Ambiente

PULIZIE

Anche oggi che le pulizie si fanno quotidianamente, con l’arrivo della primavera si spalancano volentieri le finestre al primo sole. Lo zefiro d’aprile, con quel soffio fresco e frizzantino, entra purificatore nelle stanze a fugar l’aria che sa di chiuso. Una bella rinfrescata alla casa ci sta proprio bene. Un tempo, poi!
La consuetudine delle pulizie per l’Acqua Santa fu un sano dettato della Chiesa, madre e maestra, che con l’occasione della benedizione pasquale spronava la gente a togliersi di dosso e dalle case il sudicio accumulato nei mesi invernali. Una salutare lezione d’igiene.
Solo il “canto del foco” aveva erogato un po’ di calore, oltre a cenere, fuliggine e nero fumo. La gente per ripararsi dal freddo indossava tanti cenci e “sanrocchini”, che venivano lavati raramente. Igiene personale pochina pochina. C’era davvero bisogno di una energica “spollinatura”.
Dice un proverbio: “l’olivo benedetto vuol trovare pulito e netto”. E allora, prima che passi il prete, via con le pulizie.
A San Polo, ma credo dappertutto, le pulizie pasquali erano uno spettacolo. Le donne sembravano morse dalla tarantola. Le case sottosopra. Si ribattevano materassi, si imbiancava “il guscio”, si facevano bucati con cenere, soda e liscivia e si sciacquavano ai tonfani dei borri e dell’Ema. Si buttavano fuori di casa sedie, piattaie e cappellinai. Si staccavano le grandi foto incorniciate dei familiari defunti, onorati sulle pareti del salotto. Si toglieva dalla piluzza dell’acqua santa a capo del letto il rametto d’ulivo benedetto dell’anno prima, ormai secco, strinato e polveroso, che veniva devotamente bruciato.
Con le teste fasciate da grandi pezzole le massaie, armate di granatoni di scopa e saggina, strigliavano i muri e i travicelli, per cacciare polvere e ragnatele. Non Tot, Mastrolindo o Vim, ma secchiate d’acqua e sugo di gomiti a lavare suppellettili, stanze e scale. Si lustravano utensili e pentole in rame e mezzine con sale e aceto, si pulivano lumi, scartocci e vasi da notte con rena di fiume o pomice. I mattoni arrossivano di “cinabrese”. Le vetrine, svuotate da tazze, chicchere e bicchieri, si ornavano di pendenti centrini di carta colorata e traforata a mo’ di ricamo e si ripopolavano delle povere ma luccicanti porcellane. I tiranti dei lumi appesi al soffitto si abbellivano di fiocchi, fiori e sbuffi di carta velina arricciata. Si staccavano dai cardini anche porte e finestre, per lavarle al fiume o alla fonte. Con carta di giornale, quando c’era, si spannavano i vetri. Anche gli uomini, recalcitranti, venivano coinvolti in qualche faccenda pesante e allora il prete e l’acqua santa ricevevano particolari benedizioni. Poi, sul marciapiedi e sull’aia, ancora scrosci d’acqua in un rigenerante lavaggio quasi sacrale.
Ecco, ora tutto è a posto. Si stende sul letto la coperta di picchè e trina, quella del corredo, che sarà religiosamente riposta dopo Pasqua. Al braccio del lavamano si spiega l’asciugamano più bello con la scritta “Buongiorno” ricamata in rosso. Una rapida rivista generale. Si nasconde qualche straccio rimasto randagio per la casa. Un’occhiata soddisfatta alle modeste, brillanti stanzette. Ora tocca alle donne e ai figli lavarsi… in catinella. I ragazzi usciranno dalle mani delle madri rossi in viso e strigliati a dovere. Si indossano i vestiti puliti e ci si dispone ad aspettare sull’uscio l’arrivo del sor priore. Finalmente due chiacchiere e un po’ di relax.
Non per tutti però… A Ciocca, in fondo al paese, abitava una donna con la sua famiglia, “la Schizza”. Lei, chissà perché, ogni anno si riduceva a fare le pulizie quando le sue vicine avevano praticamente finito. Allora era una corsa, un affanno, per dare alle due stanzucchie una parvenza di pulito. L’impresa era ardua, il tempo poco e la “Schizza” correva agitata a metter fuori seggiole, piattaie e scaffalini. Ma già le campane annunciavano l’uscita del priore e dei chierichetti dalla canonica. La “Schizza” sgambettava e imprecava girando come una trottola impazzita, mentre le vicine ridevano al ripetersi annuale di quella scena che pareva un film di Ridolini. Qualcuna si risentiva stizzita, ma poi, prese da compassione, davano una mano per levare dall’impiccio la povera donna. Quando il priore entrava in casa della “Schizza” il pavimento era ancora molle ma lei si stava spianando le pieghe del vestito pulito appena indossato.
Bene o male anche per quest’anno era fatta. Tanto c’è un altro proverbio che dice: “Il pretino della cura benedice ragni e spazzatura”.
E poi…torna l’inverno!

Miriam Serni Casalini

LE PENE DELL’INFERNO

Gli ultimi temporali hanno spazzato via la canicola di agosto.
Del caldo di questa estate resterà una sequenza di nomi che hanno fatto delle previsioni meteo un film dell’orrore. Dopo aver sopportato l’alito rovente di Annibale, Caronte, Nerone e Minosse, siamo riusciti a scampare persino alle fiammate di Lucifero.
Hanno cominciato i meteorologi americani sessant’anni fa a dare a tifoni e uragani dei nomi di persona. Un vezzo ora usato in Europa per dei semplici fenomeni stagionali.
Ma forse in molti si chiederanno come vengono assegnati i nomi a questi anticicloni provenienti dall’Africa.
Ed ecco svelato il mistero: a partire dallo scorso aprile, il sito IlMeteo.it ha iniziato ad affibbiare nomi che sono stati ripresi con successo crescente dai mezzi di comunicazione. Il direttore del sito, Antonio Sanò, dice che i nomi vengono scelti attraverso il forum del sito e su Facebook, aggiungendo che le persone che hanno scelto il nome ‘Minosse’ sarebbero state circa 200 mila.
Un’iniziativa che però ha causato qualche polemica da parte dell’ormai celebre colonnello Giuliacci, secondo cui le procedure di assegnazione dei nomi non sono riconosciute ufficialmente, nè è stabilito con chiarezza quali caratteristiche deve avere un fenomeno per ricevere un proprio appellativo.
Fatto sta che questa estate gli italiani, soprattutto quelli che si trovavano in città, hanno subito le “pene dell’inferno”…

RIFIUTI SPAZIALI

L’uomo produce rifiuti anche fuori dal suo pianeta: fin dalle prime esplorazioni spaziali degli anni Cinquanta, lo spazio si è riempito di satelliti, navicelle, parti di razzi. Si è calcolato che questa spazzatura galattica sia composta da almeno 16mila oggetti obsoleti.
Generalmente i pezzi più piccoli che precipitano verso la terra non superano l’atmosfera e si disintegrano. Per i pezzi più grandi, invece, come nel caso dei frammenti dei satelliti Rosat (2.426 kg) e Uars (7 tonnellate di frammenti con un pezzo da 150 kg), il pericolo di una pioggia di detriti sulla terra è reale. Inoltre, questi oggetti alla deriva, rischiano di collidere con i satelliti attivi e funzionanti.
Ora si corre ai ripari: la notizia è dello scorso febbraio. Il Politecnico di Losanna sta realizzando un satellite in grado di ripulire l’orbita del pianeta dai detriti provenienti dai pezzi dei satelliti dismessi.
Una volta individuato il «rifiuto spaziale», il piccolo satellite (misura 30 x 10 x 20 cm) si allineerà alla sua traiettoria e grazie ai suoi tentacoli si aggancerà per poi fargli cambiare orbita, indirizzandolo verso l’atmosfera terrestre dove si distruggerebbe.
La difficoltà sta nel prendere oggetti che si muovono alla velocità di 28mila km/h. Il progetto, denominato Clean Space One, costa oltre 10 milioni di franchi svizzeri e sarà operativo dal 2016.

Mirko Stoppa

SONO AUMENTATI I TERREMOTI?

Sebbene possa sembrare che ultimamente nel mondo si verifichino più terremoti, uno dei principali centri sismologici internazionali, il National Earthquake Information Center (NEIC) del servizio geologico degli Stati Uniti (USGS), fa sapere che il numero di terremoti di magnitudo 7.0 o maggiori è rimasto quasi costante durante tutto questo secolo.
Addirittura, i dati sembrano mostrare una lieve diminuzione negli ultimi anni.
Allora perchè ci sembra che ci sia stato un incremento della sismicità mondiale?
Una spiegazione può essere quella che con l’aumento di stazioni sismiche si è in grado di registrare più terremoti.
Il miglioramento nelle comunicazioni inoltre permette di trasmettere più velocemente i dati. Nel 1931, c’erano all’incirca 350 stazioni. Oggi ben 4000 in tutto il mondo.
Va tenuto conto inoltre dell’enorme incremento di mezzi di comunicazione e di informazione. Oggi la popolazione è più informata sui terremoti di quanto lo fosse in passato. In Italia l’espansione della Rete Sismica Nazionale Centralizzata ha consentito nel corso degli anni di migliorare l’accuratezza delle localizzazioni dei terremoti e di aumentare il numero dei terremoti registrati.
Ma i terremoti e il clima sono correlati?
Assolutamente no.
I terremoti avvengono all’interno del pianeta. I venti, le precipitazioni e la temperatura riguardano soltanto la superficie terrestre. I terremoti si verificano a prescindere dalle condizioni atmosferiche, in tutte le zone climatiche, in tutte le stagioni dell’anno e a qualsiasi ora della giornata.
(fonte: INGV)

BATTELLI ARABESCATI DI GHIACCIO

Riprendo un bellissimo pezzo di storia e ambiente, postato oggi dall’amico Willi sul sito di Meteocomo, tanto per consolarci un po’ e… tentare di riscaldarci!!!

Siamo al febbraio 1929, mese celebrato e ricordato tra le massime espressioni degli inverni del XX secolo.
Tutto ha inizio tra San Silvestro e Capodanno. Nella Valle Padana irrompe aria gelida, all’origine di temporali e persino grandinate che interessano anche la nostra provincia. Il 2 gennaio Como è ricoperta da 6 centimetri di neve. La temperatura, nei valori minimi, inizia una lenta discesa fino a sfiorare i 10 gradi sotto lo zero il 13 gennaio.
Nel tardo pomeriggio del 24, dopo un inizio di giornata con “tempo nebbioso ed incerto”, riprende a nevicare. “Dapprima lenta e minuta, poi spessa ed a falde larghe, la neve ricopre alberi, comignoli e strade. Nella notte la città assume l’aspetto caratteristico delle grandi nevicate ed ognuno si affretta a casa, pensando al tepore dei caminetti o delle stufe che possono compensarlo del disagio provato sulla via”.
Anche se il freddo dell’ormai prossimo febbraio non è ancora giunto, le statistiche di gennaio sono già implacabili: in città la temperatura media è inferiore a quella che si registrerà nel gennaio ’63 e nel più recente gennaio ’85.
Quella di gennaio, scrive La Vedetta di Monteolimpino, “è stata una vera ondata (termine ormai comunemente accettato) di freddo rigoroso. E fu così dovunque. I giornali ce ne tennero informati. I delicati cittadini del centro, dicono (celiando) che noi rionali di Monte Olimpino ci troviamo sui Carpazi. Come gli ambrosiani di Milano che chiamano montanari quelli di Montemerlo, là nel parco tra i bastioni!
Ma le cifre sono cifre: a Como temperatura 9° sotto zero. A Ponte Chiasso 12° sotto zero. A Monte Olimpino massimo 6° sotto zero. Tanto… per la storia. Sta il fatto però che il freddo ci fu pure qui, e sentito. E tutto si raffreddò. Sospese le quotidiane funzioni serali alla Chiesa; sospesi tutti i lavori e le attese sistemazioni; chiuse le società; regime conventuale nelle sere deserte. Stufe affollate, geloni ai piedi, lane dovunque, e tossi tossi… e funerali!”
Con febbraio ci si propone di riprendere in pieno la “multiforme vitalità religiosa e civile”. La “signora merla” non si accontenta però dei suoi soliti tre giorni di festa di fine gennaio, e la protrae per tre settimane. Sono le più tremende: “temperature polari, geli non mai provati”. Quella che continua ad essere chiamata ondata sembra voler travolgere tutti. Tra il 14 ed il 15 febbraio Como, Lecco, Bellano e molte altre località registrano valori termici che non verranno mai più toccati fino ai nostri giorni. É così per i -12,5°C registrati a Como il 15 di febbraio (valore più basso dal 1926 ad oggi), per i -13,0°C registrati a Lecco il 14 di febbraio ed i -12,0°C di Bellano.
Sono questi i valori lacuali in grado di arabescare le sponde, i pontili, le prue dei battelli, solidificando gli spruzzi di acqua sollevati durante la navigazione o sospinti dal vento in forme inconsuete e tanto spesse da rimanere nella memoria.
Come nel gelido dicembre 1879 il lago di Pusiano ghiaccia completamente. Lo spesso e solido strato che si forma, dà sicurezza ai giovani del paese che si avventurano in lungo ed in largo sulla superficie. Qualcuno, più audace, percorre in moto il tragitto di andata e ritorno tra Casletto e Pusiano.
Anche nell’Olgiatese l’inverno è “eccezionalmente crudo”. Accanto ai valori ufficiali dell’osservatorio, afferente all’Ufficio Idrografico del Po e posizionato a 407 metri sul livello del mare, si compiono misurazioni nei luoghi più esposti alle inversioni termiche, e ben noti per i loro rigori. Ecco allora come alla stazione della ferrovia si arriva a -18°C, alle Fornaci si toccano addirittura i -20°C… cinque gradi in meno rispetto al valore dell’osservatorio. La salute pubblica si mantiene in generale ottima, nonostante una mortalità superiore al normale. Nessun incidente degno di nota, ad eccezione di qualche capitombolo sul suolo ghiacciato e lievi infortuni di lavoro.
Anche sui Carpazi di Como l’ondata passa senza colpo ferire:“Tutti vivi!” titola La Vedetta di Monteolimpino. Il febbraio del 1929 è terminato, consegnandosi agli annali senza che alcun significativo episodio di neve abbia avuto la possibilità di addolcire il clima.

 

DEDICATO A WDT

Premessa: Chi lascia la strada vecchia per la nuova…con quel che segue:… morale siamo ancora quì.

La prossima volta che sentirete qualcuno sparlare di cambiamenti climatici, ricordatevi del video seguente, che utilizza una divertente analogia tra un cane e il suo proprietario per spiegare le differenze tra tempo e clima.

Il video dice essenzialmente questo:

“L’errore più comune che si commette interpretando le statistiche è osservare i risultati da troppo vicino. Tutto ci può apparire confuso. Così rischiate di concentrarvi sul cane mentre dovreste orientare il vostro interesse sul proprietario. Nel video il cane compie cammini in alto e in basso, ma la direzione del proprietario non cambia al cambiare del suo compagno canino.
Il cane rappresenta il tempo atmosferico, il suo proprietario il clima”.

LA PEGGIOR SCIENZA DEL 2011

In un periodo in cui tutti si apprestano a fare bilanci dell’anno appena trascorso, individuando il meglio in ogni campo del sapere e della vita, la rivista The Scientist si distingue tirando fuori dal cilindro i cinque momenti in cui la scienza ha dato il peggio di sé. Sono quelli in cui alcuni anche autorevoli scienziati hanno rinnegato se stessi, imbrogliando e mischiando le carte delle loro ricerche. O magari sono solo inciampati in errori banali.
In prima posizione nella top five della rivista inglese c’è Diederik Stapel, ex preside della facoltà di Scienze sociali e comportamentali dell’Università di Tilburg, nei Paesi Bassi. Il suddetto ha pubblicato, nella sua lunga carriera, innumerevoli studi affascinanti e controcorrente, alcuni dei quali apparsi anche su riviste prestigiose come Science. Dallo scorso settembre, però, Stapel non soltanto non è più preside della facoltà, ma è stato cacciato dall’università stessa e bandito dalla comunità scientifica. Lo studioso, infatti, avrebbe falsificato almeno 30, ma si sospetta forse un centinaio, dei suoi studi, fabbricandosi dati ad hoc e inventandosi intere ricerche come quella, pubblicata proprio da Science, sul fatto che un ambiente caotico favorisse stereotipi e discriminazioni.
Segue a ruota l’increscioso arresto, lo scorso novembre, di Judy Mikovits. La ricercatrice – ex direttrice del Whittermore Peterson Institute in Nevada – nel 2009 aveva annunciato in uno studio il legame tra un virus murino della leucemia e la sindrome da fatica cronica. Da allora molti laboratori hanno provato a riprodurre il suo lavoro, ma senza ottenere il medesimo risultato. L’ultima smentita al lavoro della ricercatrice è stata pubblicata su Science lo scorso settembre, subito prima del suo licenziamento. Nel lasciare il suo incarico, però, Judy Mikovits si è portata via tutti i file relativi allo studio incriminato, teoricamente di proprietà dell’Istituto. Per questo motivo lo scorso 18 novembre è stata arrestata in California, dove si era rifugiata, e ora è in attesa di processo. E Science ha definitivamente ritirato lo studio incriminato.
Il terzo protagonista è un ricercatore italiano della Boston University, il biostatistico Paolo Sebastiani. In questo caso, però, non sembra esserci cattiva fede, quanto piuttosto errore umano e cattiva qualità degli strumenti utilizzati. Lo scorso anno il ricercatore pubblicò uno studio nel quale identificava la “firma genetica della longevità” fatta di di 19 geni comuni ai centenari. La ricerca godette di un breve successo. Nel giro di pochi giorni, però, arrivarono decine di email nelle quali altri ricercatori evidenziavano un grave errore probabilmente dovuto a un difetto del chip usato per il sequenziamento dal team di Sebastiani. Gli studiosi hanno allora eliminato la fonte dell’errore sostituendo il chip e ripetendo i calcoli. Scoprendo però che la correlazione tra la sequenza genica e la longevità era molto meno significativa di quanto precedentemente stimato. Così lo scorso luglio hanno ritirato lo studio, spiegando l’errore sulle pagine di Science.
Una ricerca pubblicata alla fine del 2010 da un gruppo guidato da Felisa Wolfe-Simon dell’Arizona State University e finanziata dalla Nasa descriveva la scoperta di una nuova specie di batterio nel lago Mono, situato nel parco dello Yosemite in California. Questo microrganismo non solo sarebbe in grado di sopravvivere nonostante altissime concentrazioni di arsenico e bassissime di fosforo, ma addirittura sembrerebbe incorporare l’arsenico nel suo Dna. Un caso unico. Tuttavia, nel corso del 2011, la comunità scientifica ha espresso numerosi dubbi rispetto alla validità dello studio, mettendo i discussione in particolare la scarsa qualità delle tecniche usate e la conduzione della sperimentazione. Lo scorso maggio ben 15 ricercatori hanno pubblicato su Science otto commenti tecnici molto duri e puntuali, che tuttavia non sono bastati alla ricercatrice per convincersi a ritrattare lo studio.
La classifica si chiude con il caso di un controverso articolo sui cambiamenti climatici, pubblicato nel 2008 su Computational Statistics and Data Analysis, e sbugiardato lo scorso anno dopo che un blogger più intraprendente o solo più sveglio degli altri vi aveva trovato dentro interi passaggi copiati da altre fonti, Wikipedia compresa. L’articolo, opera dello scettico del riscaldamento globale Edward Wegman della George Mason Unversity, è stato ritirato dalla rivista lo scorso maggio.

Riferimenti: The Scientist

Nei prossimi giorni… tempo sereno e… pioggia di satelliti…

Nessun pericolo ovviamente, la probabilità di essere colpiti è di 1:10.000, solo un potenziale spettacolo nel caso il rientro del satellite fosse visibile dall’Italia.
UARS, ovvero Upper Atmospheric Research Satellite, è un satellite statunitense per lo studio dell’alta atmosfera terrestre ed in particolare dello strato di ozono. Portato in orbita dallo shuttle nel 1991 ha svolto egregiamente il suo lavoro per ben 14 anni contro i 3 previsti inizialmente. Ora senza più carburante a bordo i tecnici hanno deciso di farlo rientrare in atmosfera dove brucerà quasi completamente.
Quando è previsto il rientro? Non avendo più carburante a bordo la manovra non è controllata, il rientro dovrebbe avvenire il 23 Settembre (± un giorno) tra i 57° di latitudine nord ed i 57° di latitudine sud, una fascia immensa che include anche l’Italia. Purtroppo si potrà avere una maggiore precisione (sempre con uno scarto di circa 10.000km) solo nelle ore prossime al rientro. Il canto del cigno di questo prezioso laboratorio spaziale. I rottami saranno disseminati su una area di circa 800km di lunghezza. Nel caso il rientro fosse visibile dall’Italia in orari di buio o di crepuscolo sarà uno spettacolo da non perdere.
Orario del rientro: pagina della NASA in costante aggiornamento.
http://www.nasa.gov/mission_pages/uars/index.html

GIU’ LA CHIBRO…SU PALAZZI A CINQUE PIANI!!!

PIANO DI RECUPERO AREA EX CHIBRO
NORME TECNICHE DI ATTUAZIONE

In considerazione della posizione del comparto edilizio in trasformazione nella struttura morfologica e territoriale la progettazione dovrà avere come obiettivo prioritario la qualità del risultato architettonico e ambientale.
ART 1 – AMBITO DI INTERVENTO Il Piano attuativo è finalizzato alla trasformazione del comparto industriale dismesso Chibro, in località Monte Olimpino, così come definito dal Prg vigente e identificato nella tavola 1 del Piano di Recupero. Recependo la recente ri-perimetrazione del Parco della Spina Verde la zona B4 oggetto di Piano di Recupero, come indicato dettagliatamente nelle tavole e nella relazione, ha una superficie territoriale di 8.902 mq. Interessa i seguenti mappali catastali: sezione censuaria di Monte Olimpino, fogli n. 5 – 7 – 8, mappali 3150, 912, 526, 913, 5731, 5724, 5732, 6340.

ART 2 – NORME DI PRG Nel rispetto delle norme di Prg relative alla zona urbanistica (B4) e con riferimento alle tavole di progetto, il comparto di nuova realizzazione, secondo l’art 23 delle Nta, avrà i seguenti indici e parametri:
Volume totale 19.115 mc, divisi in più corpi di fabbrica –
Slp totale 6.371 mq – H max m. 15,30 – Numero piani 5 –
Distanza dai fabbricati m. 10 – Distanza dai confini m. 5 –
Funzione residenziale

E VAI…COL CEMENTO!!! …ECCO LA NUOVA OEC…

Lo studio effettuato per elaborare la soluzione progettuale oggetto del piano attuativo ha individuato le seguenti tematiche da affrontare e risolvere per eliminare l’attuale fenomeno di degrado urbano e per recuperare un’area strategica in termini territoriali, ambientali, architettonici e sociali:

– riqualificazione paesistico-ambientale ed architettonica dell’ambito urba- nistico del P.A. avente una ricaduta positiva sull’intero quartiere;

– organizzazione del sistema viabilistico interno all’area e sua integrazione con la rete viaria circostante onde migliorare l’attuale assetto viario principale;

– garantire una dotazione complessiva di aree a standard e zone di sosta e parcheggio pubblico e privato adeguati rispetto all’intervento proposto ed alle destinazioni d’uso previste, nel rispetto delle dotazioni minime richieste dal P.R.G. da reperire nell’ambito del P.A.;

– migliorare la tutela ambientale dell’ambito urbano con l’esecuzione di nuovi edifici ecocompatibili, residenziali e commerciali, in grado di garantire un’efficienza energetica ed una sostenibilità maggiore rispetto ai minimi di legge richiesti.

Tali obiettivi verranno conseguiti mediante la realizzazione, conformemente a quanto previsto dal PRG, di nuove abitazioni, all’avanguardia sul piano tecnologico e della compatibilità ambientale, e di una struttura commerciale di media distribuzione, alimentare e non alimentare, al fine di fornire un servizio di prossimità sia ai nuovi residenti sia a coloro che già abitano nella zona, ampiamente sottoservita sotto tale profilo.

Chissà perchè quando è tutto così positivo…io sento odore di bruciato?!

COMINCIA L’ESTATE? Qualche curiosità a proposito del Solstizio.

Ore 17,16 UTC, ovvero le 19,16 in Italia, di Martedì 21 Giugno: è l’inizio dell’Estate. A quell’ora infatti il Sole raggiunge, nel suo moto apparente lungo l’eclittica, il punto più alto nel cielo e il giorno raggiungerà la sua massima durata.
MA SIAMO DAVVERO SICURI CHE STIAMO ENTRANDO NELL’ESTATE?
Astronomicamente è proprio il contrario. Dal 24 Giugno il Sole inizia infatti a superare il punto del solstizio. Dunque tra pochi giorni comincerà a percorrere archi sempre più decrescenti, anche se impercettibilmente, sull’orizzonte. Dunque mentre crediamo che cominci l’estate, in realtà l’altezza dell’arco del sole comincia a calare e a dirigersi verso le giornate autunnali.
Il tempo con cui viene calcolato il Solstizio si chiama tempo coordinato universale (UTC): quello di Londra (meridiano di Greenwich). Siccome siamo ad Est rispetto a Londra, ricadiamo nel tempo dell’Europa Centrale: +1 ora. A questo bisogna aggiungere anche un’altra ora: l’ora legale estiva. Al nostro orologio saranno quindi le ore 19,16. Rispetto all’orario dello scorso anno il solstizio avviene 5 ore, 48 minuti e 46 secondi dopo. Una differenza che si accumula ogni anno. Solo se l’anno solare avesse esattamente 365 giorni avremmo un solstizio sempre alla stessa ora. Ma si dà il caso che la durata dell’anno sia di alcune ore più lunga. Il nostro calendario non coincide, dunque, esattamente con l’anno terrestre. E’ per questo che vennero introdotti gli anni bisestili. Se non introducessimo 1 giorno (29 febbraio) ogni 4 anni avremmo, nel giro di poco tempo, l’inizio dell’estate in pieno inverno (a ottobre, novembre e dopo diversi anni a dicembre).
Il 2012 sarà bisestile. L’aggiunta di questo giorno ogni 4 permette di “portare indietro l’orologio” del nostro calendario, riallineandolo col tempo del nostro pianeta. L’anno prossimo avremo dunque il solstizio il 20 giugno. L’intelligentone che introdusse gli anni bisestili (uno ogni quattro) fu, tanto per cambiare, un greco: Sosigene di Alessandria. Pare che Giulio Cesare si sia rivolto a lui per l’elaborazione del calendario. E infatti il calendario viene chiamato Giuliano (in onore di Giulio Cesare). Come sempre sono i politici che beneficiano delle scoperte altrui!
Il calendario Giuliano “sopravvisse” fino al 1592 anno in cui Papa Gregorio XIII non emanò la bolla papale “Inter gravissimas” e lo trasformò nel calendario che porta il suo nome, Gregoriano, che è quello ancora in vigore oggi.
La commissione di esperti che eseguì i calcoli per il nuovo calendario era presieduta dal matematico bavarese Cristoforo Clavio. Ai lavori diedero un contributo decisivo il medico calabrese Luigi Lilio e il matematico perugino Ignazio Danti.  Una delle conseguenze maggiori fu la perdita di 10 giorni: si stabilì che il giorno successivo al 4 ottobre 1582 fosse il 15 ottobre. Con complicazioni inenarrabili per gli studenti dei paesi protestanti! Essi, infatti, introdussero il nuovo calendario molto più tardi negli anni: e nei libri di storia ancor oggi spesso vengono riportate entrambe le date chiamandole con il nome OldStyle e New Style date. Il povero Sir Isaac Netwon, ad esempio, ne fece le spese: non è raro infatti trovare la sua biografia con data di nascita il giorno di Natale del 25 dicembre del 1642 (OSD) mentre per il NSD egli nacque il 4 gennaio 1643!

ALLA RICERCA DEL TEMPO CHE…forse…ARRIVERA’

Siamo tutti, indistintamente, alla ricerca del tempo che verrà. Se piloti d’aerei, naviganti ed escursionisti estremi hanno le loro buone ragioni per tenere sotto osservazione qualsiasi cambiamento climatico, per il resto dei “comuni mortali” a livello globale è difficile comprendere tanta passione per le previsioni meteo. Neanche più i contadini, con tutte queste colture idroponiche, in serra e altri espedienti artificiali, si preoccupano così tanto delle bizze di Giove Pluvio.
Noi, invece, sembra che non ne possiamo proprio fare a meno, e cerchiamo risposte ovunque; sui network radiotelevisivi e sul web, sui giornali e persino sugli smartphone. Fateci caso; sui display dei nuovi telefonini è più facile trovare l’icona della Meteo che la calcolatrice…
C’è chi sostiene sia un’esigenza atavica, e che cerchiamo i “segni” del tempo che verrà con nuovi strumenti esattamente come i nostri antenati più primitivi li scrutavano tra nuvole e colori all’orizzonte. C’è chi la ritiene, invece, un’esigenza moderna, legata ai mille condizionamenti che hanno globalizzato anche le abitudini. “Onestamente, se devo trovare una risposta scientifica, non ce l’ho. Eppure è la domanda che più spesso mi hanno rivolto – commenta Luca Mercalli, direttore della rivista Nimbus e presidente della Società meteorologica italiana -. Anni fa si seguivano le previsioni un po’ come gli oroscopi, così per curiosità; adesso che sono diventate molto più precise sono diventate un prodotto di consumo che funziona, e come tutti i prodotti del genere nessuno se ne vuole privare”.
Più che un prodotto sembra essere diventato uno status symbol, un fiore all’occhiello – ad esempio – per le tv americane che hanno saputo trasformare i protagonisti delle previsioni meteorologiche in veri e propri anchorman. Personaggi così popolari che, spesso, diventano primattori in film di successo, come Nicolas Cage in “The Weather Man”, Bill Murray in “Ricomincio da capo” o Nicole Kidman in “Da morire”.
Ruoli da star, anzi da starlette, anche sui piccoli schermi nostrani. Una presenza affezionata quella delle presentatrici meteo alla Rsi, un trampolino di lancio per le “meteorine” del Tg4 con tanto di casting privé a cura di Lele Mora ed Emilio Fede, un’audience che spopola anche su Youtube per le formose miss satellitari di Sky come Rosaria Cannavò. E non è un caso che il fortunato talkshow di Fabio Fazio si chiami “Chetempochefa”…
Tanto seguito e successo di pubblico, però, continua a non spiegare questo indispensabile e irrefrenabile desiderio di sapere, 24 ore su 24, il tempo che verrà.
Come i pronostici degli antichi aruspici, gli studiosi del volo degli uccelli prevedevano fatti incombenti, forse questa mania di anticipare, nel suo piccolo, eventi quotidiani in divenire come piogge, vento, sole, gelo e calura potrebbe nascondere la nostra illusione di controllare il futuro. “Queste cose lasciamole interpretare dagli psicologi”, commenta ridendo Mercalli suggererendo invece che, per mille motivi, ognuno di noi ha le sue piccole esigenze da soddisfare. C’è chi vuol sapere se può azzardarsi ad uscire in moto, chi vuole stendere la biancheria in giardino e anche chi eviterebbe di acconciarsi i capelli sapendo che l’umidità è in agguato. Chi non rischierebbe l’abitino nuovo di chiffon in caso di pioggia, chi irrorerebbe abbondantemente le petunie sul terrazzo in caso di imminente siccità. “La viabilità è uno dei motivi principali, soprattutto nella brutta stagione, quando è la paura a farci controllare le previsioni del tempo – aggiunge il climatologo rivelando che il picco di richieste si raggiunge proprio con la neve incombente -.
La parte invece relativa alla divulgazione scientifica, il nostro obiettivo di spiegare cause, condizioni e conseguenze, è ferma al palo. A nessuno interessa distinguere correnti ascensionali, del Golfo o anticicloni; vogliono solo sapere se il tempo sarà bello o brutto. Insomma, è la meteo usa e getta. Un prodotto come tanti altri”.
Un prodotto che, come abbiamo visto, è ormai considerato di largo consumo ma anche di successo in qualsiasi applicazione multimediale, a partire dalla carta stampata che – per prima – ha valorizzato i pronostici legati a qualsiasi mutamento atmosferico. Non è un caso che Usa Today, il quotidiano più diffuso negli Stati Uniti, fin dal suo primo numero (interamente a colori) ha dedicato l’intera ultima pagina a previsioni, temperature, umidità e millimetri di pioggia, Stato per Stato. È tuttora la pagina più consultata e l’unica, del giornale, su cui non appare la pubblicità.

EZIO ROCCHI BALBI da Il caffe’.ch