Su proposta dell’Ente Provinciale per il Turismo, il Tavà fu creato maschera della Città e dei paesi di Terra Comasca, e fu presentato da Piero Collina al Sindaco Spallino, affinché fosse riconosciuta ufficialmente la sua qualifica.
Ogni anno, la Delegazione Lariana dell’Accademia della Cucina incarica il Tavà di ricevere la maschera e gli accademici di una regione italiana, invitati al cenone di carnevale in un ristorante cittadino.

Ormai il Tavà non dev’essere più considerato un comune mortale, vissuto nella prima metà del nostro secolo, ma una istituzione sempre esistita. Egli riassume in sè tutte le caratteristiche delle maschere sorte in seno alla Commedia dell’Arte, o create da esperti burattinai. Con Arlecchino, egli ha in comune le imprevedibili, sottili trovate; con gli altri due bergamaschi, Zanni e Brighella, la geniale attitudine a sembrar sciocco o furbo, secondo le circostanze, senza che si possa chiaramente distinguere fino a che punto la furberia sia uno spensierato abbandonarsi al gioco degli inganni, e la balordaggine celi, sotto le sue rozze spoglie, tanto buon senso. Infine, egli ha in comune col partenopeo Pulcinella l’intelligenza, l’estro, la spensieratezza e, diciamolo pure, la poca voglia di lavorare.
Ciononostante, il Tavà vive bene, e in questo è del tutto simile a Gianduja, maschera torinese, simbolo della sua città e delle aspirazioni patriottiche dei suoi conterranei durante le Guerre d’Indipendenza, contadino arguto, dalla faccia piena e dal gran cuore, amante della buona tavola e, soprattutto, del buon vino.
Ma il «vivere bene» del Tavà in cosa consiste? Nel mangiare e bere, semplicemente. Egli non ha altre ambizioni, se non quella di recarsi (in carrozza!) a far visita alla madre, ospite della Casa di Ricovero (la Ca’ d’Industria) e portarle tanti dolci e tanti fiori. Questo lusso se lo può permettere una volta al mese esattamente il giorno in cui riscuote la pensione di mutilato di guerra ma egli s’accontenta. E’ scapolo, non ha altri parenti all’infuori della madre, ed è felice con niente. Perciò, quando ha guadagnato abbastanza per sbarcare il lunario il meglio possibile, anche per una sola giornata, smette di lavorare. E se qualche volta, nella sua gaia e multiforme attività di venditore ambulante di pesci, coriandoli, giornali, cartoline, carta per i bachi da seta (la carta di cavalee) ecc., egli commette qualche geniale marachella, lo fa più che altro per celia; e più che tarlo, lo racconta, per divertire il prossimo.

– Damm una sigarèta – dice; e dopo aver avuto la sigaretta soggiunge: – ta và una sigarèta – . Non dice: – ta ven (ti viene, ti devo) una sigarèta – ma «ta và» (e da qui il nome «Tavà») cioè: «rassegnati, la sigaretta non ti torna più». A causa di questa sincerità, sottile e arguta, la maschera Tavà mi sembra che riesca già simpatica, soltanto per il suo nome.
Se Rugantino (ex burattino e ora maschera romana) è attaccabrighe e linguacciuto, se Gioppino – il burattino dai tre gozzi nato dopo la calata delle truppe napoleoniche in Italia, e ora maschera n.1 della città di Bergamo – in apparenza ottuso, ma ricco di buon senso, sa far valere le sue ragioni, da robusto bevitore e mangiatore quale egli è, col mestone della polenta (la canèla de la pulenta), se Meneghino, re delle maschere milanesi, di ottimo cuore e buon senso, galantuomo a prova di bomba, quando smaschera i prepotenti non riesce a nascondere la sua grassa ignoranza di villano trapiantato in città, il nostro Tavà non litiga e non ha bisogno del bastone.
Egli è polemico, sì, ma non attaccabrighe e linguacciuto; e tanto meno violento. Non ride e non piange mai; non si scompone minimamente; ma la sua arguzia è mordace, arriva sempre a segno; e nei suoi discorsi, sotto sotto, si sente un qualcosa che assomiglia a una preparazione culturale; un qualcosa che è certamente più vicino alla sapienza del dottor Balanzone (la maschera che rappresenta meravigliosamente la grassa e dotta Bologna) che non all’ignoranza contadinesca, sia pure permeata di buon senso, del nostro vicino di casa Meneghino. L’unico viziaccio del Tavà è quello di bere. Ma si tratta proprio d’un vizio, per una maschera che ha come «slogan»: «I pess cun la stadéra, e i omm cunt ul barbéra»? Se non bevesse, il Tavà non sarebbe più Tavà: la stadera e il barbera sono i suoi attrezzi di lavoro: col primo pesa i pesci, e col secondo (dopo averlo bevuto, s’intende) pesa gli uomini. Lasciamogli dunque bere quel goccio in più del necessario, se è proprio quel goccio che dà vita ai suoi discorsi, che rende più brillanti i suoi giudizi sui suoi simili, e sulle loro azioni non sempre pulite.
Il Tavà è ospite, molto spesso, delle carceri di S. Donnino; ma mai per reati che non siano il mancato pagamento di una multa. Quando s’avvicina l’inverno, o quando sente più prepotente del solito il bisogno di sfuggire l’umanità, si presenta a S. Donnino, a scontare un certo numero d’ammende o di multe, che egli ha «sapientemente» accumulato.
Maschera, dunque, il nostro Tavà, che ha molte qualità in comune con le altre maschere, senza averne certi difettucci. Essa ha inoltre il vantaggio, sulle altre, d’essere nata in un’epoca di livellamento sociale. A differenza di Arlecchino, Zanni, Brighella, e altri colleghi, il Tavà non è servo a nessuno, anche se va in giro dicendo: – non faccio per vantarmi… ma mi gh’ù bisugn de tüti… –
Ogni maschera ha un ruolo ben preciso: il padrone avaro, il servo furbo, il servo sciocco, il capitano di ventura, il dottore, il vecchio che vuole a tutti i costi esser giovane, il contadino rozzo ma con tanto buon senso, ecc. Il ruolo del Tavà è quello dell’uomo del popolo che fa qualsiasi lavoro per sbarcare il lunario nel migliore dei modi, ma che lavora in proprio, e smette di lavorare appena gliene passa la voglia, caschi il mondo! Non deve niente a nessuno e non deve avere niente da chicchessia. (Cade a proposito un suo gustoso detto: «lo posso camminare a testa alta…. perché nessuno mi deve niente»).
Non è strisciante coi potenti, non è pettegolo, e tanto meno maldicente. Ciò che ha da dire, dice ad alta voce, per le strade; e, per di più, molto bene: con quella sua aria un po’ strafottente e allo stesso tempo cattedratica, con quei suoi famosi soliloqui che vanno oltre i commenti e le critiche a persone e a fatti del giorno, per inserirsi nel mondo più ampio d’una sua filosofia, che, anche se spicciola, fa riflettere.
