Ambiente

ALPINISMO DA…POLTRONA

Se siete appassionati di montagna, dovete sapere che Google ha incaricato i suoi operatori di arricchire le immagini di Google Maps con le immagini delle montagne più alte del mondo.
Tra le vette fotografate l’Everest, sulla catena dell’Himalaya; il Kilimanjaro, in Africa; il Monte Elbrus, in Russia; e l’Aconcagua, nelle Ande argentine. Queste montagne appartengono al gruppo di cime conosciute come le Seven Summits, le montagne più alte dei sette continenti.
Grazie a Google Maps ora potrete godere del panorama di queste vette, senza correre alcun rischio. E’ possibile così percorrere virtualmente i sentieri delle vette più alte del mondo. Il progetto di Google è stato coordinato da Dan Fredinburg, programmatore e appassionato di alpinismo.
Google usa diversi dispositivi per scattare le immagini di Google Maps: carretti, tricicli e gatti delle nevi. Ma in questo caso, il metodo “tradizionale” non era possibile e Fredinburg ha semplicemente scelto una macchina fotografica digitale e un obiettivo fisheye. Le mappe dedicate alle principali vette del mondo sono state raccolte sul
blog ufficiale di Google.

TAPPARE LE BUCHE CON UN “APP”

CHE BELLEZZA, una app del Politecnico ci salverà. Se uno ci crede, beato lui.
Le strade sono piene di buche ma niente paura, perché presto succederà qualcosa di bello.
Cioè che saranno finalmente chiuse? Ma no, non è questa la bella notizia, la notizia del giorno è che se ci infilate dentro un piede potrete aprire un’apposita app per scaricarci dentro la vostra rabbia e la richiesta di chiuderla subito.
Cosa succederà dopo, sarà tutto da vedere.
Intanto bisogna spiegarlo a tutti, perché mica tutti sono tenuti a sapere cos’è una app ed ad avere il telefonino adatto. Dubito che l’anziana signora sostenuta dalla pensione minima sia dotata di smartphone. Ma ipotizziamo pure che la copertura di mezzi sia totale. Cosa accadrà appena sarà dato il via libera alle segnalazioni?
ACCADRÀ che queste saranno una valanga perché sono una valanga le buche e gli intoppi vari.
A questo punto ne conseguirà una valanga di immediati interventi correttivi? Forse qualche assessore ottimista penserà di sì, io penso di no. Per un semplicissimo motivo. Se si volessero chiudere tutte le buche già conosciute si potrebbe fare già ora. Se i competenti uffici non lo sanno già che certe strade sono una gruviera allora, mi chiedo, cosa ci stanno a fare? Intanto potrebbero provvedere su ciò che non possono non sapere, anche perché segnalato ripetutamente dalla gente e sui giornali. Se non lo sanno significa che non vogliono saperlo. Se davvero qualche assessore crede che per sistemare al volo strade e marciapiedi basti una app mi cadono le braccia. Non credo che sindaco e assessori non vedano ogni giorno il cattivo stato delle strade e dei marciapiedi, sennò significa che camminano con la testa fra le nuvole. Temo invece che lanciare una app sia un sistema buono per far qualche titolo sui giornali, darsi un tono di modernismo tecnologico e poco più. Quando si vuole prendere tempo davanti ad un problema, in Italia si istituisce una commissione d’inchiesta. Adesso ci sono le app: approfittiamone.

IL DOLCE CHE SA DI PRIMAVERA

Vi è mai sembrato, mangiando una colomba di Pasqua, che vi fosse una strana somiglianza con l’impasto del panettone? Sicuramente chi non ama l’uva passa e i canditi ha avuto un déjà vu natalizio. La spiegazione è quanto mai logica.
Malgrado spesso i dolci delle festività abbiano una storia secolare e magica, la colomba non l’ha. È stato semplicemente un colpo di genio di una delle più grandi aziende italiane produttrici di dolci, la Motta.
Negli anni ’30, tra guerre, crisi e boom economici, qualcuno pensò che era un peccato, nonché uno spreco, sfruttare gli avanguardistici macchinari per la produzione del panettone solo una volta all’anno.
Scelsero di lanciare sul mercato un prodotto simile che si potesse commercializzare in un altro periodo. Nessuna festa poteva essere più degna della Pasqua.
La ricetta dell’impasto era ormai consolidata ma vennero aggiunti dei dettagli per impreziosirla: mandorle, nocciole e fiocchi di zucchero. La vera carta vincente fu la forma.
La colomba nella cristianità è simbolo di pace e salvezza, nella Bibbia funge da portavoce di Dio e comunica a Noè la riconciliazione e la fine del diluvio universale.
Lanciata sul mercato come dolce primaverile, i consumatori riconobbero in fretta la simbologia e la collegarono con la Pasqua e la Resurrezione.
Ebbe così tanto successo che oggi se ne vendono decine di milioni l’anno e, sulla falsa riga di «non è Natale senza panettone», per molte famiglie non è Pasqua senza la colomba.

Elisa Pedrazzini

LE PENE DELL’INFERNO

Gli ultimi temporali hanno spazzato via la canicola di agosto.
Del caldo di questa estate resterà una sequenza di nomi che hanno fatto delle previsioni meteo un film dell’orrore. Dopo aver sopportato l’alito rovente di Annibale, Caronte, Nerone e Minosse, siamo riusciti a scampare persino alle fiammate di Lucifero.
Hanno cominciato i meteorologi americani sessant’anni fa a dare a tifoni e uragani dei nomi di persona. Un vezzo ora usato in Europa per dei semplici fenomeni stagionali.
Ma forse in molti si chiederanno come vengono assegnati i nomi a questi anticicloni provenienti dall’Africa.
Ed ecco svelato il mistero: a partire dallo scorso aprile, il sito IlMeteo.it ha iniziato ad affibbiare nomi che sono stati ripresi con successo crescente dai mezzi di comunicazione. Il direttore del sito, Antonio Sanò, dice che i nomi vengono scelti attraverso il forum del sito e su Facebook, aggiungendo che le persone che hanno scelto il nome ‘Minosse’ sarebbero state circa 200 mila.
Un’iniziativa che però ha causato qualche polemica da parte dell’ormai celebre colonnello Giuliacci, secondo cui le procedure di assegnazione dei nomi non sono riconosciute ufficialmente, nè è stabilito con chiarezza quali caratteristiche deve avere un fenomeno per ricevere un proprio appellativo.
Fatto sta che questa estate gli italiani, soprattutto quelli che si trovavano in città, hanno subito le “pene dell’inferno”…

RIFIUTI SPAZIALI

L’uomo produce rifiuti anche fuori dal suo pianeta: fin dalle prime esplorazioni spaziali degli anni Cinquanta, lo spazio si è riempito di satelliti, navicelle, parti di razzi. Si è calcolato che questa spazzatura galattica sia composta da almeno 16mila oggetti obsoleti.
Generalmente i pezzi più piccoli che precipitano verso la terra non superano l’atmosfera e si disintegrano. Per i pezzi più grandi, invece, come nel caso dei frammenti dei satelliti Rosat (2.426 kg) e Uars (7 tonnellate di frammenti con un pezzo da 150 kg), il pericolo di una pioggia di detriti sulla terra è reale. Inoltre, questi oggetti alla deriva, rischiano di collidere con i satelliti attivi e funzionanti.
Ora si corre ai ripari: la notizia è dello scorso febbraio. Il Politecnico di Losanna sta realizzando un satellite in grado di ripulire l’orbita del pianeta dai detriti provenienti dai pezzi dei satelliti dismessi.
Una volta individuato il «rifiuto spaziale», il piccolo satellite (misura 30 x 10 x 20 cm) si allineerà alla sua traiettoria e grazie ai suoi tentacoli si aggancerà per poi fargli cambiare orbita, indirizzandolo verso l’atmosfera terrestre dove si distruggerebbe.
La difficoltà sta nel prendere oggetti che si muovono alla velocità di 28mila km/h. Il progetto, denominato Clean Space One, costa oltre 10 milioni di franchi svizzeri e sarà operativo dal 2016.

Mirko Stoppa

SONO AUMENTATI I TERREMOTI?

Sebbene possa sembrare che ultimamente nel mondo si verifichino più terremoti, uno dei principali centri sismologici internazionali, il National Earthquake Information Center (NEIC) del servizio geologico degli Stati Uniti (USGS), fa sapere che il numero di terremoti di magnitudo 7.0 o maggiori è rimasto quasi costante durante tutto questo secolo.
Addirittura, i dati sembrano mostrare una lieve diminuzione negli ultimi anni.
Allora perchè ci sembra che ci sia stato un incremento della sismicità mondiale?
Una spiegazione può essere quella che con l’aumento di stazioni sismiche si è in grado di registrare più terremoti.
Il miglioramento nelle comunicazioni inoltre permette di trasmettere più velocemente i dati. Nel 1931, c’erano all’incirca 350 stazioni. Oggi ben 4000 in tutto il mondo.
Va tenuto conto inoltre dell’enorme incremento di mezzi di comunicazione e di informazione. Oggi la popolazione è più informata sui terremoti di quanto lo fosse in passato. In Italia l’espansione della Rete Sismica Nazionale Centralizzata ha consentito nel corso degli anni di migliorare l’accuratezza delle localizzazioni dei terremoti e di aumentare il numero dei terremoti registrati.
Ma i terremoti e il clima sono correlati?
Assolutamente no.
I terremoti avvengono all’interno del pianeta. I venti, le precipitazioni e la temperatura riguardano soltanto la superficie terrestre. I terremoti si verificano a prescindere dalle condizioni atmosferiche, in tutte le zone climatiche, in tutte le stagioni dell’anno e a qualsiasi ora della giornata.

(fonte: INGV)

BATTELLI ARABESCATI DI GHIACCIO

Riprendo un bellissimo pezzo di storia e ambiente, postato oggi dall’amico Willi sul sito di Meteocomo, tanto per consolarci un po’ e… tentare di riscaldarci!!!

Siamo al febbraio 1929, mese celebrato e ricordato tra le massime espressioni degli inverni del XX secolo.
Tutto ha inizio tra San Silvestro e Capodanno. Nella Valle Padana irrompe aria gelida, all’origine di temporali e persino grandinate che interessano anche la nostra provincia. Il 2 gennaio Como è ricoperta da 6 centimetri di neve. La temperatura, nei valori minimi, inizia una lenta discesa fino a sfiorare i 10 gradi sotto lo zero il 13 gennaio.
Nel tardo pomeriggio del 24, dopo un inizio di giornata con “tempo nebbioso ed incerto”, riprende a nevicare. “Dapprima lenta e minuta, poi spessa ed a falde larghe, la neve ricopre alberi, comignoli e strade. Nella notte la città assume l’aspetto caratteristico delle grandi nevicate ed ognuno si affretta a casa, pensando al tepore dei caminetti o delle stufe che possono compensarlo del disagio provato sulla via”.
Anche se il freddo dell’ormai prossimo febbraio non è ancora giunto, le statistiche di gennaio sono già implacabili: in città la temperatura media è inferiore a quella che si registrerà nel gennaio ’63 e nel più recente gennaio ’85.
Quella di gennaio, scrive La Vedetta di Monteolimpino, “è stata una vera ondata (termine ormai comunemente accettato) di freddo rigoroso. E fu così dovunque. I giornali ce ne tennero informati. I delicati cittadini del centro, dicono (celiando) che noi rionali di Monte Olimpino ci troviamo sui Carpazi. Come gli ambrosiani di Milano che chiamano montanari quelli di Montemerlo, là nel parco tra i bastioni!
Ma le cifre sono cifre: a Como temperatura 9° sotto zero. A Ponte Chiasso 12° sotto zero. A Monte Olimpino massimo 6° sotto zero. Tanto… per la storia. Sta il fatto però che il freddo ci fu pure qui, e sentito. E tutto si raffreddò. Sospese le quotidiane funzioni serali alla Chiesa; sospesi tutti i lavori e le attese sistemazioni; chiuse le società; regime conventuale nelle sere deserte. Stufe affollate, geloni ai piedi, lane dovunque, e tossi tossi… e funerali!”
Con febbraio ci si propone di riprendere in pieno la “multiforme vitalità religiosa e civile”. La “signora merla” non si accontenta però dei suoi soliti tre giorni di festa di fine gennaio, e la protrae per tre settimane. Sono le più tremende: “temperature polari, geli non mai provati”. Quella che continua ad essere chiamata ondata sembra voler travolgere tutti. Tra il 14 ed il 15 febbraio Como, Lecco, Bellano e molte altre località registrano valori termici che non verranno mai più toccati fino ai nostri giorni. É così per i -12,5°C registrati a Como il 15 di febbraio (valore più basso dal 1926 ad oggi), per i -13,0°C registrati a Lecco il 14 di febbraio ed i -12,0°C di Bellano.
Sono questi i valori lacuali in grado di arabescare le sponde, i pontili, le prue dei battelli, solidificando gli spruzzi di acqua sollevati durante la navigazione o sospinti dal vento in forme inconsuete e tanto spesse da rimanere nella memoria.
Come nel gelido dicembre 1879 il lago di Pusiano ghiaccia completamente. Lo spesso e solido strato che si forma, dà sicurezza ai giovani del paese che si avventurano in lungo ed in largo sulla superficie. Qualcuno, più audace, percorre in moto il tragitto di andata e ritorno tra Casletto e Pusiano.
Anche nell’Olgiatese l’inverno è “eccezionalmente crudo”. Accanto ai valori ufficiali dell’osservatorio, afferente all’Ufficio Idrografico del Po e posizionato a 407 metri sul livello del mare, si compiono misurazioni nei luoghi più esposti alle inversioni termiche, e ben noti per i loro rigori. Ecco allora come alla stazione della ferrovia si arriva a -18°C, alle Fornaci si toccano addirittura i -20°C… cinque gradi in meno rispetto al valore dell’osservatorio. La salute pubblica si mantiene in generale ottima, nonostante una mortalità superiore al normale. Nessun incidente degno di nota, ad eccezione di qualche capitombolo sul suolo ghiacciato e lievi infortuni di lavoro.
Anche sui Carpazi di Como l’ondata passa senza colpo ferire:“Tutti vivi!” titola La Vedetta di Monteolimpino. Il febbraio del 1929 è terminato, consegnandosi agli annali senza che alcun significativo episodio di neve abbia avuto la possibilità di addolcire il clima.

 

Laghetto di Cardina febbraio 2012 (A. Moretti)

DEDICATO A WDT

Premessa: Chi lascia la strada vecchia per la nuova…con quel che segue:… morale siamo ancora quì.

La prossima volta che sentirete qualcuno sparlare di cambiamenti climatici, ricordatevi del video seguente, che utilizza una divertente analogia tra un cane e il suo proprietario per spiegare le differenze tra tempo e clima.

Il video dice essenzialmente questo:

“L’errore più comune che si commette interpretando le statistiche è osservare i risultati da troppo vicino. Tutto ci può apparire confuso. Così rischiate di concentrarvi sul cane mentre dovreste orientare il vostro interesse sul proprietario. Nel video il cane compie cammini in alto e in basso, ma la direzione del proprietario non cambia al cambiare del suo compagno canino.
Il cane rappresenta il tempo atmosferico, il suo proprietario il clima”.

LA PEGGIOR SCIENZA DEL 2011

In un periodo in cui tutti si apprestano a fare bilanci dell’anno appena trascorso, individuando il meglio in ogni campo del sapere e della vita, la rivista The Scientist si distingue tirando fuori dal cilindro i cinque momenti in cui la scienza ha dato il peggio di sé. Sono quelli in cui alcuni anche autorevoli scienziati hanno rinnegato se stessi, imbrogliando e mischiando le carte delle loro ricerche. O magari sono solo inciampati in errori banali.
In prima posizione nella top five della rivista inglese c’è Diederik Stapel, ex preside della facoltà di Scienze sociali e comportamentali dell’Università di Tilburg, nei Paesi Bassi. Il suddetto ha pubblicato, nella sua lunga carriera, innumerevoli studi affascinanti e controcorrente, alcuni dei quali apparsi anche su riviste prestigiose come Science. Dallo scorso settembre, però, Stapel non soltanto non è più preside della facoltà, ma è stato cacciato dall’università stessa e bandito dalla comunità scientifica. Lo studioso, infatti, avrebbe falsificato almeno 30, ma si sospetta forse un centinaio, dei suoi studi, fabbricandosi dati ad hoc e inventandosi intere ricerche come quella, pubblicata proprio da Science, sul fatto che un ambiente caotico favorisse stereotipi e discriminazioni.
Segue a ruota l’increscioso arresto, lo scorso novembre, di Judy Mikovits. La ricercatrice – ex direttrice del Whittermore Peterson Institute in Nevada – nel 2009 aveva annunciato in uno studio il legame tra un virus murino della leucemia e la sindrome da fatica cronica. Da allora molti laboratori hanno provato a riprodurre il suo lavoro, ma senza ottenere il medesimo risultato. L’ultima smentita al lavoro della ricercatrice è stata pubblicata su Science lo scorso settembre, subito prima del suo licenziamento. Nel lasciare il suo incarico, però, Judy Mikovits si è portata via tutti i file relativi allo studio incriminato, teoricamente di proprietà dell’Istituto. Per questo motivo lo scorso 18 novembre è stata arrestata in California, dove si era rifugiata, e ora è in attesa di processo. E Science ha definitivamente ritirato lo studio incriminato.
Il terzo protagonista è un ricercatore italiano della Boston University, il biostatistico Paolo Sebastiani. In questo caso, però, non sembra esserci cattiva fede, quanto piuttosto errore umano e cattiva qualità degli strumenti utilizzati. Lo scorso anno il ricercatore pubblicò uno studio nel quale identificava la “firma genetica della longevità” fatta di di 19 geni comuni ai centenari. La ricerca godette di un breve successo. Nel giro di pochi giorni, però, arrivarono decine di email nelle quali altri ricercatori evidenziavano un grave errore probabilmente dovuto a un difetto del chip usato per il sequenziamento dal team di Sebastiani. Gli studiosi hanno allora eliminato la fonte dell’errore sostituendo il chip e ripetendo i calcoli. Scoprendo però che la correlazione tra la sequenza genica e la longevità era molto meno significativa di quanto precedentemente stimato. Così lo scorso luglio hanno ritirato lo studio, spiegando l’errore sulle pagine di Science.
Una ricerca pubblicata alla fine del 2010 da un gruppo guidato da Felisa Wolfe-Simon dell’Arizona State University e finanziata dalla Nasa descriveva la scoperta di una nuova specie di batterio nel lago Mono, situato nel parco dello Yosemite in California. Questo microrganismo non solo sarebbe in grado di sopravvivere nonostante altissime concentrazioni di arsenico e bassissime di fosforo, ma addirittura sembrerebbe incorporare l’arsenico nel suo Dna. Un caso unico. Tuttavia, nel corso del 2011, la comunità scientifica ha espresso numerosi dubbi rispetto alla validità dello studio, mettendo i discussione in particolare la scarsa qualità delle tecniche usate e la conduzione della sperimentazione. Lo scorso maggio ben 15 ricercatori hanno pubblicato su Science otto commenti tecnici molto duri e puntuali, che tuttavia non sono bastati alla ricercatrice per convincersi a ritrattare lo studio.
La classifica si chiude con il caso di un controverso articolo sui cambiamenti climatici, pubblicato nel 2008 su Computational Statistics and Data Analysis, e sbugiardato lo scorso anno dopo che un blogger più intraprendente o solo più sveglio degli altri vi aveva trovato dentro interi passaggi copiati da altre fonti, Wikipedia compresa. L’articolo, opera dello scettico del riscaldamento globale Edward Wegman della George Mason Unversity, è stato ritirato dalla rivista lo scorso maggio.

Riferimenti: The Scientist