La Svizzera che sopporto e che non sopporto.

Una volta, il grande giornalista italiano Giorgio Bocca scrisse che si era trovato a invidiare la Svizzera, con il suo ordine così disciplinato, perché in quell’ordine avvertiva il sapore di una piena libertà. È vero, chiunque abbia provato la soddisfazione di parcheggiare l’auto negli appositi spazi, pagare la tariffa nel parchimetro e allontanarsi in tutta tranquillità, non può fare a meno di chiedersi: qual è la vera libertà, quella assicurata dall’ordine svizzero o l’anarchia inefficiente del parcheggio in doppia o tripla fila a Roma, ma in certe ore anche a Milano?

Non ci sono dubbi in proposito, o non dovrebbero esserci. Alla lunga l’ordine prevale sempre sul disordine. Basta guardare la cura con cui sono tenute le montagne e le valli elvetiche, a tutto vantaggio dell’equilibrio idrogeologico, per diventare invidiosi: a me della Svizzera piace tutto ciò che non è “italiano”: la precisione, la disciplina, l’interiorizzazione dell’ordine, la condivisione delle regole.

Si comprime la libertà individuale? Be’, sono limitazioni che contribuiscono alla convivenza civile. E che hanno assicurato alla Confederazione elvetica il ruolo di isola tranquilla mentre tutt’intorno l’Europa veniva coinvolta nel processo di globalizzazione.

Poi naturalmente ci sono i difetti, soprattutto quelli percepiti come stereotipo: la Svizzera chiusa in se stessa, cassaforte anonima di capitali di dubbia origine; i suoi atteggiamenti di diffidenza verso l’“altro”, la tutela gelosa dei propri confini, la lunga insofferenza per gli immigrati. Nonché un certo immobilismo culturale, che talvolta invita a recuperare la vecchia battuta di Orson Wells, il quale commentava il Rinascimento italiano, con i suoi omicidi, pugnali, venefici, però con un’autentica esplosione artistica e culturale, Raffaello, Michelangelo, Leonardo: “Mentre la Svizzera, in mille anni di pace, che cosa ha prodotto? L’orologio a cucù”. Ingeneroso, per quanto geniale, Wells.

Infatti la Confederazione ha creato soprattutto fattori istituzionali, metodi di regolazione sociale, strumenti di tenuta politica. Inoltre anche la Svizzera sta cambiando. Sottoposta alle pressioni americane, con le autorità monetarie che l’hanno trattata alla stregua di una supersocietà offshore, di un paradiso fiscale analogo alle isole Cayman, è presumibile che nei prossimi anni la Confederazione debba misurarsi con il mondo aperto. E a quel punto si vedrà se le istituzioni che invidiamo, i referendum, la “formula magica”, sapranno resistere alle nuove sfide.

Edmondo Berselli, giornalista e saggista, da “Il caffè”

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