Ambiente

GIU’ LA CHIBRO…SU PALAZZI A CINQUE PIANI!!!

PIANO DI RECUPERO AREA EX CHIBRO
NORME TECNICHE DI ATTUAZIONE

In considerazione della posizione del comparto edilizio in trasformazione nella struttura morfologica e territoriale la progettazione dovrà avere come obiettivo prioritario la qualità del risultato architettonico e ambientale.
ART 1 – AMBITO DI INTERVENTO Il Piano attuativo è finalizzato alla trasformazione del comparto industriale dismesso Chibro, in località Monte Olimpino, così come definito dal Prg vigente e identificato nella tavola 1 del Piano di Recupero. Recependo la recente ri-perimetrazione del Parco della Spina Verde la zona B4 oggetto di Piano di Recupero, come indicato dettagliatamente nelle tavole e nella relazione, ha una superficie territoriale di 8.902 mq. Interessa i seguenti mappali catastali: sezione censuaria di Monte Olimpino, fogli n. 5 – 7 – 8, mappali 3150, 912, 526, 913, 5731, 5724, 5732, 6340.

ART 2 – NORME DI PRG Nel rispetto delle norme di Prg relative alla zona urbanistica (B4) e con riferimento alle tavole di progetto, il comparto di nuova realizzazione, secondo l’art 23 delle Nta, avrà i seguenti indici e parametri:
Volume totale 19.115 mc, divisi in più corpi di fabbrica –
Slp totale 6.371 mq – H max m. 15,30 – Numero piani 5 –
Distanza dai fabbricati m. 10 – Distanza dai confini m. 5 –
Funzione residenziale

E VAI…COL CEMENTO!!! …ECCO LA NUOVA OEC…

Lo studio effettuato per elaborare la soluzione progettuale oggetto del piano attuativo ha individuato le seguenti tematiche da affrontare e risolvere per eliminare l’attuale fenomeno di degrado urbano e per recuperare un’area strategica in termini territoriali, ambientali, architettonici e sociali:

– riqualificazione paesistico-ambientale ed architettonica dell’ambito urba- nistico del P.A. avente una ricaduta positiva sull’intero quartiere;

– organizzazione del sistema viabilistico interno all’area e sua integrazione con la rete viaria circostante onde migliorare l’attuale assetto viario principale;

– garantire una dotazione complessiva di aree a standard e zone di sosta e parcheggio pubblico e privato adeguati rispetto all’intervento proposto ed alle destinazioni d’uso previste, nel rispetto delle dotazioni minime richieste dal P.R.G. da reperire nell’ambito del P.A.;

– migliorare la tutela ambientale dell’ambito urbano con l’esecuzione di nuovi edifici ecocompatibili, residenziali e commerciali, in grado di garantire un’efficienza energetica ed una sostenibilità maggiore rispetto ai minimi di legge richiesti.

Tali obiettivi verranno conseguiti mediante la realizzazione, conformemente a quanto previsto dal PRG, di nuove abitazioni, all’avanguardia sul piano tecnologico e della compatibilità ambientale, e di una struttura commerciale di media distribuzione, alimentare e non alimentare, al fine di fornire un servizio di prossimità sia ai nuovi residenti sia a coloro che già abitano nella zona, ampiamente sottoservita sotto tale profilo.

Chissà perchè quando è tutto così positivo…io sento odore di bruciato?!

COMINCIA L’ESTATE? Qualche curiosità a proposito del Solstizio.

Ore 17,16 UTC, ovvero le 19,16 in Italia, di Martedì 21 Giugno: è l’inizio dell’Estate. A quell’ora infatti il Sole raggiunge, nel suo moto apparente lungo l’eclittica, il punto più alto nel cielo e il giorno raggiungerà la sua massima durata.
MA SIAMO DAVVERO SICURI CHE STIAMO ENTRANDO NELL’ESTATE?
Astronomicamente è proprio il contrario. Dal 24 Giugno il Sole inizia infatti a superare il punto del solstizio. Dunque tra pochi giorni comincerà a percorrere archi sempre più decrescenti, anche se impercettibilmente, sull’orizzonte. Dunque mentre crediamo che cominci l’estate, in realtà l’altezza dell’arco del sole comincia a calare e a dirigersi verso le giornate autunnali.
Il tempo con cui viene calcolato il Solstizio si chiama tempo coordinato universale (UTC): quello di Londra (meridiano di Greenwich). Siccome siamo ad Est rispetto a Londra, ricadiamo nel tempo dell’Europa Centrale: +1 ora. A questo bisogna aggiungere anche un’altra ora: l’ora legale estiva. Al nostro orologio saranno quindi le ore 19,16. Rispetto all’orario dello scorso anno il solstizio avviene 5 ore, 48 minuti e 46 secondi dopo. Una differenza che si accumula ogni anno. Solo se l’anno solare avesse esattamente 365 giorni avremmo un solstizio sempre alla stessa ora. Ma si dà il caso che la durata dell’anno sia di alcune ore più lunga. Il nostro calendario non coincide, dunque, esattamente con l’anno terrestre. E’ per questo che vennero introdotti gli anni bisestili. Se non introducessimo 1 giorno (29 febbraio) ogni 4 anni avremmo, nel giro di poco tempo, l’inizio dell’estate in pieno inverno (a ottobre, novembre e dopo diversi anni a dicembre).
Il 2012 sarà bisestile. L’aggiunta di questo giorno ogni 4 permette di “portare indietro l’orologio” del nostro calendario, riallineandolo col tempo del nostro pianeta. L’anno prossimo avremo dunque il solstizio il 20 giugno. L’intelligentone che introdusse gli anni bisestili (uno ogni quattro) fu, tanto per cambiare, un greco: Sosigene di Alessandria. Pare che Giulio Cesare si sia rivolto a lui per l’elaborazione del calendario. E infatti il calendario viene chiamato Giuliano (in onore di Giulio Cesare). Come sempre sono i politici che beneficiano delle scoperte altrui!
Il calendario Giuliano “sopravvisse” fino al 1592 anno in cui Papa Gregorio XIII non emanò la bolla papale “Inter gravissimas” e lo trasformò nel calendario che porta il suo nome, Gregoriano, che è quello ancora in vigore oggi.
La commissione di esperti che eseguì i calcoli per il nuovo calendario era presieduta dal matematico bavarese Cristoforo Clavio. Ai lavori diedero un contributo decisivo il medico calabrese Luigi Lilio e il matematico perugino Ignazio Danti.  Una delle conseguenze maggiori fu la perdita di 10 giorni: si stabilì che il giorno successivo al 4 ottobre 1582 fosse il 15 ottobre. Con complicazioni inenarrabili per gli studenti dei paesi protestanti! Essi, infatti, introdussero il nuovo calendario molto più tardi negli anni: e nei libri di storia ancor oggi spesso vengono riportate entrambe le date chiamandole con il nome OldStyle e New Style date. Il povero Sir Isaac Netwon, ad esempio, ne fece le spese: non è raro infatti trovare la sua biografia con data di nascita il giorno di Natale del 25 dicembre del 1642 (OSD) mentre per il NSD egli nacque il 4 gennaio 1643!

ALLA RICERCA DEL TEMPO CHE…forse…ARRIVERA’

Siamo tutti, indistintamente, alla ricerca del tempo che verrà. Se piloti d’aerei, naviganti ed escursionisti estremi hanno le loro buone ragioni per tenere sotto osservazione qualsiasi cambiamento climatico, per il resto dei “comuni mortali” a livello globale è difficile comprendere tanta passione per le previsioni meteo. Neanche più i contadini, con tutte queste colture idroponiche, in serra e altri espedienti artificiali, si preoccupano così tanto delle bizze di Giove Pluvio.
Noi, invece, sembra che non ne possiamo proprio fare a meno, e cerchiamo risposte ovunque; sui network radiotelevisivi e sul web, sui giornali e persino sugli smartphone. Fateci caso; sui display dei nuovi telefonini è più facile trovare l’icona della Meteo che la calcolatrice…
C’è chi sostiene sia un’esigenza atavica, e che cerchiamo i “segni” del tempo che verrà con nuovi strumenti esattamente come i nostri antenati più primitivi li scrutavano tra nuvole e colori all’orizzonte. C’è chi la ritiene, invece, un’esigenza moderna, legata ai mille condizionamenti che hanno globalizzato anche le abitudini. “Onestamente, se devo trovare una risposta scientifica, non ce l’ho. Eppure è la domanda che più spesso mi hanno rivolto – commenta Luca Mercalli, direttore della rivista Nimbus e presidente della Società meteorologica italiana -. Anni fa si seguivano le previsioni un po’ come gli oroscopi, così per curiosità; adesso che sono diventate molto più precise sono diventate un prodotto di consumo che funziona, e come tutti i prodotti del genere nessuno se ne vuole privare”.
Più che un prodotto sembra essere diventato uno status symbol, un fiore all’occhiello – ad esempio – per le tv americane che hanno saputo trasformare i protagonisti delle previsioni meteorologiche in veri e propri anchorman. Personaggi così popolari che, spesso, diventano primattori in film di successo, come Nicolas Cage in “The Weather Man”, Bill Murray in “Ricomincio da capo” o Nicole Kidman in “Da morire”.
Ruoli da star, anzi da starlette, anche sui piccoli schermi nostrani. Una presenza affezionata quella delle presentatrici meteo alla Rsi, un trampolino di lancio per le “meteorine” del Tg4 con tanto di casting privé a cura di Lele Mora ed Emilio Fede, un’audience che spopola anche su Youtube per le formose miss satellitari di Sky come Rosaria Cannavò. E non è un caso che il fortunato talkshow di Fabio Fazio si chiami “Chetempochefa”…
Tanto seguito e successo di pubblico, però, continua a non spiegare questo indispensabile e irrefrenabile desiderio di sapere, 24 ore su 24, il tempo che verrà.
Come i pronostici degli antichi aruspici, gli studiosi del volo degli uccelli prevedevano fatti incombenti, forse questa mania di anticipare, nel suo piccolo, eventi quotidiani in divenire come piogge, vento, sole, gelo e calura potrebbe nascondere la nostra illusione di controllare il futuro. “Queste cose lasciamole interpretare dagli psicologi”, commenta ridendo Mercalli suggererendo invece che, per mille motivi, ognuno di noi ha le sue piccole esigenze da soddisfare. C’è chi vuol sapere se può azzardarsi ad uscire in moto, chi vuole stendere la biancheria in giardino e anche chi eviterebbe di acconciarsi i capelli sapendo che l’umidità è in agguato. Chi non rischierebbe l’abitino nuovo di chiffon in caso di pioggia, chi irrorerebbe abbondantemente le petunie sul terrazzo in caso di imminente siccità. “La viabilità è uno dei motivi principali, soprattutto nella brutta stagione, quando è la paura a farci controllare le previsioni del tempo – aggiunge il climatologo rivelando che il picco di richieste si raggiunge proprio con la neve incombente -.
La parte invece relativa alla divulgazione scientifica, il nostro obiettivo di spiegare cause, condizioni e conseguenze, è ferma al palo. A nessuno interessa distinguere correnti ascensionali, del Golfo o anticicloni; vogliono solo sapere se il tempo sarà bello o brutto. Insomma, è la meteo usa e getta. Un prodotto come tanti altri”.
Un prodotto che, come abbiamo visto, è ormai considerato di largo consumo ma anche di successo in qualsiasi applicazione multimediale, a partire dalla carta stampata che – per prima – ha valorizzato i pronostici legati a qualsiasi mutamento atmosferico. Non è un caso che Usa Today, il quotidiano più diffuso negli Stati Uniti, fin dal suo primo numero (interamente a colori) ha dedicato l’intera ultima pagina a previsioni, temperature, umidità e millimetri di pioggia, Stato per Stato. È tuttora la pagina più consultata e l’unica, del giornale, su cui non appare la pubblicità.

EZIO ROCCHI BALBI da Il caffe’.ch

NUCLEARE O …NO…MA SE I NOSTRI VICINI…

Duecentoventicinque lacune nella sicurezza delle centrali nucleari svizzere. Sono state elencate in un documento datato 17 marzo 2011 che oggi, domenica, il Sonntagsblick pubblica in esclusiva. In sostanza, le lacune registrate sono state 86 a Leibstadt, 73 a Beznau 1 e 2, 36 a Gösgen e 30 a Mühleberg.
Tutte queste centrali distano da Como meno di 200 km. in linea d’aria.
I dati sono stati raccolti dall’ispettorato per la sicurezza nucleare sotto la rubrica “affari aperti” e le sottorubriche “errori nel nucleo della centrale”, “guasto della pompa del reattore”, “emergenza nel raffreddamento dell’edificio”, “disinserimento automatico delle turbine”. Dati tenuti, finora, segretamente in un cassetto.
Insomma, c’è poco da stare allegri. Il recente disastro accaduto in Giappone ha giustamente messo in allarme tutti i Paesi sul cui territorio trovano posto centrali nucleari. E in Italia…speriamo che le Alpi facciano da barriera!!!

I SOGNI SI AVVERANO … PROVIAMO CON PALAZZO CERNEZZI!

Il National Geographic ha condotto un esperimento, perfettamente riuscito: far volare una casa legata a palloncini gonfiati a elio. Proprio come nel cartoon Disney-Pixar.
La casa volante di Carl Fredricksen, vista nel cartoon Disney “Up”, esiste davvero. Nel film l’arzillo vecchietto, rimasto vedovo, decide di realizzare il sogno di raggiungere le Cascate Paradiso, in Sud America. Ma non volendo abbandonare la casa dove aveva a lungo vissuto con la moglie, e nella quale conserva tanti ricordi felici, lega al tetto centinaia di palloncini gonfiati a elio e, grazie a un complesso sistema di navigazione, riesce a giungere a destinazione.
Nella realtà, partendo proprio dalla domanda “una casa può realmente volare?”, il National Geograpich ha inviato alcuni ingegneri nel Mojave Desert, in California, per condurre un esperimento, perfettamente riuscito: sollevare un’abitazione con dei palloncini (trecento per la precisione) gonfiati a elio. Venticinque metriquadri di casetta gialla agganciata a tantissimi palloncini con un diametro di 2,5 metri, una pista di decollo privata, e la casa ha preso il volo per un’ora, incantando tutti gli spettatori e gli ideatori dell’esperimento. L’idea è stata il tema di una puntata della serie televisiva How hard can it be? (Quanto difficile può essere?) del National Geographic.

UN BINOCOLO VERSO LE STELLE

Forse conservi da qualche parte in casa un vecchio binocolo, ma non ti è mai venuto in mente di puntarlo in alto e di osservare il cielo. Probabilmente hai pensato che per guardare la volta stellata occorressero costosi e sofisticati telescopi. E invece non è affatto così! Anche se molte (e sorprendenti)
osservazioni si possono compiere già ad occhio nudo, è sufficiente il più modesto dei binocoli per poter guardare il cielo molto più in profondità.
Perché allora non provare le semplici osservazioni che questo ebook ti propone? Male che vada, avrai imparato qualcosa.

LEGGI

Quando è arrivata davvero, nessuno ne ha più parlato…

Il pomeriggio di martedì 18 maggio, giornata prettamente favonica, abbiamo assistito ad un notevole incremento della caligine, vale a dire ad un peggioramento sensibile della visibilità, fatto che cozzava tremendamente con l’attesa di una secca giornata favonica, normalmente limpida. Tale situazione è poi stata confermata dai dati provenienti dalle centraline di rilevamento dell’aria che mostravano un aumento evidente delle concentrazioni di polveri sottili e un lieve innalzamento anche di quelle di biossido di zolfo: il tutto durato lo spazio di mezza giornata scarsa. Per una decina di giorni nessuno degli addetti ai lavori ha saputo spiegare il fenomeno e per quei giorni quindi siamo rimasti con il dubbio su ciò che avevamo respirato… finché l’Osservatorio Ambientale della Svizzera Italiana ha risolto l’arcano: era la cenere del vulcano islandese Eyjafjallajökull che “finalmente” è davvero arrivata fino a bassa quota. Curioso che nessuno o quasi ne abbia parlato e la cosa sia passata praticamente sotto silenzio… probabilmente ne avevano parlato (a vanvera) talmente tanto quando non c’era, che quando è arrivata non ha fatto più notizia; come dicevano i russi ai tempi sovietici, dove c’è izvestia non c’è pravda e dove c’è pravda non c’è izvestia… Per informazioniapprofondite rimandiamo alla pubblicazione dell’Oasi: cliccate qua.

L’impennata
del PM10 il pomeriggio del 18 maggio (Fonte: Osservatorio
Ambientale Svizzera Italiana)

ERUZIONE!

Il 17 giugno 1783 Ignazio Somis, medico di Casa Savoia e studioso di meteorologia, annotava a Torino sul suo registro manoscritto: “nebbia non nostra” per distinguerla dalla “nebbia nostra”, l’usuale fenomeno ben noto nella pianura padana. Fino alla fine di settembre la strana caligine continuò ad offuscare i cieli piemontesi senza che se ne comprendesse l’origine. Fu Benjamin Franklin che, osservatala anche nel nord America, nel 1784 avanzò l’ipotesi che si trattasse delle polveri emesse da eruzioni di vulcani islandesi.

La responsabilità, infatti, era della grande eruzione del Laki, iniziata l’8 giugno 1783 e protrattasi fino al 7 febbraio 1784. L’evento espulse probabilmente 14 chilometri cubi di basalto, mentre il volume delle ceneri proiettate fino a 15 chilometri di altezza fu dell’ordine di 0,9 chilometri cubi. Gli “aerosol” contenenti zolfo (forse 120 milioni di tonnellate) e fluoro (otto milioni di tonnellate) provocarono gravissimi danni in Islanda, inquinando i pascoli e l’acqua, uccidendo il 50 per cento del bestiame e innescando una carestia che provocò 9mila vittime. I “fumi” si diffusero nell’atmosfera di tutto l’emisfero settentrionale, tanto che in Gran Bretagna i mesi caldi del 1783 vennero battezzati “sand-summer”, l’estate di sabbia. Le intossicazioni tossiche si ritiene che causarono 23.000 vittime nel Vecchio Continente. Ne seguì un inverno rigidissimo, con altre vittime e stenti, e in America si attribuì al cambiamento del clima indotto dalle ceneri del Laki la comparsa del gelo nel Golfo del Messico.

Forse l’eco di quest’eruzione si ritrova pure nel “Dialogo della natura e di un islandese” che il poeta Giacomo Leopardi scrisse nel 1824 citando “i ruggiti e le minacce del monte Ecla”, un altro vulcano dell’isola boreale che era entrato in eruzione precedentemente al Laki, nel 1766.

Le eruzioni vulcaniche rappresentano un importante elemento di influenza sul clima della Terra. Le particelle di ceneri e soprattutto i gas contenenti zolfo, hanno la capacità di opacizzare l’atmosfera e riflettere una parte della radiazione solare causando così un leggero raffreddamento. L’effetto si protrae in genere per un paio d’anni, fino a quando le impurità non si depositano lentamente al suolo o vengono lavate da piogge e nevicate. Non tutte le eruzioni hanno tuttavia effetti misurabili sul clima: dipende dalla quantità e qualità delle sostanze emesse, e dalla quota alla quale riescono ad arrivare. Le eruzioni di tipo esplosivo sono in genere le più efficaci nel modificare il clima, in quanto proiettano fumi e particelle solide fin nella stratosfera, ad oltre 30 km di quota.

Il vulcano indonesiano Tambora, nell’aprile 1815 sputò fuori 50 km3 di magma e le sue polveri sparate in stratosfera in quella che è stata la maggior eruzione dell’era moderna, causarono nel 1816 “l’anno senza estate”.
Nel gennaio 1835 il vulcano Coseguina, in Nicaragua, diffuse in atmosfera tanta cenere da provocare quattro anni di freddo intenso su tutta Europa, Nord America e Giappone. A Torino gli annali meteorologici riportano che il novembre 1835 fu il più freddo di 250 anni e il primo maggio nevicò a Lione, Basilea, Tolosa e Chambéry; il 23 maggio 1837 nevicò pure a Cuneo e si ebbe la primavera più fredda di oltre due secoli. In genere la diminuzione della temperatura globale a causa delle eruzioni vulcaniche non arriva a mezzo grado, ma a livello locale gli effetti possono essere come abbiamo visto molto più rilevanti. L’ultima esplosione vulcanica a lasciare una traccia evidente sul clima planetario è stata quella del Pinatubo nelle Filippine, il 15 giugno 1991: la diminuzione globale di temperatura nei due anni seguenti fu di circa 0,3 gradi.

Un effetto collaterale meno grave delle polveri vulcaniche consiste nei tramonti rossi che per alcuni anni regalano panorami mozzafiato, immortalati perfino sulle tele di Turner. E infine, da cent’anni a questa parte, la novità del disturbo delle ceneri sull’aviazione: a seconda del gioco dei venti che distribuiscono i sottili frammenti vitrei e rocciosi lungo rotte più o meno frequentate, le autorità aeronautiche possono bloccare completamente il traffico per evitare rischi dovuti a guasti alle turbine o problemi di visibilità. È già avvenuto in molti casi, ma l’evento dell’Eyjafjallajokull di questi giorni è stato particolarmente gravoso in quanto i venti occidentali hanno sparso le ceneri sul frequentatissimo spazio aereo europeo.

Insomma, anche nell’era supertecnologica, un remoto pennacchio di fumi perso nel nord Atlantico può mettere in ginocchio la società civile. Ha ancora ragione la Natura di Leopardi che risponde all’islandese: “Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che […] ho l’intenzione a tutt’altro che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo […] io non me n’avveggo […]; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E […] se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.

LUCA MERCALLI – Presidente della Società Italiana di Meteorologia

NON SAREBBE ORA DI FARE STOP E RIORDINARE LE IDEE?

I ghiacci si sciolgono per colpa dei venti – Uno studio giapponese: il riscaldamento globale non c’entra!

Lo scioglimento dei ghiacci artici che negli ultimi anni ha registrato ritmi record dipende in larga parte dai terribili venti che soffiano nella regione e non è conseguenza diretta del riscaldamento globale. Lo afferma un studio giapponese in via di pubblicazione sua rivista scientifica Geophysical Research Letters. Il vento che spazza via il ghiaccio spiega circa un terzo della perdita della calotta artica registrata dal 1979 al oggi, secondo lo studio, che non mette in dubbio lo scioglimento dei ghiacci causato dal riscaldamento globale, quanto piuttosto la tesi secondo cui la regione ha superato un “punto di non ritorno” climatico e subirà un’accelerazione della perdita di ghiaccio nei prossimi anni.

I risultati della ricerca contribuiscono anche a spiegare la massiccia perdita di ghiaccio nelle estati del 2007 e del 2008, che alimenta la previsione che l’Artico sarà libero dai ghiacci entro una decina d’anni. Circa la metà della perdita massima di copertura ghiacciata a settembre di ogni anno dipende da cambiamenti del vento, afferma lo studio. Masayo Ogi, ricercatrice dell’Agenzia giapponese per la Scienza e la tecnologia terrestri e marine di Yokohama, e i suoi colleghi hanno studiato il comportamento dei venti sull’Artico dall’inizio delle misurazioni via satellite della calotta polare, nel 1979.

Hanno scoperto che i cambiamenti nei venti, ad esempio i venti estivi che soffiano in senso orario sul mare di Beaufort, sembrano coincidere con gli anni in cui la perdita della calotta polare è più elevata. Gli scienziati nello studio ipotizzano che questi venti abbiano spinto grandi quantità di ghiaccio artico verso sud, attraverso lo stretto di Fram, che separa la Groenlandia dalle Svalbard e porta alle acque più calde del Nord Atlantico. Si tratta di venti che sono aumentati di recente, un fatto che potrebbe spiegare in parte l’accelerazione dello scioglimento dei ghiacci. “Le variazioni annuali, provocate dal vento, nel flusso di ghiaccio verso e attraverso lo stretto di Fram giocano un ruolo importante nel modulare l’estensione della superficie ghiacciata a settembre su base annuale” si legge nello studio. “La tendenza ad un aumento del flusso provocato dal vento ha contribuito al calo della copertura estiva del ghiaccio marino artico. Sia i venti estivi sia quelli invernali hanno soffiato il ghiaccio fuori dall’Artico attraverso lo stretto di Fram nel periodo 1979-2009”. Ma anche il riscaldamento dell’acqua e dell’aria hanno contribuito alla perdita di ghiaccio, secondo Ogi….

da LA STAMPA.it

MA AVETE VISTO ‘STA ROBA!!!

C’è un articolo oggi su CiaoCOMO
Sono andato a vedere chi è la misteriosa società Zed che ha fatto ‘sta roba.
Scopro che la ditta Zed di Este è stata fondata dall’Architetto Radioestesista Dario Bonomo, il quale ha messo a punto una serie di strumenti (brevettati) che passivano onde elettromagnetiche e schermano disturbi geopatogeni.
La particolarità di questi prodotti è che:

*.. non esauriscono il loro effetto benefico garantendo nel tempo un ottimo funzionamento

*.. non necessitano di alcuna manutenzione

*.. si ricaricano autonomamente senza l’utilizzo di elettricità in quanto
captatori di energia cosmica.

Zed Snc – via Principe Umberto 40, Este (Pd)
Tel. 0429 2500 – fax 0429 602930

UN RADIOESTESISTA????????????????????

Per me siamo alla frutta se degli amministratori pubblici vanno dai
radioestesisti…
Se volete approfondire…

RADIOESTESIA

Aggiornamento:

Fine esperimento, ecco i risultati

NEBULIZZATORE