DE PROFUNDIS

Il Carnevale è morto già da un pezzo. Non c’è più “sale” con le maschere che sfilano e gli altri che stanno a guardare, rigorosamente in abiti borghesi. Del resto, già qualche anno fa, gli Schignanesi – protagonisti di uno dei Carnevali più straordinari dell’arco alpino – si lamentavano per essere considerati quasi fenomeni da baraccone: loro a interpretare una tradizione millenaria e attorno centinaia di fotografi e turisti come fossero davanti alle gabbie di uno zoo. Non c’è più “sale” da quando il Carnevale è ridotto a mascherata per i bambini (e guai a rovinare il vestitino comprato al supermercato). Il Carnevale è morto da un pezzo e ormai le sfilate e i carri allegorici che in questi giorni tengono banco dalle nostre parti sono soltanto una pietosa parodia di quella che era questa festa popolare, la festa dell’eccesso. Nella quale l’irriverenza e la trivialità la facevano da padrone. Assieme alla gozzoviglia, lo scherno sessuale – dal travestimento all’esposizione delle parti basse fino agli scherzi più pesanti – è stato per secoli una delle caratteristiche del Carnevale. Non a caso, si parla di settimana “grassa”. Che, come tutto, oggi è stato trasformato in un’occasione per far soldi, in richiamo turistico fine a se stesso, da festa a spettacolo, il più delle volte kitsch. E’ segno dei tempi che a Menaggio non possa sfilare il carro del suppostone, che il sindaco di Como voglia denunciare le “veline” con gli attributi e che per il prossimo anno si annuncino controlli preventivi sui contenuti. La normalizzazione del Carnevale? Ma dai. Meglio è chiudere l’intero circo, allora. E considerare il Carnevale come una delle cose del tempo andato. Da leggere nei libri. Della sua potenza dissacrante resterebbe almeno il ricordo. Di quando per un giorno era lecito impazzire. Altrimenti, la festa dell’allegria diventa di una tristezza infinita.
Dario Cercek

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