Redazionale

La Svizzera che sopporto e che non sopporto.

Una volta, il grande giornalista italiano Giorgio Bocca scrisse che si era trovato a invidiare la Svizzera, con il suo ordine così disciplinato, perché in quell’ordine avvertiva il sapore di una piena libertà. È vero, chiunque abbia provato la soddisfazione di parcheggiare l’auto negli appositi spazi, pagare la tariffa nel parchimetro e allontanarsi in tutta tranquillità, non può fare a meno di chiedersi: qual è la vera libertà, quella assicurata dall’ordine svizzero o l’anarchia inefficiente del parcheggio in doppia o tripla fila a Roma, ma in certe ore anche a Milano?

Non ci sono dubbi in proposito, o non dovrebbero esserci. Alla lunga l’ordine prevale sempre sul disordine. Basta guardare la cura con cui sono tenute le montagne e le valli elvetiche, a tutto vantaggio dell’equilibrio idrogeologico, per diventare invidiosi: a me della Svizzera piace tutto ciò che non è “italiano”: la precisione, la disciplina, l’interiorizzazione dell’ordine, la condivisione delle regole.

Si comprime la libertà individuale? Be’, sono limitazioni che contribuiscono alla convivenza civile. E che hanno assicurato alla Confederazione elvetica il ruolo di isola tranquilla mentre tutt’intorno l’Europa veniva coinvolta nel processo di globalizzazione.

Poi naturalmente ci sono i difetti, soprattutto quelli percepiti come stereotipo: la Svizzera chiusa in se stessa, cassaforte anonima di capitali di dubbia origine; i suoi atteggiamenti di diffidenza verso l’“altro”, la tutela gelosa dei propri confini, la lunga insofferenza per gli immigrati. Nonché un certo immobilismo culturale, che talvolta invita a recuperare la vecchia battuta di Orson Wells, il quale commentava il Rinascimento italiano, con i suoi omicidi, pugnali, venefici, però con un’autentica esplosione artistica e culturale, Raffaello, Michelangelo, Leonardo: “Mentre la Svizzera, in mille anni di pace, che cosa ha prodotto? L’orologio a cucù”. Ingeneroso, per quanto geniale, Wells.

Infatti la Confederazione ha creato soprattutto fattori istituzionali, metodi di regolazione sociale, strumenti di tenuta politica. Inoltre anche la Svizzera sta cambiando. Sottoposta alle pressioni americane, con le autorità monetarie che l’hanno trattata alla stregua di una supersocietà offshore, di un paradiso fiscale analogo alle isole Cayman, è presumibile che nei prossimi anni la Confederazione debba misurarsi con il mondo aperto. E a quel punto si vedrà se le istituzioni che invidiamo, i referendum, la “formula magica”, sapranno resistere alle nuove sfide.

Edmondo Berselli, giornalista e saggista, da “Il caffè”

BASTANO 45 MINUTI???

La famiglia esiste ancora? Non stiamo chiedendoci che ne è della famiglia classica, con un padre, una madre, due figli, e nessun divorzio di mezzo e neppure qualche altro dimezzamento. A questa domanda chi radiografa la moderna società in cammino già sta dando riposte, tenendo conto di tante novità e tante sfumature socioeconomiche: dalla famiglia tradizionale, a quella monoparentale, a quelle allargate, ecc. No, la nostra domanda sulla famiglia di oggi verte concretamente sul numero di ore al giorno nelle quali la famiglia esiste: esiste nel senso che si ritrova, sta assieme e passa momenti in comune.

Uno studio inglese, realizzato in questi mesi esplorando la quotidianità di tremila adulti e bambini britannici, dice che questa istituzione temporalmente trascorre unita – udite, udite – circa 45 minuti al giorno. Compresi i minuti passati a mangiare e a guardare insieme la tv. Un dato crudo, che contabilizza i minuti restanti, dopo aver sommato tutte le attività che i membri di una famiglia svolgono singolarmente, o con altre persone, amici, colleghi, conoscenti fuori dalla cerchia familiare. Oltre al tempo di lavoro di entrambi i genitori e le loro attività individuali (sport, amici, hobby, cultura, ecc.) che fanno la parte del leone, rosicchiano tempo alla famiglia unita: la scuola, i corsi di musica, ginnastica o qualche altro hobby di questo o quel bambino, i minuti regalati al computer/ o al proprio programma tv /o al telefonino, gli incontri/le festicciole/i compleanni con gli amici.

Restano da fare tutti assieme solitamente la cena, lo shopping in un centro commerciale, un po’ di sport e le vacanze: per – come scritto mediamente – 45 minuti al giorno. Poco, davvero poco. E, probabilmente, nessuna di queste famiglie, indaffarate come sono a portare a termine le molteplici attività o a seguire gli interessi secondo la fitta agenda settimanale, si accorge di questo. Volano così le settimane e la famiglia col turbo assomiglia più ad una pista di decollo dalla quale passano a gran velocità tutti i suoi membri per raggiungere questa o quella meta, rientrare quel tanto che basta nell’“hangar” e ripartire. Ma bastano 45 minuti al giorno per nutrire i propri sentimenti, interagire, comunicare in scala 1 a 1 e non virtualmente? Ce lo chiediamo. Alcuni mamme e papà che seguono (per volontà, o per inerzia) questi modelli ‚ ad alta velocità sono convinti che il tempo sia soprattutto qualità e non quantità. E che quindi quell’oretta basti e avanzi. “Sarà, sarà” diceva una vecchia canzone per bambini “Sarà ma non ci credo”.

Monica Piffaretti da “Il caffè”

Asteroide o 6…

Azzeccare il 6 al Superenalotto è un’impresa difficilissima, molto più difficile che essere colpiti da un asteroide, anche in periodo di stelle cadenti.
Infatti, facendo qualche calcolo statistico si scopre che le probabilità di azzeccare la sestina vincente sono quasi nulle: solo 1 su 622.614.630. Le probabilità di successo riferite alle altre combinazioni vincenti sono di 1 su 326 per il tre, 1 su 11.907 per il quattro, 1 su 1.235.346 per il cinque e di 1 su 103.769.105 per il cinque+uno.
Però se il numero delle combinazioni giocate continua ad aumentare…prima o poi…Good luck!… soprattutto a quell’esercito’ di oltre 7 milioni di pensionati, per l’esattezza 7 milioni 675 mila, che non arriva a 1.000 euro al mese. A scattare la fotografia datata 2007, rendendo note le tabelle dell’indagine dei mesi scorsi, è l’Istat.

In particolare, in 2 milioni 706 mila 918 percepiscono una pensione mensile tra i 500 ed i 750 euro; e in 2 milioni 123 mila 369 una pensione tra i 750 ed i 999 euro. A questi vanno aggiunti i 2 milioni 844 mila 989 pensionati che percepiscono pensioni che non superano i 500 euro al mese.

Andando avanti nella ‘classifica’, sono circa 3 milioni e 900 mila, invece i pensionati che percepiscono pensioni tra i 1000 ed i 1.500 euro mentre a percepire un assegno tra i 1500 ed i 1749 euro sono in 1 milione 278 mila.

Da qui in poi le classi si fanno meno numerose: in 918 mila prendono una cifra tra i 1750 ed i 1.999 euro al mese; in 662 mila una pensione mensile tra i 2 mila ed i 2250 euro; in 425 mila una pensione tra i 2.250 ed i 2.300 euro al mese ; in 447 mila una pensione tra i 2500 ed i 3mila euro. Sono infine 537 mila 447 a percepire un assegno da 3 mila euro in su ogni mese.

Meglio mettere le mani avanti…

Legge 11 agosto 1991, n. 266 Legge-quadro sul volontariato”
(Pubblicata in G.U. 22 agosto 1991, n. 196)

1. Finalità e oggetto della legge.
– 1. La Repubblica italiana riconosce il valore sociale e la funzione dell’attività di volontariato come espressione di partecipazione, solidarietà e pluralismo, ne promuove lo sviluppo salvaguardandone l’autonomia e ne favorisce l’apporto originale per il conseguimento delle finalità di carattere sociale, civile e culturale individuate dallo Stato, dalle regioni, dalle province autonome di Trento e di Bolzano e dagli enti locali.
– 2. La presente legge stabilisce i principi cui le regioni e le province autonome devono attenersi nel disciplinare i rapporti fra le istituzioni pubbliche e le organizzazioni di volontariato nonché i criteri cui debbono uniformarsi le amministrazioni statali e gli enti locali nei medesimi rapporti.

2. Attività di volontariato.
– 1. Ai fini della presente legge per attività di volontariato deve intendersi quella prestata in modo personale, spontaneo e gratuito, tramite l’organizzazione di cui il volontario fa parte, senza fini di lucro anche indiretto ed esclusivamente per fini di solidarietà.
– 2. L’attività del volontario non può essere retribuita in alcun modo nemmeno dal beneficiario. Al volontario possono essere soltanto rimborsate dall’organizzazione di appartenenza le spese effettivamente sostenute per l’attività prestata, entro limiti preventivamente stabiliti dalle organizzazioni stesse.
– 3. La qualità di volontario è incompatibile con qualsiasi forma di rapporto di lavoro subordinato o autonomo e con ogni altro rapporto di contenuto patrimoniale con l’organizzazione di cui fa parte…

Decalogo per genitori che intendono rovinare il proprio figlio

• Fin dall’infanzia dategli tutto quello che vuole, non deve essere privato di nulla, è importante che apprenda fin da piccolo che la famiglia, la società lo debba mantenere.

• Se dice una parolaccia, se vi risponde arrogantemente, se disobbedisce e si ribella ai vostri ordini, non reagite, abbiate pazienza e fategli un sorrisetto. Lui deve sempre sentirsi importante, divertente, al centro.

• Non dategli nessuna educazione umana e spirituale, aspettate che sia lui a decidere i suoi comportamenti; anzi ditegli che non intendete frustrarlo con norme ed insegnamenti, ma lasciarlo a se stesso nella selva dei suoi desideri. Così proverà tutte le emozioni.

• Mettete in ordine tutto ciò che lascia in giro: libri, scarpe, vestiti; fate tutto quello che dovrebbe fare lui in modo che si abitui a scaricare sugli altri le sue responsabilità e si faccia servire dagli altri.

• Litigate sui metodi di rapportarsi a lui in sua presenza, elogiatelo, proteggetelo ora uno ora l’altro ritenendo i suoi errori comprensibili inezie, ragazzate. Allora apprenderà ben presto che la sua famiglia è tollerante ed è disponibile ad accettare qualsiasi sua devianza.

• Date a vostro figlio tutto il denaro che vi chiede, non lasciate mai che lo guadagni, c’è sempre tempo per fare sacrifici e poi ditegli che non volete che faccia fatica a vivere, come avete fatto voi. Tutti i giorni saranno per lui festa, divertimento,euforia, e sentitevi orgogliosi di un figlio vitellone.

• La casa sia ricca, abbondante di cibo, di vestiti, di musica, di televisione. La mamma gli prepari saporosi pranzi, vestiti firmati, il bagno, il letto per far riposare e rilassare il cocco affaticato, estenuato dal divertimento.

• Prendete le sue difese contro i vicini di casa, gli insegnanti, gli agenti dell’ordine, il partner che l’ha lasciato o il principale che l’ha licenziato, perché tutti prevenuti contro di lui, vostro figlio. Il suo narcisismo, in questo modo , diverrà lo stile per presentarsi agli altri.

• Se si mette nei guai con qualcuno o con la giustizia, giustificatelo dicendo che sono stati gli amici, l’ambiente che frequenta a trascinarlo nell’errore, nella mancanza, nella devianza e dichiarate davanti a lui di essere consapevoli e comprensivi delle difficoltà che incontra. Non avrà mai nessun senso di colpa.

Se poi vostro figlio in seguito vi disprezzerà, umilierà e non avrà nessuna stima e riconoscimento verso i suoi genitori, ripetete la solita esclamazione : “Abbiamo sbagliato tutto”

Don Chino Pezzoli

Nuove barriere architettoniche

Con la spocchia e l’arroganza che contraddistinguono quasi tutti i detentori di un potere, i detentori del nuovo e vero potere mondiale – i sacerdoti dell’informatica – ci hanno umiliato facendoci capire quanto siamo deficienti noi sudditi, e cioè noi semplici utenti, e non tecnici, del web.

Leggo infatti su un’agenzia battuta da Washington che la società Errata Security ci tira le orecchie per l’imperizia con cui scegliamo le password. «Per la posta elettronica, lo sanno tutti – è scritto nell’agenzia – non bisogna utilizzare mai parole chiave troppo elementari». E già: lo sanno tutti. «Eppure – proseguono i cervelloni – secondo uno studio americano c’è ancora chi sceglie sequenze come “1234” per la propria e-mail o per l’accesso via Internet al conto corrente». Il nostro modo di navigare su Internet, ci dicono ancora gli studiosi americani, «è disarmante nella sua ingenuità». Spiegazione: «Per il 16 per cento, le password esaminate sono nomi propri mentre il 14 per cento sono sequenze di numeri (1234) o di lettere (QWERT o ASDFG) corrispondenti a tasti contigui sulla tastiera del computer. Con uno sforzo di fantasia minimo, alcuni non sono andati oltre “yes” e “no”.

Roberth Graham, uno degli autori dello studio, ricorda che per garantirsi un minimo di sicurezza bisogna scegliere password alfa-numeriche di almeno otto caratteri, compresi maiuscole e minuscole e segni come la virgola o il punto». Non so che cos’abbia da fare tutto il giorno il professor Robert Graham, ma conosco bene la condizione in cui l’informatica ha ridotto qualsiasi poveraccio che per campare, tra una password e un nome-utente da inventare, deve anche trovare qualche ritaglio di tempo per lavorare.

La tecnologia ci ha indubbiamente sgomberato il cervello da un considerevole numero di file. I numeri di telefono, ad esempio. Li abbiamo memorizzati sul cellulare e nessuno di noi è più costretto a conoscere a memoria quello dell’amico, della zia, della trattoria fuori porta. Il vantaggio è evidente, anche se il rischio è quello di restare isolati dal mondo quando si perde il cellulare. Ma già lo stesso cellulare impone di conoscere a memoria almeno due codici: il Pin e il Puk. Quest’ultimo è fondamentale se si dimentica il Pin ma di fatto è una sorta di mistero come il Codice da Vinci, la datazione della Sindone e la Piramide di Cheope: pochi sanno che esiste, quasi nessuno lo ricorda. Anni fa ne feci un punto d’onore: me lo scrissi su un foglietto che tenevo sempre lontano dal cellulare. Mi capitò di perdere il telefonino e telefonai tranquillo al giornale per dare tutte le coordinate: «Ho il Pin e il Puk», dissi con un certo orgoglio. Mi sentii rispondere che non servivano a nulla senza il codice Imei, una carognata di quindici cifre a prova di Pico della Mirandola.

C’è naturalmente la possibilità di segnarsi tutto con la vecchia tecnica: a mano, su un foglietto. Ormai però il foglietto non basta più: occorre una piccola Treccani. Ieri ad esempio mi è arrivato dalla banca il codice segreto (Pin) della nuova carta di credito-bancomat: cinque cifre. Ho telefonato per sapere quando mi sarebbe arrivata anche la carta: «Prima le deve arrivare l’altro codice Pin, quello per l’utilizzo della carta di credito». E quello che mi è arrivato? «Serve alla funzione bancomat». Ma io veramente ho un altro bancomat: «Ma così, con due carte, sale il limite di spesa». Il nuovo codice che mi arriverà è di sole quattro cifre. Dalla banca mi rassicurano, sarà sufficiente tenere a mente: 1) il numero della carta di credito (sedici cifre); 2) quello del Pin per l’utilizzo come bancomat (cinque cifre); 3) il Pin per l’utilizzo come carta e all’estero (quattro cifre); 4) il numero dell’altra tessera solo bancomat (diciassette cifre); 5) il codice Pin di questa seconda tessera bancomat; 6) il numero verde a cui chiamare, dall’Italia, in caso di smarrimento o di furto della carta di credito-bancomat; 7) il numero verde a cui chiamare, dall’Italia, per bloccare la carta di credito-bancomat; 8) il numero verde a cui chiamare, dall’estero, in caso di smarrimento o di furto della carta di credito-bancomat; 9) il numero verde a cui chiamare, sempre dall’estero, per bloccare la carta di credito-bancomat; 10) il numero verde a cui chiamare, dall’Italia, in caso di smarrimento o di furto della sola tessera bancomat; 11) il numero verde a cui chiamare, dall’Italia, per bloccare la sola tessera bancomat; 12) il numero verde a cui chiamare, dall’estero, in caso di smarrimento o di furto della sola tessera bancomat; 13) il numero verde a cui chiamare, dall’estero, per bloccare la sola tessera bancomat; 14) il numero verde per l’assistenza sull’utilizzo della carta dall’Italia; 15) il numero verde per l’assistenza sull’utilizzo della carta dall’estero; 16) il numero verde «Sempre in linea» che qualche misericordioso tecnocrate sembra aver uniformato per l’Italia e per l’estero, giusto per facilitarci la vita.

Meno male che oggi c’è l’home banking. Puoi fare molte operazioni da casa. È sufficiente ricordarsi il codice cliente e il codice di sicurezza. Naturalmente oltre al proprio numero di conto corrente, all’Abi e al Cab. La banca però non manca mai di venirti incontro e quindi non è più necessario sapere Abi e Cab: avevi messo un lustro per impararli e ora è arrivato il codice Iban, in fondo sono solo ventisette caratteri. C’è anche un Bic, che nessuno ha ancora capito a che cosa serva ma sono solo undici caratteri. Fare un bonifico on line è semplicissimo: una volta ricordati i codici ccl e csi e composto l’Iban del beneficiario, bisogna inserire un nuovo codice segreto stampato su una tesserina che la banca raccomanda tuttavia di tenere sempre distante dal computer. La vita semplice dei giorni nostri non prevede molte altre seccature. È sufficiente ricordarsi, oltre al codice fiscale (che nessun italiano ha ancora imparato a memoria), il codice assistito della tessera sanitaria, la targa della macchina, la password per fare la spesa on line, la password per accendere il computer, quella per accedere alla posta elettronica. Perfino le vecchie tecnologie ci costringono a memorizzare una serie di numeri: non si trova più un maledetto lucchetto per la bicicletta che si possa chiudere con una chiave, ora li fanno con la combinazione.

E poi si lamentano se «non abbiamo fantasia» nell’inventare nuove password ogni volta che entriamo in un sito web che ce ne richiede una. C’è, ad esempio, un servizio on line per pagare le bollette. Quando ti iscrivi, ti chiedono di «generare» un nome-utente e una password. La «generazione» è facile come la soluzione del cubo di Rubik: ti dicono che devi mettere tot lettere e tot numeri, ma se un numero è riconducibile a te (ad esempio la tua data di nascita) ti chiedono di cambiare. Lo stesso se è un nome o una cifra già utilizzata da qualche utente. Altre complicazioni: non ci devono essere numeri facili tipo appunto 1234, non ci devono essere due lettere uguali una dietro l’altra, alcune volte ti impongono sei caratteri, altre volte otto. I siti più evoluti ti sbertucciano on line dando un voto al livello di sicurezza della soluzione che hai scelto: «password accettata, ma ti dò quattro».

Mi dicono che c’è ora una chiavetta Usb che con una sola password memorizza e fa accettare in automatico tutte le altre password che usi sul computer. L’unico inconveniente è che c’è da imparare un’altra password. Devastati come siamo da password, nomi, codici e cifre, mi domando come possiamo essere accusati di mancanza di fantasia nell’inventarne di nuovi. Per quanto mi riguarda credo di essermi impegnato: ho fatto cinque figli soprattutto per avere cinque nomi e cinque date di nascita da ricordare. I nomi e le date di nascita mia e di mia moglie le avevo già esaurite, tra banche e vari siti web. Anche la data del matrimonio era stata inghiottita, mi pare per la tessera-sconto del venditore di caldarroste. Per l’ultima figlia ho così scelto un nome breve e facile da ricordare: Lucia. L’ho digitato per pagare il bollo della macchina ma mi hanno riso in faccia: Lucia è inflazionato, mi hanno detto via video, provi con Renzo. Le nuove barriere architettoniche, ecco che cosa sono le password. E noi poveri utenti i nuovi disabili.

Michele Brambilla (Il Giornale)

PENSARE POSITIVO

Si dice che i Giapponesi abbiano un modo di tradurre il termine “crisi” molto interessante: si tratta di un ideogramma composto da due parti che significano l’una “pericolo”, l’altra “occasione, possibilità d’azione”.

Lo stato di crisi non indica allora una situazione di disordine o di penoso pessimismo, ma una condizione di particolare vitalità, di occasione per una evoluzione della realtà, per superare posizioni di pericolo, in cui tutti sono impegnati a dare il loro apporto in un clima di collaborazione serena.

Il miglior augurio che il padre cinese usa formulare per il proprio figlio che nasce è di vivere tempi difficili, perchè considerati i più interessanti: non se supinamente accettati ma attivamente vissuti.

Sia questo un piccolo aiuto a superare il rischio odierno di una inerte rassegnazione di fronte alla realtà e a pensare positivo, nonostante il meteo, direbbe il mitico Salvatore Furia.

NUOVA SEDE UNICEF

Il Comitato provinciale UNICEF di Como, presieduto da Giuseppe Veca, ha trasferito la propria Sede a Monte Olimpino in Via Bellinzona 149/c presso il Centro Civico.

Potete prendere contatto andando a trovare i volontari nelle ore di apertura dal lunedì al venerdì dalle 9.00 alle 12.00 e dalle 15.00 alle 18.30 (chiuso il sabato e la domenica), oppure

telefono: 031 57 11 74

fax: 031 57 11 74

e-mail: comitato.como@unicef.it

L’UNICEF (Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia) è la principale organizzazione mondiale per la tutela dei diritti e delle condizioni di vita dell’infanzia e dell’adolescenza. Fondato nel 1946 su decisione dell’Assemblea Generale dell’ONU, l’UNICEF opera attualmente in 156 Paesi in via di sviluppo attraverso 126 uffici permanenti sul campo (Country Offices) e in 36 Paesi economicamente avanzati tramite una rete di Comitati Nazionali. La missione dell’UNICEF è di mobilitare in tutto il mondo risorse, consenso e impegno al fine di contribuire al soddisfacimento dei bisogni di base e delle opportunità di vita di ogni bambino, ragazzo e adolescente.

INTOLLERANZA…a senso inverso

Il consiglio di amministrazione del Museion di Bolzano ha deciso che, nonostante le proteste di molti cattolici e una richiesta del Papa in persona, la «rana crocefissa» dell’artista tedesco Martin Kippenberger resterà dov’è, cioè esposta alla mostra che si chiuderà il 21 settembre.

Per singolare coincidenza, la decisione segue di poche ore il quasi-licenziamento (scampato solo all’ultimo momento) del custode di un altro museo, Ca’ Rezzonico di Venezia, colpevole di aver impedito l’ingresso a una donna musulmana resa irriconoscibile dal velo.

Quando il povero custode (povero perché è stato seppellito dalle critiche e s’è perfino preso dello stupido dal sindaco di Venezia, Cacciari) è finito in prima pagina su tutti i giornali per la sua irremovibilità nell’applicare il regolamento, qualcuno ha parlato di «spirito dei tempi». Lo spirito dei tempi sarebbe l’islamofobia, o più in generale la xenofobia e il razzismo imperanti in questa Italia di leghisti e di fascisti.

È possibilissimo che ci sia un diffuso sentimento di ostilità nei confronti degli stranieri e dei musulmani in particolare, ed è senz’altro vero che una società moderna e matura (ma più in generale ogni società di ogni tempo) deve sapere accogliere chi viene da oltre confine e capire che le diversità possono arricchire. E poi il mondo è proprietà di tutti (o di nessuno: è la stessa cosa).
Tuttavia, «spirito dei tempi» è anche – e forse soprattutto – quello che ben è stato rappresentato dalle due diverse reazioni dei musei di Venezia e di Bolzano.

Nel primo caso ha prevalso la difesa della libertà di espressione e di culto: se la donna si vuol vestire così per una scelta religiosa è liberissima di farlo, si è detto. Nel secondo caso ha prevalso la difesa della laicità: la religione non deve mettere becco nell’arte. Credo che la «rana crocefissa», sulla cui qualità artistica non mi esprimo anche se mi pare identica alle sorpresine dell’ovetto Kinder, debba restare dov’è: esposta al giudizio dei visitatori del museo. Lo credo soprattutto perché una sua rimozione non farebbe che il gioco dell’autore, un perfetto sconosciuto che ha ottenuto facile pubblicità seguendo una tattica stra-abusata, quella di creare il caso per passare poi da vittima dell’oscurantismo clericale. Non auspico alcuna censura, quindi, e anzi i cattolici farebbero meglio a non protestare per non prolungare lo spot. Ma credo anche che nessuna persona di buon senso, e di retta coscienza, possa fare a meno di notare l’evidente differenza tra i casi di Bolzano e di Venezia. A Bolzano s’è esposta un’opera che i cattolici hanno ritenuto offensiva, ma dei loro sentimenti non è fregato niente a nessuno. A Venezia il custode ha semplicemente applicato non solo il regolamento del museo, ma anche due leggi dello Stato (la seconda delle quali confermata da referendum popolare) che impedisce a chiunque di circolare completamente travisati. Si badi bene: nella decisione del custode di Venezia non c’era nulla di religioso; solo un’esigenza di ordine pubblico. Per lo stesso motivo, nessuno sarebbe potuto entrare nel museo con un passamontagna o un casco integrale.

In sintesi: i cattolici devono piegarsi alla laicità dello Stato; ma le leggi dello Stato laico devono piegarsi alla libertà di culto dei musulmani. Questo è lo spirito dei tempi, forse (anzi, sicuramente) non prevalente tra il popolo, ma dominante nei giornali, tra gli intellettuali, nel mondo dell’arte, nelle direzioni dei musei, insomma in quel milieu culturale che, alla fine, forma e plasma le coscienza di una nazione.
Questa è l’Italia, e più in generale l’Occidente di oggi. Un mondo in cui guai se nella mensa di una scuola c’è una fettina di prosciutto cotto, ma guai anche se c’è il pesce il venerdì. Un mondo in cui guai a far vignette sugli islamici, ma guai anche a eccepire sulle Madonne che piangono sperma, sulle Ultime Cene sadomaso, sui presepi con le pornodive al posto della madre di Gesù. È un mix di debolezza culturale, vergogna delle proprie radici, complessi di inferiorità e livori anticattolici. Uno «spirito» che non ha niente a che fare con il rispetto degli stranieri e il dovere di accoglienza, ma proprio niente.

MICHELE BRAMBILLA Vice Direttore de “Il Giornale”

LA TOTI ALLA COOPERATIVA DEDALO

E’ stata vinta dalla cooperativa Dedalo Soc.Coop. Sociale Onlus l’asta pubblica promossa dall’amministrazione comunale per la concessione in uso a fini scolastici dell’ex scuola primaria Enrico Toti di via Bellinzona a Monte Olimpino.

L’edificio, così come previsto dal bando, dovrà essere adibito a fini scolastici per l’istruzione inferiore (dalla scuola dell’infanzia alla scuola secondaria) e sarà ammesso un utilizzo, ancorchè non prevalente, per l’attivazione di altri corsi di istruzione (scuola secondaria, per esempio). Gli uffici dovranno ora procedere con la verifica delle autocertificazioni presentate dalla cooperativa e quindi con l’aggiudicazione definitiva, che avverrà entro metà agosto. Il contratto d’affitto scatterà dal primo settembre e durerà nove anni (il canone, come da proposta della società è fissato in 60mila e 500 euro annui. La base d’asta era fissata in 59mila euro annui).

Oggetto della concessione sono il corpo principale dell’edificio (distribuito su tre piani oltre ad un piccolo cantinato), un seminterrato, e la palestra utilizzabile solamente dal lunedì al sabato dalle ore 8 alle 14. L’aggiudicatario dovrà sostenere a proprie spese interventi di straordinaria manutenzione, i cui oneri sono stati preventivati in 130mila euro dall’ufficio Tecnico comunale.