I COGNOMI DEI “VINTUN” – parte 1

BERNASCONI

Con un normale suffisso accrescitivo riporta il nome di una piccola frazione di Faloppio. Il toponimo Bernasca è antico e difficilmente spiegabile. I Bernasconi già si diramavano in pieve di Uggiate nel Quattrocento; a metà Seicento erano già presenti, oltre che in essa, a Civiglio, nel Mendriosiotto e nell’alto Varesotto. Da queste ultime due zone venne un bel numero di “magistri”, attivi anche a Roma; su tutti spicca il varesino Giuseppe Bernasconi, il “Bernascone” architetto. Nell’Ottocento invece la famiglia Bernasconi di Varese fu celebre per la fabbrica organaria. Attualmente il cognome è tra i più diffusi in alta Lombardia occidentale e nel Ticino. Lo stemma è dominato dall’aquila imperiale e presenta una banda bianca trasversale in campo rosso e due stelle a sei punte. E’ giusto ricordare anche due religiosi comaschi, il cav. don Baldassarre e il cav. don Giuseppe, ambedue patrioti ed appassionati di archeologia e di storia; il secondo, del ramo di Civiglio e proprietario del complesso di S. Donato, morì a 97 anni nel 1922.

BIANCHI

Si possono distinguere varie stirpi con questo cognome: una di Brienno, oltre di Caglio e di Velate, già presenti nel Quattrocento, analoghe alle numerose riscontrabili in borghi e città dell’antica Lombardia. In questo caso si può riferire come soprannome al colore dei capelli, all’incarnato oppure alla coloritura politica (Guelfi). Un secondo gruppo ebbe origine più umile tra il Seicento e l’Ottocento, quando il cognome veniva assegnato d’ufficio ai numerosi trovatelli o «figli dell’Ospedale di S. Anna», che quasi sempre trovavano una sistemazione presso famiglie contadine in vari paesi del Comasco, preferibilmente dove la manodopera giovanile era ben accettata (non dico remunerata). Si spiega così la presenza massiccia di questo cognome sul territorio. Dai rami più antichi della parentela esiste anche uno stemma: rosa rossa coronata in campo bianco e bande verticali alternate rosse e bianche. Il pittore Isidoro Bianchi di Campione apparteneva sicuramente al più antico gruppo; Pietro Bianchi, nato cinquant’anni dopo, fu invece “preso in casa” dall’ultimo dei pittori Crespi Bustini che lo allevò, istruì e affiliò: era «figlio dell’Ospedale».

BUTTI

Nella forma umanistica latinizzata è Buccius; viene dal nome antico lombardo della gemma o del bocciolo; compare intorno a Como nel Cinquecento e nel secolo seguente vari nuclei familiari risultano stanziali a Vergosa (San Fermo), a Montano e a Cavallasca; altri presenti in centro di Como nel Settecento. Nel secolo scorso a Viggiù fu attiva una famiglia di scultori che lavorò molto anche a Milano. Un ramo un po’ a sé mi sembra che sia quello da secoli fiorente (ancor oggi molto numeroso) a Porlezza e in val Cavargna.

CANTALUPPI

E’ un tipico soprannome, nato non dal popone romano giallo e dolce diffuso a partire dal Cinquecento, ma da un’attitudine attribuita a qualche membro della famiglia, con malignità, a ululare come il lupo o ad atteggiarsi a lupo. Nei secoli ormai lontani del basso Medioevo, dal Due al Quattrocento, il lupo aveva ancora un’immagine ambigua, nobile cioè e repellente insieme. Lo stemma parlante presenta un lupo, con le fauci aperte per ululare, che passa sopra un ponte a tre archi. Il luogo d’origine (prima del ‘400) è Ponzate; ma due secoli dopo la famiglia si era diramata a Camnago e a Civiglio; col primo sviluppo economico settecentesco dilagò nella convalle comasca. Forse è legata alle migrazioni della famiglia la piccola frazione Cantalupo di Olgiate Comasco.

CAVADINI

Da una piccola frazione di Urio, in zona rocciosa intensamente antropizzata, cioè segnata da grandi terrazzamenti di terra coltiva (di qui il toponimo), viene la parentela, presente da più di quattro secoli nel quarto nordoccidentale della pieve di Zezio ovvero di Como, in particolare a Monte Olimpino fin dal Seicento. Lo stemma presenta una casa rossa merlata in campo argenteo, sovrastata da un’aquila imperiale nera in campo d’oro. Da notare che alcuni rami si sono estesi a Occidente, anche oltre i confini nazionali.

CAVALLERI

Non dal cavaliere ma dall’umile e preziosissimo bombice del gelso, il “cavalèe”, trae origine questa parentela, già presente in Borgo Vico alla fine del Cinquecento e sviluppatasi in ambiente suburbano ed urbano fino al nostro secolo; vi appartenne il notaio Pietromartire fu Teodoro, che rogò atti tra il 1623 e il 1683. Lo stemma documentato, emblema parlante e fuorviante (ma era un costume diffusissimo) presenta un cavaliere armato, lancia in resta, su destriero bardato, con campo azzurro e terreno al naturale.

CORTI

In latino classico “cohors” significa anche cortile o recinto; in quello medievale “curtis” è un insediamento rurale, nell’ambito della struttura feudale, costituito da un fondo principale e da vari annessi. Ad aver assunto il cognome possono essere i comproprietari, i custodi o anche solo gli abitanti della “curtis”. Nel vasto ambito territofiale comacino già alla fine del Duecento compaiono due cognomi distinti a Como e a Gravedona, i futuri Corti e Curti: ma il primo dei due risale più probabilmente all’aggettivo “curtus”, cioè tarchiato, di statura ridotta. Lo stemma del ramo principale comasco dei Corti è suddiviso in tre fasce orizzontali: in quella superiore compare un’aquila coronata nera in campo d’oro; nella mediana un leone passante rosso in campo d’argento; nella inferiore, in campo rosso, v’è la figura stilizzata della “corte”, cioè un quadrilatero argenteo bordato con merli ghibellini, racchiudente un campo verde con quattro fiori dorati. Il primo personaggio comasco che figura con questo cognome è frate Alberto, preposto degli Umiliati a S. Maria di Rondineto nell’ultimo decennio del Duecento. Trecento anni più tardi un membro della famiglia sedeva nel consiglio dei Decurioni, riservato ai nobili della città; un altro Corti, Gabriele, col suo testamento del 1630 fondava in Duomo un Collegio di sei sacerdoti Mansionari. Il munifico gesto è ricordato da una lapide nella parrocchiale di Laglio, paese dove la famiglia tenne cospicue proprietà fondiarie fino a tutto il secolo scorso. Altre famiglie omonime vivevano a Maccio dalla metà del ‘500, dal secolo seguente a Paré, Cavallasca, Vergosa (S. Fermo), Olgiate, Capiago, Solzago, S. Croce di Cermenate.

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