Nella banda del mio paese

Io fui trombone. Nella banda del mio paese. Lo fui per poco. Giusto il tempo necessario e sufficiente per capire che non avevo nessun orecchio musicale e che sarebbe stato meglio cedere strumento e divisa ad altri. Come in effetti accadde. Ma quel tempo che mi servì a comprendere come fossi inetto con lo strumento in mano fu altrettanto necessario e sufficiente a insegnarmi una cosa: la banda è un cosmo, o microcosmo se vogliamo, autarchico.

Avevo quattordici anni allora, età di belle speranze. Uscivo poco di casa, la sera, quasi niente. Iscrivermi al corso per aspiranti musicanti fu il viatico che mi permise di violare il buio della notte, due volte la settimana. Garantiti dal fatto che non me ne andavo a zonzo ma incontro a uno scopo ben preciso, i genitori non ebbero obiezioni. Fu il destino che in sorte mi assegnò il trombone, forse alludendo? Non so. Ma giuro che se mi toccasse di rinascere chiederei che mi venisse assegnato un cognome che inizi con la “a”. Poiché la distribuzione degli strumenti procedette per ordine alfabetico e i primi, fortunati, fecero incetta di clarini e cornette. A me, paria dell’alfabeto, toccò il trombone.

Fu un bene. Lo dico adesso, a ragion veduta, divinando in quel caso una precisa lezione di vita. Poiché, mi fosse capitata tra le mani una cornetta o altro strumento solista, la mia inettitudine, chiara sin dalle prime prove sul campo, mi avrebbe tolto la possibilità di vivere, almeno per un po’, il mondo della banda. E invece, col trombone in mano, compresi che si può campare anche alle spalle altrui. In altre parole, non volendo cedere di fronte all’evidenza quando, passata la stagione dei solfeggi e iniziata quella delle prove comuni, fu evidente che non mi riusciva di stare al passo insieme agli altri, cominciai a fingere. Gli altri strumenti di accompagnamento suonavano seguendo il ritmo, io mi adeguavo gonfiando gote, schiacciando tasti ma senza che dalla bocca del mio trombone uscisse una sola nota.

Perché ?, si chiederà. Mi si abbuoni, prima della risposta, il beneficio dell’età. Di quell’età lontana in cui ai miei occhi tutto il mondo era paese, era il paese. Un universo ancora da scoprire, un micro mondo complicato come il mondo grande e per entrare nel quale serviva una specie di invito. Ecco cosa fu la banda, l’invito a entrare nel tessuto del paese. Per cui, stando così le cose, mi si perdonerà il trucchetto di bassa furbizia cui ricorsi pur di non perdere l’esordio in pubblico con tanto di divisa tagliata su misura. Fu come sedere in prima fila al cinema l’esordio, che coincise con la processione del Corpus Domini. E che svelò ai miei occhi un altro corpo, più materiale, ma vivo, palpitante, fatto di contrade, portoni, antri, umidità, chiazze, profumi e puzze, nasi, orecchie a sventola, aliti vinosi, cieli stellati, parole dialettali, negozi, porfidi e silenzi. Andavo componendo, senza saperlo, il mio vocabolario. Fieno in cascina, insomma. Mettevo a punto il tiro del mio futuro, fingendo di suonare.

Non so se gli altri soci musicanti si siano mai accorti della mia finzione. Se no, ne andrebbe del prestigio del loro orecchio (alcuni sono ancora in attività). Se sì, invece, il fatto torna a loro onore e gloria, nessuna madre infatti disprezza i propri figli, per quanto brutti. Circa la mia carriera, finì di lì a breve. Per qualche mese ancora portai a spasso il mio trombone. Poi evidentemente la musa del pentagramma mi spinse alla confessione. Consegnai lo strumento, dopo averlo lucidato un’ultima volta col Sidol, e anche la divisa su misura. Che, con piccolissimi aggiustamenti, andò a vestire, absit iniuria verbis, un trombone vero.

Andrea Vitali da “Il caffè”

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