Redazionale

CIAO DON CARLO

Ore 18.30 di sabato 5 marzo. Alla casa di Riposo di via Eritrea si spegne don Carlo Massina arciprete di S.Lorenzo
Una notizia che sconvolge la comunità mandellese, ma anche il quartiere di Monte Olimpino.

Don Carlo Massina era nato a Como il 27 gennaio del 1941 ed ordinato sacerdote il 26/06/1976. I suoi precedenti incarichi: Vicario parrocchiale in Parrocchia S. Zenone (Monteolimpino) dal 1976 al 1982, Vicario parrocchiale in Parrocchia S. Bartolomeo (Grandate) dal 1982 al 1984, Parroco in Parrocchia S. Eufemia (Olcio) dal 1984 al 1989. Dal 1989 Parroco in Parrocchia S. Lorenzo (Mandello).

I funerali verranno celebrati martedì mattina alle ore 10 nella “sua” chiesa parrocchiale di S. Lorenzo. In queste ore si sta parlando molto, tra i suoi parrocchiani, della scomparsa di don Carlo, figura ecclesiastica molto importante nella comunità di S. Lorenzo. Don Carlo si era prodigato per ristrutturare il complesso oratoriale ed era molto vicino ai giovani, come del resto era stato durante la sua presenza nella nostra comunità.

Il funerale dovrebbe essere celebrato dal Vescovo di Como mons. Diego Coletti. Ci dovrebbe essere anche don Dante Lafranconi attuale vescovo di Cremona e vescovo emerito di Savona-Noli nativo di Mandello del Lario.

In segno di rispetto, e di lutto, per la morte di don Carlo, Mandello non effettuerà i festeggiamenti del Carnevale.

Se in buono stato…acquisterei indirizzo IP…pago in contanti!

E’ già stata battezzata Ipcalypse, l’Apocalisse degli Ip, i numeri che vengono assegnati ogni volta che un computer o qualunque altro dispositivo che si connette al web. E’ come se all’improvviso terminassero i numeri di telefono da associare a un nuovo cellulare appena comprato. Secondo gli esperti il 2 febbraio alle ore 4 di notte gli oltre 4 miliardi di Ip basati sul protocollo Ipv4 finiranno. L’allarme è stato lanciato da diversi specialisti e profetizzato da Vinton G. Cerf, uno dei padri di internet.
Provocazione o realtà? Resta il fatto che il protocollo Ipv4 non può più sostenere l’enorme crescita della diffusione del web e che da anni gli esperti chiedono il passaggio a un nuovo sistema, l’Ipv6. Il conto alla rovescia era iniziato anni fa. Il futuro del web dovrebbe essere l’Ipv6, il nuovo protocollo che consente di assegnare un numero immenso (o quasi) di indirizzi.
La previsione della data del 2 febbraio è basata su un tasso di crescita degli Ip di circa un milione ogni ora ed è stata fissata dall’Hurricane Electric. L’attuale sistema Ipv4 (Internet Protocol Version 4) supporta oltre 4 miliardi di indirizzi. Indirizzi che starebbero per esaurirsi.  Molti specialisti stanno lavorando per la transizione alla nuova piattaforma. L’8 giugno, già battezzato “World Ipv6 Day”, giganti del web come Google, Yahoo! e Facebook inizieranno il test sul nuovo protocollo Ipv6 per 24 ore. Il passaggio alla versione più recente non è facile però. I due sistemi infatti non “dialogano” tra loro. Google invita tutti al passaggio al protocollo Ip del futuro con un appello sul suo blog ufficiale. Intanto su Twitter il conto alla rovescia continua: “8 giorni all’Ipcalypse, restano a disposizione meno di 36milioni di indirizzi Ip”.

E NOI CI PREOCCUPIAMO DEL -H1N1-!

I servizi segreti israeliani e americani hanno collaborato allo sviluppo del virus informatico Stuxnet destinato a sabotare il programma nucleare iraniano: è quanto si legge oggi sul New York Times. Israele ha provato l’efficacia del virus nel complesso nucleare di Dimona, situato nel deserto del Negev, sede del programma nucleare dello stato ebraico.
Secondo quanto riferito al giornale da esperti militari e dell’intelligence, la creazione di questo virus è dovuta a un progetto congiunto tra Stati Uniti e Israele, con il contributo di Gran Bretagna e Germania. Gli esperti di informatica da tempo sospettano che ci sia Israele dietro al virus Stuxnet, che ha toccato le centrifughe iraniane che producono l’uranio arricchito.
Il ministro israeliano degli Affari strategici Moshe Yaalon ha affermato a fine dicembre che le recenti “difficoltà” incontrate dal programma nucleare iraniano hanno ritardato di molti anni il presunto obiettivo di Teheran di costruire la bomba atomica.
Individuato alcuni mesi fa, Stuxnet ha infettato un software Siemens di controllo dei dispositivi automatici industriali utilizzati nei settori dell’acqua, delle piattaforme petrolifere e delle centrali elettriche. La sua funzione sarebbe quella di modificare la gestione di alcune attività per ottenere la distruzione fisica degli impianti toccati, secondo gli esperti. Stuxnet avrebbe colpito soprattutto l’Iran, ma sembra avere agito anche in India, Indonesia e Pakistan. (TMNews)

Festività nel magico bilancio di fine anno

Se quello che vado a scrivere è un bilancio lo deciderà il lettore alla fine di queste righe. Di un paio di cose però mi pare assolutamente corretto dare avvertenza: bilanci, in senso lato e anche figurato, in vita mia ne ho fatti ben pochi e avendone persa la memoria non ne ricordo il risultato. Se mai altri li hanno fatti, in vece mia e senza il mio permesso. Confesso che sarei curioso di conoscerne il risultato, sarebbe come guardarsi con occhi altrui, fare i conti nelle tasche d’altri e vedere in fondo, come cantava Enzo Jannacci, l’effetto che fa, o faccio. La secondo cosa è che questa specie di bilancio è fatto sotto le stelle, lo sguardo rivolto alla cupola limpida del firmamento tirata a lucido dal vento, permettendo così all’osservatore un raro incanto, compreso quello di immaginare, tra i corridoi stellari, quale sarà quello che anche quest’anno Babbo Natale imboccherà per portare i suoi regali. A meno che, e mi auguro che non sia così, il babbo abbia deciso di tagliar fuori, a mò di monito e solo per questa volta, questo mio paese tribolato che sembra impegnato a far sorridere di sé ovunque, perfino nell’alto dei cieli. Paese che corteggia l’operetta, il vaudeville, l’avanspettacolo. E che, per chi lo ama come me, reca dolore poiché non è pensabile che in sé non abbia più le forze, le capacità di ritornare pari fra i pari.

Bando alle tristezze però, sono, questi, pensieri vagabondi che nascono così, sotto le stelle, sotto quel firmamento che mi incantò già da bambino e che continua nonostante tutto. Certo, ora sembra che mi stia avviando verso un ragionamento di bilancio ma lascio subito la strada. Se sono uscito nonostante il freddo per rimirare il cielo stellato non è certo per rimasticare notizie di telegiornale sin troppo udite. Voglio piuttosto rinnovare la mia personale favoletta, sciogliere l’annuale dubbio. No, sia ben chiaro, circa l’esistenza di Babbo Natale. Piuttosto quello sulla strada che imboccherà quest’anno per evitare impatti con le stelle o rallentamenti piombando nelle polveri celesti che, lassù, sono altrettanto fastidiose delle nostrane nebbie. A un certo punto, scorgendo la scia intermittente di un aereo, mi sembra di intuire un tracciato sicuro, via senza impedimenti lungo la quale il Babbo potrà venire anche quest’anno a visitare la mia casa. Si pensi pure che la mia ingenuità abbia una qualche parentela con la follia ma l’entusiasmo della scoperta mi porta a darne comunicazione in famiglia, specie a mio figlio che, per lunghi anni, approfittando della sua innocenza, ho illuso con la favoletta. C’era sere in cui, sotto Natale,lo chiamavo ad alta voce per dirgli di aver appena scorto una luce, rapida e intensa, passare sopra la nostra casa: erano le avanguardie del Babbo mandate in avanscoperta per esplorare il territorio e definire le varie tappe del viaggio della notte magica. Avvicinandosi la data invece compilavo messaggi con inchiostro rosso e verde che appiccicavo alla porta di casa suonando nel contempo il campanello: va detto che tutto ciò mi riusciva, senza che venissi scoperto, grazie a un gran gesto d’atleta col quale uscivo e poi rientravo dalla finestra del mio studio di allora. Oggi non ne sarei capace nemmeno se avessi in corpo la ridicola agilità dei Babbi Finti che un po’ dappertutto si arrampicano su muri e balconcini. Descrivo come ulteriore incanto, ancora fresco nella memoria, l’occhio sgranato del giovanotto alle prese con le prime parole scritte della sua vita. E per finire cito il frusto, ma sempre valido, espediente delle impronte lasciate sul pavimento di casa dalla visita notturna del Babbo.

Non mi fu facile rinunciare a questi rituali. Dovetti farlo però. Ma solo nella pratica. Nella teoria li frequento ancora, sennò non mi troverei qui, sotto la volta celeste a individuare il sentiero di Babbo Natale, a cercare di capire cosa significa fare un bilancio e nel contempo a chiamare mio figlio per mostrargli la mia scoperta. Il quale, nel frattempo, si è fatto grandicello, è uscito dal bozzolo della credulità, suona la musica della sua generazione e sbaglia di tanto in tanto gli accenti sulle parole greche. Babbo Natale è diventato solo un’icona natalizia, ma per intanto, solo per adesso. Mio figlio è ancora nell’età dell’onnipotenza. Confessiamolo, l’abbiamo vissuta tutti. Per quanto mi riguarda era l’età del tempo che non passava mai, non c’era altro obiettivo da raggiungere se non diventare grandi, conquistare i pantaloni lunghi oppure fumare liberamente senza ruffiani senza tempo ne andassero a riferire a casa. Un esecrabile, allora, stagione di lentezza alla quale adesso torniamo sempre più spesso. Mi piace che mio figlio, al mio richiamo per vedere la strada che percorrerà Babbo Natale fra una settimana, mi lanci uno sguardo stupito, indeciso tra il pensare se lo stia prendendo in giro oppure se creda veramente a ciò che dico. Mi piace perché così facendo so di sentirmi vivo. Non solo, intuisco anche che viviamo, o vivo, dentro un girotondo. Io che mi avvio a ritornare bambino, mio figlio che si avvia a diventare grande. Toccherà a lui poi, con tutto comodo e a tempo debito, scrutare i sentieri del cielo e raccontare le favole che si ripetono uguali. Bilancio in pari, direi, osando. Quindi, stando così, vuol dire che nell’anno che mi sta alle spalle ho fatto abbastanza il bravo e non dovrei aver problemi a ricevere il regali che, con apposita letterina, ho chiesto a Babbo Natale.

Andrea Vitali  da “Il caffè”

NATALE dell’anno 1223

Si era ormai alle porte dell’inverno e un pensiero assillante dominava la mente di Francesco: l’avvicinarsi della ricorrenza della nascita del Redentore. Il poverello di Cristo, nella sua innata semplicità si fece audace, e durante l’udienza pontificia, concessagli per lo scopo suddetto, umilmente chiese al Papa la licenza di poter rappresentare la natività. Infatti, dopo il viaggio in Palestina, Francesco, rimasto molto impressionato da quella visita, aveva conservato una speciale predilezione per il Natale e questo luogo di Greccio, come dichiarò lui stesso, gli ricordava emotivamente Betlemme.
Tormentato dal vivo desiderio di dover celebrare quell’anno, nel miglior modo possibile, la nascita del Redentore, giunto a Fonte Colombo, mandò subito a chiamare Giovanni Velita, signore di Greccio, e così disse: “Voglio celebrare teco la notte di Natale. Scegli una grotta dove farai costruire una mangiatoia ed ivi condurrai un bove ed un asinello, e cercherai di riprodurre, per quanto è possibile la grotta di Betlemme! Questo è il mio desiderio, perché voglio vedere, almeno una volta, con i miei occhi, la nascita del Divino infante.”
Il cavaliere Velita aveva quindici giorni per preparare quanto Francesco desiderava e tutto ordinò con la massima cura ed ” il giorno della letizia si avvicinò e giunse il tempo dell’esultanza!”. Da più parti, Francesco aveva convocato i frati e tutti gli abitanti di Greccio. Dai luoghi più vicini e lontani mossero verso il bosco con torce e ceri luminosi. Giunse infine il Santo di Dio, vide tutto preparato e ne gioì. Greccio fu così la nuova Betlemme!
Con somma pietà e grande devozione l’uomo di Dio se ne stava davanti al presepio, con gli occhi in lacrime e il cuore inondato di gioia. Narra Tommaso da Celano: “Fu talmente commosso nel nominare Gesù Cristo, che le sue labbra tremavano, i suoi occhi piangevano e, per non tradire troppo la sua commozione, ogni volta che doveva nominarlo, lo chiamava il Fanciullo di Betlemme. Con la lingua si lambiva le labbra, gustando anche col palato tutta la dolcezza di quella parola e a guisa di pecora che bela dicendo Betlemme, riempiva la bocca con la voce o meglio con la dolcezza della commozione”. E narrasi ancora come vedesse realmente il bambino sulla mangiatoia, scuotersi come da un sonno tanto dolce e venirgli ad accarezzare il volto.
Un cavaliere di grande virtù e degno di Fede, il signore ” Giovanni da Greccio” asserì di aver visto quella notte un bellissimo bambinello dormire in quel presepio ed il Santo Padre Francesco stringerlo al petto con tutte e due le braccia. La narrazione della visione di questo devoto cavaliere è resa credibile non solo dalla santità di colui che la vide con i suoi occhi, ma è confermata anche dai miracoli che ne seguirono: come quello della paglia di quel presepio, che serviva per sanare in modo prodigioso le malattie degli animali ed ad allontanare le pestilenze, per la misericordia del Signore.
Così ebbe origine il tradizionale Presepio che si costruisce in tutto il mondo Cristiano, per ricordare la nascita del Redentore.

fonte: Pro Loco di Greccio

WIKILEAKS

La National Security Agency ha aperto i suoi archivi su un pezzo importante della storia della criptoanalisi della Seconda Guerra mondiale, diffondendo attraverso la sezione dedicata sul suo sito alle iniziative di “declassificazione” (noi diremmo desecretazione), una quantità di documenti prima riservati sulle attività di counterintelligence dell’esercito tedesco.
In pratica si viene a conoscenza di ciò che gli Alleati angloamericani sapevano a proposito dei “concorrenti” tedeschi di Bletchley Park e dei criptoanalisti americani. Sono nove volumi dattiloscritti con riferimenti eccezionali, incluso un lungo capitolo sull’analisi del traffico radio cifrato sovietico. Una lettura difficile, anche per una questione tipografica, ma piena di informazioni che fino a poco tempo fa erano protette dal segreto. I nove volumi risalgono al 1946 e solo nel 2009 sono stati giudicati desecretabili.
Impossibile sfuggire al paragone con quanto sta succedendo in queste ore di attesa delle rivelazioni promesse da Wikileaks, che sul suo canale Twitter il 21 novembre ha preannunciato il rilascio (sette volte più corposo rispetto alle scottanti rivelazioni sulla guerra in Iraq lo scorso ottobre) di informazioni confidenziali elaborate dalla diplomazia americana.
The coming months will see a new world, where global history is redefined (I prossimi mesi vedranno un mondo nuovo, dove viene ridefinita la storia globale), scrive Wikileaks denunciando ambizioni che vanno al di là della richiesta di una maggiore trasparenza nelle relazioni tra gli Stati e tra governi e cittadini.
Ancora non si conosce la natura delle informazioni che verranno rese pubbliche, non sappiamo quale sia la loro origine: telegrammi e comunicazioni cifrate, o semplici messaggi di posta elettronica e i loro allegati? Quel che è certo è che se il Dipartimento di Stato considera il segreto un’arma, è suo dovere fare in modo che questa arma sia efficace. Di fronte alle perniciose decisioni di una classe politica molto spesso del tutto inadeguata, la trasparenza resta l’unica arma nelle mani degli elettori “truffati” ed è loro dovere, nostro dovere, fare in modo che sia sempre la più affilata possibile.

IL PIANETA OVALE

“E’ il modo migliore per tenere trenta energumeni lontano dal centro della città nei week-end”

Ad Oscar Wilde non mancava certo il senso dell’umorismo, questa era la sua visione del rugby.
Alla storia di questo sport è dedicato il libro appena uscito “Il pianeta ovale. Una storia del rugby l’altro volto del football” (Ed. Le Lettere, pp. 142, Euro 16,50) Lo scrittore Sergio Salvi ripercorre la storia della palla ovale dalle sue origini fino ad oggi, con documenti e aneddoti.
Questo libro non è per gli intenditori di rugby ma per coloro che desiderano conoscerlo, incuriositi dal suo fascino contagioso. Esiste infatti una vera e propria “filosofia” del rugby, sicuramente apprezzabile, che merita di essere conosciuta. Il libro racconta con minuzia di particolari la storia di uno sport diffuso in tutto il mondo, con milioni di estimatori, che in Italia ha avuto vicende difficili ma in questo momento si sta affermando con perentorietà. Un secolo e mezzo di storia, dall’incubazione nei colleges inglesi durante l’età vittoriana alla dimensione internazionale di oggi, che lo qualifica tra gli spettacoli più seguiti e amati. E’ attualmente il terzo sport più seguito a livello mondiale, dopo calcio e formula uno.

IL SOGNO AMERICANO…

L’America non fa che sognare anche se adesso il sogno si è trasformato in un incubo. Il primo presidente di colore non fa sognare più l’America ma è diventato la causa dei suoi incubi. Disoccupazione al 10%, crescita anemica, una riforma sanitaria che non piace nè ai ricchi nè ai poveri perché costruita su complicatissimi compromessi politici, una guerra in Afghanistan che non si vince ne si vincerà. Queste, agli occhi degli americani, le conseguenze della politica di Obama. Nessuno, neppure la stampa che da giorni dà addosso al presidente, riflette che in due anni si può fare ben poco, sia nel bene, sia nel male, e che gran parte del cataclisma economico che ancora affligge l’America Obama l’ha ereditato.
È vero, l’ha gestito male, ma si trattava e si tratta ancora di una crisi di dimensioni “bibliche”.
Unico vero errore, forse, è stato spingere al massimo la riforma sanitaria in un momento in cui al Paese serviva ben altro.
L’ostilità nei confronti dell’ex messia Obama nasce dal fatto che l’America è da sempre vittima di illusioni politiche. Il divario tra Washington e Wall Street da una parte ed il resto del Paese dall’altra è enorme e viene regolarmente colmato dalla propaganda politica. Come l’americano medio sa pochissimo sulla riforma sanitaria e sulle vere responsabilità del presidente, così sa poco o nulla sulla distribuzione del reddito a casa sua. Gli americani pensano di vivere in un Paese dove il 20% più ricco della popolazione controlla il 59% della ricchezza, quando invece i ricchi si spartiscono l’89%; sono anche convinti che il 20% dei più poveri usufruisca del 3,7% quando la cifra esatta è un misero 0.1%.
Ma non basta, tutti ancora credono che questo sia il Paese delle grandi opportunità. In realtà è vero il contrario. Secondo uno studio dell’economista Miles Corak dell’università di Ottawa in Canada, gli Stati Uniti sono i penultimi al mondo, dopo il Regno Unito, in termini di mobilità salariale tra le generazioni. Se nasci povero rimani povero. Quando poi si chiede agli americani quale debba essere la ripartizione giusta sognano quella dei paesi scandinavi: i più ricchi dovrebbero avere il 32% ed i più poveri il 10%. Nessuno però è disposto a pagare più tasse per ottenere questa distribuzione.
Quando finalmente l’America si risveglierà sarà difficile accettare la realtà.

Loretta Napoleoni da “IL CAFFE'”

La felicità si ritrova oltre il PIL

Tutti sanno che il PIL è un cattivo indicatore del benessere, non esiste però un valore che possa sostituirlo, almeno fino ad ora. Il governo canadese ha da poco introdotto l’indice del benessere che contiene otto indicatori tra cui la vitalità della propria comunità, la scolarità, l’ambiente e la partecipazione democratica. Anche i francesi stanno per lanciare un indice simile che includerà valori quali il progresso economico e la felicità.

Da sempre gli economisti inseguono la quantificazione di sentimenti come la felicità, Adam Smith ne parla nei sui scritti e Jeremy Bentham sostiene che la società debba porsi come obiettivo la felicità delle masse. Nessuno però è ancora riuscito a racchiudere questi sentimenti in un dato perché in realtà nessuno ancora sa cosa rende felice la gente. Esistono però alcuni parametri che gli economisti sono riusciti ad individuare. E tutti sembrano confermare che l’antico detto “la ricchezza non rende felici”. I russi arricchitisi dopo la caduta del comunismo ed i peruviani che negli anni Novanta hanno visto il loro reddito quintuplicare ammettono di non essere più felici che in passato, anzi molti sostengono di essere più infelici. Il motivo? L’incertezza che la democrazia in Russia e la crescita economica sostenuta in Perù hanno prodotto, alla radice dunque c’è l’ansietà.

Più che il denaro a renderci felici è una vita tranquilla, tra gli indicatori massimi c’è un matrimonio stabile, la buona salute ed un reddito sufficiente per condurre una vita comoda. Il divorzio e soprattutto la disoccupazione sono le cause principali dell’infelicità. Ma mentre dal primo ci si riprende senza un lavoro non è possibile superare la depressione. Anche l’età gioca la sua parte, si diventa progressivamente più infelici fino ai 40 anni e si riprende ad essere felici intorno ai 50 e lo si è sempre di più man mano che si invecchia. Esistono poi fattori irrazionali legati al condizionamento della società che influenzano la felicità. Dall’inizio della recessione, e quindi dai primi mesi del 2008, gli americani sono stati progressivamente più infelici seguendo l’andamento negativo del Dow Jones. Quando questo ha smesso di scendere la gente è tornata ad essere felice, eppure l’economia non è migliorata anzi la recessione è peggiorata. I media e la narrazione dei politici sulla crisi avevano legato il suo andamento a quello degli indici di borsa. Sempre negli Stati Uniti le disuguaglianze di reddito sono fonte di preoccupazione per i ricchi che hanno idee di sinistra, ma non per tutti gli altri che invece sono certi che un giorno saranno i nuovi Bill Gates, un sogno pressoché irrealizzabile.

Loretta Napoleoni da “IL CAFFE'”

CARTA A MANO NELLE ANDE

Dopo due anni di lavoro il progetto “Carta a Mano nelle Ande” sta cominciando a dare dei risultati tangibili: Il primo prodotto che siamo stati in grado di produrre sono una seria di biglietti di Natale e Generici che troverete, con tutte le spiegazioni, on-line nel nostro sito

http://www.cartaamanonelleande.org

Sono certo che, come nel passato, non mancherete di valutare con benevolenza la nostra proposta e di ciò vi ringrazio di cuore in anticipo.

Se qualcuno avesse un po’ di tempo da dedicare per aiutarci a propagandare la nostra iniziativa può rilanciare la nostra newsletter. Per chi volesse fare ancora di più, ho fatto allestire degli album campionario con tutti i biglietti reali e può dilettarsi nella professione di agente–rappresentante. Per questo può contattarmi direttamente.

Vi ringrazio per l’attenzione e non cesserò mai di ringraziarvi per l’’aiuto che mi avete dato in questa mia “pazza” iniziativa.

Al piacere di incontrarci al più presto vi saluto cordialmente

Angelo Moncini
Via Zamenhof, 4
22100 COMO
Tel. 031/57.13.24 – Cell. 335/27.15.66
amoncini@hotmail.com
www.cartaamanonelleande.org

…Finita???

Le desideriamo dall’inverno e non vediamo l’ora che arrivino il più in fretta possibile. Qualcuno addirittura si mette a contare i giorni mancanti sul calendario. Sono le vacanze estive, occasione per staccare dalla routine quotidiana e ricaricare le pile in vista di un nuovo anno lavorativo. Ma quanto dura su di noi l’effetto vacanze una volta rientrati a casa? A detta di tutti…pochissimo!

Le vacanze, tuttavia, non sono soltanto l’occasione per rigenerare il fisico. Il più delle volte consentono, infatti, di coltivare relazioni sociali che, complici il tran tran quotidiano e il pochissimo tempo a disposizione, vengono trascurati durante il resto dell’anno. Anche in questo caso, la vacanza può costituire un utile stimolo per recuperare quelle sane abitudini sociali che un po’ tutti stiamo perdendo. Quindi, piuttosto che finire le proprie serate davanti alla televisione, meglio continuare a vedere gli amici e godere dei rapporti umani. Così come degli affetti familiari.

Non dovrebbero essere necessarie le vacanze per ricordarci il loro valore. Almeno cerchiamo di non dimenticarlo.

PERCHE’ VOGLIONO TOGLIERCI LA NUTELLA?

DE INUTILITATE NUTELLAE NASCONDIMENTI

da “NUTELLA NUTELLAE” di Riccardo Cassini

Nutella omnia divisa est in in partes tres:

Unum: Nutella in vaschetta plasticae

Duum: Nutella in vitreis bicchieribus custodita

Treum: Nutella in magno barattolo (magno barattolo sì, sed melius est si magno Nutella in barattolo).

Nutella piacet omnibus pueris atque puellae sed, si troppa nutella fagocitare, cicciones divenire, cutaneis eructionibus sottostare et brufolos peticellosque supra facie tua stratos formare atque, ipso facto, diarream cacarellamque subitanea venire. Propterea quod familiares, et mamma in particulare, semper Nutella celat in impensabilis locis ut viteant filiis sbafare, come soliti sunt.

Sed domanda spontanea nascet: si mamma contraria est filialis sbafationes, pera nutella comprat et postea celat? Intelligentiore fuisse non comprare manco per nihil…; sed forse mamma etiam nutella sbafant: celatio altrum non est vendetta trasversalis materna propterea quod ea stessa victima fuit sua volta matris suae. “Sic heri tua mamma Nutella celavit, sic hodie celis filiis tuis”.

Sed populum toto cognoscit ingenium puerorum si in ballo Nutellam est: vista felinos similante habent ut scriuteant in tenebris credentiarum; manes prensiles aracnidarum modo ut arrampiceant super scaffalos sgabuzzinarum; olfatto caninum – canibus superior – per Nutellam scovare inter mucchios anonimarum marmellatarum fructarum.

Memento semper: filius, inevitabile, Nutella scovat sed non semper magnat. Infactum, fruxtratione maxima filii si habet quando filius scovat barattolum sed hoc barattolus novo atque sigillatos est, propterea quod si filium aprit et intaccat barattolum intonsum, sputtanatus fuisse! (Eh! Erat novus…).

Hoc res demonstrat, non modo omnibus mammis sed etiam UE, nascondimentos novorum barattolorum Nutellae fatica sprecata esse.