Mese: Aprile 2010

ERUZIONE!

Il 17 giugno 1783 Ignazio Somis, medico di Casa Savoia e studioso di meteorologia, annotava a Torino sul suo registro manoscritto: “nebbia non nostra” per distinguerla dalla “nebbia nostra”, l’usuale fenomeno ben noto nella pianura padana. Fino alla fine di settembre la strana caligine continuò ad offuscare i cieli piemontesi senza che se ne comprendesse l’origine. Fu Benjamin Franklin che, osservatala anche nel nord America, nel 1784 avanzò l’ipotesi che si trattasse delle polveri emesse da eruzioni di vulcani islandesi.

La responsabilità, infatti, era della grande eruzione del Laki, iniziata l’8 giugno 1783 e protrattasi fino al 7 febbraio 1784. L’evento espulse probabilmente 14 chilometri cubi di basalto, mentre il volume delle ceneri proiettate fino a 15 chilometri di altezza fu dell’ordine di 0,9 chilometri cubi. Gli “aerosol” contenenti zolfo (forse 120 milioni di tonnellate) e fluoro (otto milioni di tonnellate) provocarono gravissimi danni in Islanda, inquinando i pascoli e l’acqua, uccidendo il 50 per cento del bestiame e innescando una carestia che provocò 9mila vittime. I “fumi” si diffusero nell’atmosfera di tutto l’emisfero settentrionale, tanto che in Gran Bretagna i mesi caldi del 1783 vennero battezzati “sand-summer”, l’estate di sabbia. Le intossicazioni tossiche si ritiene che causarono 23.000 vittime nel Vecchio Continente. Ne seguì un inverno rigidissimo, con altre vittime e stenti, e in America si attribuì al cambiamento del clima indotto dalle ceneri del Laki la comparsa del gelo nel Golfo del Messico.

Forse l’eco di quest’eruzione si ritrova pure nel “Dialogo della natura e di un islandese” che il poeta Giacomo Leopardi scrisse nel 1824 citando “i ruggiti e le minacce del monte Ecla”, un altro vulcano dell’isola boreale che era entrato in eruzione precedentemente al Laki, nel 1766.

Le eruzioni vulcaniche rappresentano un importante elemento di influenza sul clima della Terra. Le particelle di ceneri e soprattutto i gas contenenti zolfo, hanno la capacità di opacizzare l’atmosfera e riflettere una parte della radiazione solare causando così un leggero raffreddamento. L’effetto si protrae in genere per un paio d’anni, fino a quando le impurità non si depositano lentamente al suolo o vengono lavate da piogge e nevicate. Non tutte le eruzioni hanno tuttavia effetti misurabili sul clima: dipende dalla quantità e qualità delle sostanze emesse, e dalla quota alla quale riescono ad arrivare. Le eruzioni di tipo esplosivo sono in genere le più efficaci nel modificare il clima, in quanto proiettano fumi e particelle solide fin nella stratosfera, ad oltre 30 km di quota.

Il vulcano indonesiano Tambora, nell’aprile 1815 sputò fuori 50 km3 di magma e le sue polveri sparate in stratosfera in quella che è stata la maggior eruzione dell’era moderna, causarono nel 1816 “l’anno senza estate”.
Nel gennaio 1835 il vulcano Coseguina, in Nicaragua, diffuse in atmosfera tanta cenere da provocare quattro anni di freddo intenso su tutta Europa, Nord America e Giappone. A Torino gli annali meteorologici riportano che il novembre 1835 fu il più freddo di 250 anni e il primo maggio nevicò a Lione, Basilea, Tolosa e Chambéry; il 23 maggio 1837 nevicò pure a Cuneo e si ebbe la primavera più fredda di oltre due secoli. In genere la diminuzione della temperatura globale a causa delle eruzioni vulcaniche non arriva a mezzo grado, ma a livello locale gli effetti possono essere come abbiamo visto molto più rilevanti. L’ultima esplosione vulcanica a lasciare una traccia evidente sul clima planetario è stata quella del Pinatubo nelle Filippine, il 15 giugno 1991: la diminuzione globale di temperatura nei due anni seguenti fu di circa 0,3 gradi.

Un effetto collaterale meno grave delle polveri vulcaniche consiste nei tramonti rossi che per alcuni anni regalano panorami mozzafiato, immortalati perfino sulle tele di Turner. E infine, da cent’anni a questa parte, la novità del disturbo delle ceneri sull’aviazione: a seconda del gioco dei venti che distribuiscono i sottili frammenti vitrei e rocciosi lungo rotte più o meno frequentate, le autorità aeronautiche possono bloccare completamente il traffico per evitare rischi dovuti a guasti alle turbine o problemi di visibilità. È già avvenuto in molti casi, ma l’evento dell’Eyjafjallajokull di questi giorni è stato particolarmente gravoso in quanto i venti occidentali hanno sparso le ceneri sul frequentatissimo spazio aereo europeo.

Insomma, anche nell’era supertecnologica, un remoto pennacchio di fumi perso nel nord Atlantico può mettere in ginocchio la società civile. Ha ancora ragione la Natura di Leopardi che risponde all’islandese: “Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che […] ho l’intenzione a tutt’altro che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo […] io non me n’avveggo […]; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E […] se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.

LUCA MERCALLI – Presidente della Società Italiana di Meteorologia

E’ SOLO UNA QUESTIONE DI MALEDUCAZIONE!!!

Mai capitato di controllare il BlackBerry durante una riunione di lavoro? O magari di utilizzarlo di straforo sotto al tavolo, mentre i colleghi sono distratti da una presentazione?
C’è chi lascia il suo smartphone sul tavolo, premendo i tasti indifferente all’occorrenza, e chi può permettersi di rispondere sfacciatamente ai messaggi. Non molto lontano da come ha commentato il comico Jerry Seinfield: “Ti pare che potrei prendere un giornale e leggertelo in faccia mentre mi parli?”
A meno che non si lavori in una società che proibisce l’uso del BlackBerry, di sicuro è capitato di trovarsi di fronte ad una situazione del genere, o se ne è stati protagonisti. Ma in questo modo, non si rischia di passare per maleducati? Oppure la fretta e le mail sempre incombenti dei nostri giorni giustificano questo modo di fare?
Alcuni giornalisti che si sono posti questa domanda sono giunti alla conclusione che la buona società semplicemente aborrisce un comportamento del genere. Ma non è detto che non si tratti di una forma di resistenza al trasformarsi delle comunicazioni e alla nuova tecnologia: forse un adolescente non riterrebbe così impossibile concentrarsi contemporaneamente su una riunione e su una richiesta via mail.
Da una breve ricerca on line, ecco confermato questo dubbio: secondo uno studio del 2008 della LexisNexis, mentre il 68% degli over 45 ritiene l’uso degli smartphone motivo di distrazione, solo il 49% degli under 30 è della stessa idea. Ovvero, uno su due crede che non ci sia niente di male.
John Freeman, membro dell’istituto demografico e autore di “La tirannia dell’email”, commenta così il problema del BlackBerry in riunione: “Che siano in molti a scrivere sotto banco, o pochi alla luce del sole, il messaggio da un gruppo significativo di presenti a una riunione è lo stesso: ho altro da fare. Il che toglie il senso basilare di una riunione di lavoro: creare un senso di gruppo intorno ad un obbiettivo. Ed è dura per chi comanda”.
Ma non si potrebbe lavorare in “multitasking”, prestando attenzione a più cose contemporaneamente? La risposta arriva da Clifford Nass, un professore di comunicazione all’Università di Stanford, in California, che ha studiato in una ricerca il tipo di concentrazione degli studenti abituati a fare più cose insieme: “Più fai cose insieme, e peggio le fai”. Secondo il suo studio, c’è un costo di memoria e di attenzione quando passi da un compito ad un altro, che aumenta all’aumentare di quest’abitudine.
Secondo Robert Gordon, che si occupa di disturbi alla concentrazione dovuti all’iperattività, la soluzione può essere soltanto una: spegnere i BlackBerry. O al limite, per essere meno drastici, rendere più mirata e coinvolgente la riunione.

RICHARD BAUM – New York(Reuters)