriverà è di sole quattro cifre. Dalla banca mi rassicurano, sarà sufficiente tenere a mente: 1) il numero della carta di credito (sedici cifre); 2) quello del Pin per l’utilizzo come bancomat (cinque cifre); 3) il Pin per l’utilizzo come carta e all’estero (quattro cifre); 4) il numero dell’altra tessera solo bancomat (diciassette cifre); 5) il codice Pin di questa seconda tessera bancomat; 6) il numero verde a cui chiamare, dall’Italia, in caso di smarrimento o di furto della carta di credito-bancomat; 7) il numero verde a cui chiamare, dall’Italia, per bloccare la carta di credito-bancomat; 8) il numero verde a cui chiamare, dall’estero, in caso di smarrimento o di furto della carta di credito-bancomat; 9) il numero verde a cui chiamare, sempre dall’estero, per bloccare la carta di credito-bancomat; 10) il numero verde a cui chiamare, dall’Italia, in caso di smarrimento o di furto della sola tessera bancomat; 11) il numero verde a cui chiamare, dall’Italia, per bloccare la sola tessera bancomat; 12) il numero verde a cui chiamare, dall’estero, in caso di smarrimento o di furto della sola tessera bancomat; 13) il numero verde a cui chiamare, dall’estero, per bloccare la sola tessera bancomat; 14) il numero verde per l’assistenza sull’utilizzo della carta dall’Italia; 15) il numero verde per l’assistenza sull’utilizzo della carta dall’estero; 16) il numero verde «Sempre in linea» che qualche misericordioso tecnocrate sembra aver uniformato per l’Italia e per l’estero, giusto per facilitarci la vita.

Meno male che oggi c’è l’home banking. Puoi fare molte operazioni da casa. È sufficiente ricordarsi il codice cliente e il codice di sicurezza. Naturalmente oltre al proprio numero di conto corrente, all’Abi e al Cab. La banca però non manca mai di venirti incontro e quindi non è più necessario sapere Abi e Cab: avevi messo un lustro per impararli e ora è arrivato il codice Iban, in fondo sono solo ventisette caratteri. C’è anche un Bic, che nessuno ha ancora capito a che cosa serva ma sono solo undici caratteri. Fare un bonifico on line è semplicissimo: una volta ricordati i codici ccl e csi e composto l’Iban del beneficiario, bisogna inserire un nuovo codice segreto stampato su una tesserina che la banca raccomanda tuttavia di tenere sempre distante dal computer. La vita semplice dei giorni nostri non prevede molte altre seccature. È sufficiente ricordarsi, oltre al codice fiscale (che nessun italiano ha ancora imparato a memoria), il codice assistito della tessera sanitaria, la targa della macchina, la password per fare la spesa on line, la password per accendere il computer, quella per accedere alla posta elettronica. Perfino le vecchie tecnologie ci costringono a memorizzare una serie di numeri: non si trova più un maledetto lucchetto per la bicicletta che si possa chiudere con una chiave, ora li fanno con la combinazione.

E poi si lamentano se «non abbiamo fantasia» nell’inventare nuove password ogni volta che entriamo in un sito web che ce ne richiede una. C’è, ad esempio, un servizio on line per pagare le bollette. Quando ti iscrivi, ti chiedono di «generare» un nome-utente e una password. La «generazione» è facile come la soluzione del cubo di Rubik: ti dicono che devi mettere tot lettere e tot numeri, ma se un numero è riconducibile a te (ad esempio la tua data di nascita) ti chiedono di cambiare. Lo stesso se è un nome o una cifra già utilizzata da qualche utente. Altre complicazioni: non ci devono essere numeri facili tipo appunto 1234, non ci devono essere due lettere uguali una dietro l’altra, alcune volte ti impongono sei caratteri, altre volte otto. I siti più evoluti ti sbertucciano on line dando un voto al livello di sicurezza della soluzione che hai scelto: «password accettata, ma ti dò quattro».

Mi dicono che c’è ora una chiavetta Usb che con una sola password memorizza e fa accettare in automatico tutte le altre password che usi sul computer. L’unico inconveniente è che c’è da imparare un’altra password. Devastati come siamo da password, nomi, codici e cifre, mi domando come possiamo essere accusati di mancanza di fantasia nell’inventarne di nuovi. Per quanto mi riguarda credo di essermi impegnato: ho fatto cinque figli soprattutto per avere cinque nomi e cinque date di nascita da ricordare. I nomi e le date di nascita mia e di mia moglie le avevo già esaurite, tra banche e vari siti web. Anche la data del matrimonio era stata inghiottita, mi pare per la tessera-sconto del venditore di caldarroste. Per l’ultima figlia ho così scelto un nome breve e facile da ricordare: Lucia. L’ho digitato per pagare il bollo della macchina ma mi hanno riso in faccia: Lucia è inflazionato, mi hanno detto via video, provi con Renzo. Le nuove barriere architettoniche, ecco che cosa sono le password. E noi poveri utenti i nuovi disabili.

Michele Brambilla (Il Giornale)

PENSARE POSITIVO

Si dice che i Giapponesi abbiano un modo di tradurre il termine “crisi” molto interessante: si tratta di un ideogramma composto da due parti che significano l’una “pericolo”, l’altra “occasione, possibilità d’azione”.

Lo stato di crisi non indica allora una situazione di disordine o di penoso pessimismo, ma una condizione di particolare vitalità, di occasione per una evoluzione della realtà, per superare posizioni di pericolo, in cui tutti sono impegnati a dare il loro apporto in un clima di collaborazione serena.

Il miglior augurio che il padre cinese usa formulare per il proprio figlio che nasce è di vivere tempi difficili, perchè considerati i più interessanti: non se supinamente accettati ma attivamente vissuti.

Sia questo un piccolo aiuto a superare il rischio odierno di una inerte rassegnazione di fronte alla realtà e a pensare positivo, nonostante il meteo, direbbe il mitico Salvatore Furia.

COSA PUO’ DARE UNA BANDA

Una tristezza così
non la sentivo da mai
ma poi la banda arrivò
e allora tutto passò
volevo dire di no
quando la banda passò
ma il mio ragazzo era lì
e allora dissi di si
e una ragazza che era triste
sorrise all’amor
ed una rosa che era chiusa
di colpo sbocciò
ed una flotta di bambini festosi
si mise a suonare come fa la banda
e un uomo serio il suo cappello
per aria lanciò
fermò una donna che passava
e poi la baciò
dalle finestre quanta gente spuntò
quando la banda passò
cantando pace ed amor
Quando la banda passò
nel cielo il sole spuntò
e il mio ragazzo era lì
e io gli dissi di si
La banda suona per noi
E tanta gente dai portoni
cantando sbucò
e tanta gente in ogni vicolo
si riversò
e per la strada
quella povera gente marcia felice
dietro la sua banda
Se c’era uomo che piangeva
sorrise perché
sembrava proprio che la banda
suonasse per lui
in ogni cuore la speranza spuntò
quando la banda passò
cantando cose d’amor
La banda suona per noi

da “LA BANDA” di Mina

COLTIVARE SOLO il proprio orticello?

I quotidiani locali hanno dato ampio spazio a quanto sta accadendo sulla collina di Cardina, dove un intervento edilizio, ancorchè lecito, sta creando numerosi disagi dal punto di vista viabilistico, di sicurezza per gli abitanti e potrebbe pregiudicare gravemente l’equilibrio geologico del territorio.

Ora pare che tra la popolazione locale vi sia una sorta di disinteresse, nella convinzione che altri siano i problemi del quartiere e che gli abitanti della collina stiano facendo rumore solo per salvaguardare i propri interessi, per tutelare il privilegio di vivere in un ambiente esclusivo e cercando di tenere lontano eventuali scocciatori.

Non mi pare sia il caso; ma quand’anche così fosse, dobbiamo renderci conto che la frenetica attività edilizia che sta aggredendo il nostro territorio è esclusivamente speculativa, e per l’interesse di investimenti individuali viene sacrificato un patrimonio collettivo, magari con la scusa dello sviluppo dell’economia e del turismo, ma più concretamente perchè l’attività edilizia forma beni rifugio e le case sul lago valgono più delle azioni quotate in borsa, soprattutto alla luce degli attuali chiari di luna, con un continuo incremento di valore.

Tutti, quindi, dovremmo lavorare, senza preconcetti ed individualismi, perchè all’assalto del cemento che uccide il territorio, si oppongano programmi di valorizzazione dei tesori rappresentati da cultura e paesaggio, e mi pare che perchè la Collina di Cardina rimanga così come è, valga la pena di alzare la voce!