I COGNOMI DEI “VINTUN” – parte 3


PIFFARETTI

Piffaro o piffero indicava lo strumento a fiato di piccole dimensioni della famiglia dell’oboe, ma pifferi erano anche detti i sonatori di strumenti a fiato all’epoca dei Comuni e delle Signorie. Il cognome è evidentemente un soprannome col diminutivo, dato a chi suonava e ai suoi discendenti: questi s’incontrano a Ronago nel Cinquecento, prima in località Campersico, proprio sul confine, e poi nelle altre località del Comune. Un Piffaretti di Ligornetto (Ti), scultore, lavorava a Torino nell’Ottocento; altre famiglie nel medesimo periodo si erano insediate al di qua e al di là del confine di Stato, da Chiasso a Como.

PUSTERLA

Dal latino “posterula”, piccola porta posteriore; nel Medioevo veniva chiamata pusterla o posterla la porticina di servizio aperta nella cerchia difensiva di un castello o di una città. E’ chiaro che molti di coloro che avevano in custodia o abitavano vicino ad una pusterla potevano trarne il soprannome, e questo già in età altomedievale. A Milano esisteva una famiglia con questo gentilizio che ricevette concessioni feudali da Ariberto d’Intimiano. Como ebbe nel Quattrocento tre vescovi discendenti da questo nobile ma non sempre fortunato ceppo. Un altro, pure nobile ma meno illustre, era radicato a Sondrio; a una famiglia del ramo comasco apparteneva un notaio attivo in città nel 1520. Nello stesso secolo compaiono a Solzago e a Camnago i parenti plebei; quelli di Stabio (Ti) nella prima metà del Seicento usavano migrare a Roma come “magistri”. Gli uni o gli altri si propagarono a Ponzate, Tavernerio, Monte Olimpino, ecc.

ROMANO’

Deriva evidentemente dal doppio toponimo di Romanò e Villa Romanò, in quel d’Inverigo, proprio al centro della Brianza, profondamente segnata nell’alto Medioevo dall’insediamento longobardo: non da «romano» ma da «villa arimanorum», come Romanore nel Mantovano (frazione di Borgoforte), cioè non da romano contrapposto a barbaro, ma da guerriero libero insediato tra i vinti. Ad ogni modo i discendenti plebei dei guerrieri longobardi si sono spostati nel Seicento, ma forse anche prima, in pieve di Fino, soprattutto a Bregnano, specialmente a Menegardo, che fino alle riforme di Maria Teresa era un «comunello» o «zona quasi franca».

RONCORONI

Legato per radice ai Ronchi, Ronchetti, Ronconi, questo gentilizio compare a metà del Cinquecento nella zona collinare a sud-ovest di Como, a Casarico di Civello e a Montano (quest’ultima località sembra sia stata il primo vivaio dei Roncoroni); si tratta evidentemente di un soprannome dato a chi aveva come principale interesse la cura della vigna terrazzata: cioè il “roncolare”. Tra il Cinquecento e il Settecento i vari rami familiari si sono sparsi nell’Olgiatese, nella pieve di Fino e nei dintorni di Como. A uno di questi ultimi si può riferire uno stemma d’età barocca che presenta un doppio tralcio di vite al naturale, con grappoli maturi, sorgente su di un monticello bruno e su campo giallo, sulla cima spicca un’aquila nera in campo d’oro.

RONCHETTI

Come per il precedente Roncoroni il termine topografico indica un piccolo colle dissodato e sistemato con vigne a terrazza, fatto tipico della nostra economia rurale, che dall’età comunale ha visto micro insediamenti con coltura intensiva e specializzata nelle zone solive. E’ quindi normale che il cognome compaia prima a Solzago e alla Ca’ Franca (tra Lipomo e Montorfano, con la totalità dei pochi focolari), poi, dal Settecento, anche nella convalle e nel capoluogo.

TETTAMANZI

Il gentilizio nella sua forma originaria è presente dal Cinquecento soprattutto a Lurate Caccivio, ma anche a Civello, Lucino, Vergosa, Grandate e Cassina Rizzardi. Si tratta di un soprannome scherzosamente o malignamente allusivo, “che munge i manzi”, ricavato sia da “tettavacch” (uccello detto vaccaro) sia da cognomi medievali quali Tettacapra e Tettalasina (presenti in area bolognese dal Duecento). Sin dal Seicento, a Castel S. Pietro (Ti) e a Olgiate, si ritrova comunque nei documenti l’alterazione, voluta per mimetizzare il significato non gradito del cognome, in Tettamanti. Questa ha avuto, com’è naturale, successo, tanto che oggi prevale numericamente in tutta l’area lombarda sulla forma originale.

VAGHI

Alla base di questo cognome, che si presenta nelle due varianti singolare e plurale, seconda dei luoghi, dei sottorami e degli umori dei primi ufficiali di stato civile di circa due secoli or sono, in tutto il territorio comasco, non è già l’aggettivo latine “vagus”, nel senso di errante o volubile, ma una locuzione mediolatina “ad opàcum”, da cui è derivata quell’antica lombarda di “al vagh”, che indica la casa o il terreno posti a bacío, a tramontana, senza sole. E’ chiaro che il soprannome poteva sorgere in più situazioni analoghe: di qui la presenza dei vari rami a Lipomo, Camnago di Como, Minoprio, Cermenate e Asnago nel Cinquecento, a Camnago di Uggiate nel Seicento e in Como centro e “corpi santi” (da Monte Olimpino a Camerlata) nel secolo seguente.

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